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CAPITOLO 5 – La vita economica

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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SEZIONE 5.1 – Morale ed economia

1 euro cent

194-330

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Si crede fermamente nella presenza di una connotazione morale dell’economia.

Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui princìpi propri, non è corretto affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno all’altro, da considerare il primo svincolato dal secondo.

Di certo, attraverso una rigorosa e libera ricerca, è possibile e doveroso

  • delineare modelli economici che siano il più possibile coerenti con la natura stessa delle cose e con l’indole dell’anima e del corpo umano,
  • stabilire quali limiti debbano essere posti in campo economico
    • al potere del singolo uomo,
    • agli obiettivi raggiungibili,
    • ed ai mezzi accettabili;
  • e, per mezzo della comprensione dalla natura delle cose e della natura individuale e sociale dell’uomo, dedurre e chiarire quale sia il fine proposto a tutto l’ordine economico.

Alla fine, però, sarà sempre e solo la legge morale è quella che

  • ci intima di cercare nel complesso delle nostre azioni il fine supremo ed ultimo
  • e, nei particolari generi di operosità (e quindi anche in ogni specifica attività economica), ci spinge cercarne gli obiettivi specifici ed a comprenderne l’apporto e l’armonica subordinazione al fine supremo.

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CAPITOLO 4 – Il lavoro umano

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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SEZIONE 4.1 – La dignità del lavoro

a) La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro

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Il lavoro umano ha una duplice dimensione: oggettiva e soggettiva.

In senso oggettivo è l’insieme di attività, risorse, strumenti e tecniche di cui l’uomo si serve per produrre, per manutenere e per gestire il territorio da lui occupato.

Il lavoro in senso soggettivo è l’agire dell’uomo in quanto essere dinamico, capace di compiere varie azioni che appartengono al processo del lavoro e che corrispondono alla sua vocazione personale.

L’uomo, per sua natura, si realizza quando lascia un segno sulla “sua” terra e quando, in un certo senso, la domina e controlla, perché, proprio in quanto persona, egli è un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso.

Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro.

Il lavoro in senso oggettivo costituisce l’aspetto contingente dell’attività dell’uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche. 

In senso soggettivo si configura, invece, come la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel che l’uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale.

La distinzione è decisiva sia per comprendere qual è il fondamento ultimo del valore e della dignità del lavoro, sia in ordine al problema di un’organizzazione dei sistemi economici e sociali rispettosa dei diritti dell’uomo.

 

142 – 271

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 La soggettività conferisce al lavoro la sua peculiare dignità, che impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale dell’organizzazione produttiva.

Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è « actus personae ».

Qualsiasi forma di materialismo e di economicismo che tentasse di ridurre il lavoratore a mero strumento di produzione, a semplice forza-lavoro, a valore esclusivamente materiale, finirebbe per snaturare irrimediabilmente l’essenza del lavoro, privandolo della sua finalità più nobile e profondamente umana.

La persona è il metro della dignità del lavoro.

Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona.

La dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella oggettiva, perché è quella dell’uomo stesso che compie il lavoro, determinandone la qualità e il valore più alto.

Se manca questa consapevolezza oppure non si vuole riconoscere questa verità, il lavoro perde il suo significato più vero e profondo: in questo caso, purtroppo frequente e diffuso, l’attività lavorativa e le stesse tecniche utilizzate diventano più importanti dell’uomo stesso e, da alleate, si trasformano in nemiche della sua dignità.

 

143 – 272

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Il lavoro umano non soltanto procede dalla persona, ma è anche essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa.

Indipendentemente dal suo contenuto oggettivo, il lavoro deve essere orientato verso il soggetto che lo compie, perché lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro, rimane sempre l’uomo.

Anche se non può essere ignorata l’importanza della componente oggettiva del lavoro sotto il profilo della sua qualità, tale componente, tuttavia, va subordinata alla realizzazione dell’uomo, e quindi alla dimensione soggettiva, grazie alla quale è possibile affermare che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro e che lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo — fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante — rimane sempre l’uomo stesso.

 

144 – 273

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Il lavoro umano possiede anche un’intrinseca dimensione sociale.

Il lavoro di un uomo, infatti, si intreccia naturalmente con quello di altri uomini.

Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno.

Anche i frutti del lavoro offrono occasione di scambi, di relazioni e d’incontro.

Il lavoro, pertanto, non si può valutare giustamente se non si tiene conto della sua natura sociale giacché se non sussiste un corpo veramente sociale e organico, se un ordine sociale e giuridico non tutela l’esercizio del lavoro, se le varie parti, le une dipendenti dalle altre, non si collegano fra di loro e mutuamente non si compiono, se, quel che è di più, non si associano, quasi a formare una cosa sola, l’intelligenza, il capitale, il lavoro, l’umana attività non può produrre i suoi frutti, e quindi non si potrà valutare giustamente né retribuire adeguatamente, dove non si tenga conto della sua natura sociale e individuale.

 

145 – 274

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Il lavoro è anche un obbligo cioè un dovere dell’uomo.

L’uomo deve lavorare sia per evitare lo status di parassita, sia per rispondere alle esigenze di mantenimento e sviluppo della sua stessa umanità.

Il lavoro si profila come obbligo morale in relazione al prossimo, che è in primo luogo la propria famiglia, ma anche la società, alla quale si appartiene, la Nazione, della quale si è figli o figlie, l’intera famiglia umana, di cui si è membri: siamo eredi del lavoro di generazioni e insieme artefici del futuro di tutti gli uomini che vivranno dopo di noi.

 

146 – 275

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 Il lavoro conferma la profonda identità dell’uomo.

 Diventando — mediante il suo lavoro — sempre di più padrone della terra, e confermando — ancora mediante il lavoro — il suo dominio sul mondo visibile, l’uomo, in ogni caso ed in ogni fase di questo processo, persegue la sua naturale propensione, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato dotato di innata capacità creativa e generativa.

Ciò qualifica l’attività dell’uomo nell’universo di cui egli non è il padrone, ma bensì il fiduciario e, per quanto possibile, il custode ed il gestore.

b) I rapporti tra lavoro e capitale

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147 – 276 

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Il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale.

Oggi, il termine «capitale» ha diverse accezioni: talvolta indica i mezzi materiali di produzione nell’impresa, talvolta le risorse finanziarie impegnate in un’iniziativa produttiva o anche in operazioni nei mercati borsistici.

Si parla anche, in modo non del tutto appropriato, di «capitale umano», per significare le risorse umane, cioè gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di un’organizzazione.

Ci si riferisce al «capitale sociale» quando si vuole indicare la capacità di collaborazione di una collettività, frutto dell’investimento in legami fiduciari reciproci.

Questa molteplicità di significati offre spunti ulteriori per riflettere su cosa possa significare, oggi, il rapporto tra lavoro e capitale.

 

148 – 277 

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Il terzo pensiero considera i rapporti tra lavoro e capitale, mettendo in evidenza sia la priorità del primo sul secondo, sia la loro complementarità.

Il lavoro ha una priorità intrinseca rispetto al capitale.

Questo principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il “capitale” essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale.

Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo.

Tra lavoro e capitale ci deve essere complementarità.

E’ la stessa logica intrinseca al processo produttivo a dimostrare la necessità della loro reciproca compenetrazione e l’urgenza di dare vita a sistemi economici nei quali l’antinomia tra lavoro e capitale venga superata.

In tempi in cui, all’interno di un sistema economico meno complesso, il «capitale» e il «lavoro salariato» identificavano con una certa precisione non solo due fattori produttivi, ma anche e soprattutto due concrete classi sociali, il terzo pensiero riconosce che entrambi sono in sé legittimi.

Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale.

Si tratta di una verità che vale anche per il presente, perché è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è assolutamente ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa, negando l’efficacia dell’altro.

 

149 – 278 

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Nella considerazione dei rapporti tra lavoro e capitale, soprattutto di fronte alle imponenti trasformazioni dei nostri tempi, si deve ritenere che la «principale risorsa» e il «fattore decisivo» in mano all’uomo è l’uomo stesso.

L’integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso.

Il mondo del lavoro, infatti, sta scoprendo sempre di più che il valore del «capitale umano» trova espressione nelle conoscenze dei lavoratori, nella loro disponibilità a tessere relazioni, nella creatività, nell’imprenditorialità di se stessi, nella capacità di affrontare consapevolmente il nuovo, di lavorare insieme e di saper perseguire obiettivi comuni.

Si tratta di qualità prettamente personali, che appartengono al soggetto del lavoro più che agli aspetti oggettivi, tecnici, operativi del lavoro stesso.

Tutto questo comporta una prospettiva nuova nei rapporti tra lavoro e capitale: si può affermare che, contrariamente a quanto accadeva nella vecchia organizzazione del lavoro dove il soggetto finiva per venire appiattito sull’oggetto, sulla macchina, al giorno d’oggi la dimensione soggettiva del lavoro tende ad essere più decisiva e importante di quella oggettiva.

 

150 – 279 

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Il rapporto tra lavoro e capitale presenta spesso i tratti della conflittualità, che assume caratteri nuovi con il mutare dei contesti sociali ed economici.

Ieri, il conflitto tra capitale e lavoro era originato, soprattutto, dal fatto che i lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori, e che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione, cercava di stabilire il salario più basso possibile per il lavoro eseguito dagli operai.

Attualmente, il conflitto presenta aspetti nuovi e, forse, più preoccupanti: i progressi scientifici e tecnologici e la mondializzazione dei mercati, di per sé fonte di sviluppo e di progresso, espongono i lavoratori al rischio di essere sfruttati dagli ingranaggi dell’economia e dalla ricerca sfrenata di produttività.

 

151 – 280 

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Non si deve erroneamente ritenere che il processo di superamento della dipendenza del lavoro dalla materia sia capace di per sé di superare l’alienazione sul lavoro e del lavoro.

Il riferimento non è solo alle tante sacche di non lavoro, di lavoro nero, di lavoro minorile, di lavoro sottopagato, di lavoro sfruttato, che ancora persistono, ma anche alle nuove forme, molto più sottili, di sfruttamento dei nuovi lavori, al super-lavoro, al lavoro- carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona, all’eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la vita familiare, alla modularità lavorativa che rischia di avere pesanti ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza e sulla stabilità delle relazioni familiari.

Se l’uomo è alienato quando inverte mezzi e fini, anche nel nuovo contesto di lavoro immateriale, leggero, qualitativo più che quantitativo, si possono dare elementi di alienazione a seconda che cresca la … partecipazione dell’uomo in un’autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione.

c) Il lavoro, titolo di partecipazione

One Billion Rising !

152 – 281 

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Il rapporto tra lavoro e capitale trova espressione anche attraverso la partecipazione dei lavoratori alla proprietà, alla sua gestione, ai suoi frutti.

È questa un’esigenza troppo spesso trascurata, che occorre invece valorizzare al meglio.

Ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il “comproprietario” del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti.

E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita.

La nuova organizzazione del lavoro, in cui il sapere conta di più della sola proprietà dei mezzi di produzione, attesta in maniera concreta che il lavoro, a motivo del suo carattere soggettivo, è titolo di partecipazione: è indispensabile ancorarsi a questa consapevolezza per valutare la giusta posizione del lavoro nel processo produttivo e per trovare modalità di partecipazione consone alla soggettività del lavoro nelle peculiarità delle varie situazioni concrete.

d) Rapporto tra lavoro e proprietà privata

Parcometro

153-282

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Il terzo pensiero articola il rapporto tra lavoro e capitale anche rispetto all’istituto della proprietà privata, al relativo diritto e all’uso di questa.

Il diritto alla proprietà privata è subordinato al principio delladestinazione universale dei beni e non deve costituire motivo di impedimento al lavoro e allo sviluppo altrui.

La proprietà, che si acquista anzitutto mediante il lavoro, deve servire al lavoro.

Ciò vale in modo particolare per il possesso dei mezzi di produzione; ma tale principio concerne anche i beni propri del mondo finanziario, tecnico, intellettuale, personale.

I mezzi di produzione non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per possedere.

Il loro possesso diventa illegittimo quando la proprietà non viene valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro.

 

154-283 

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La proprietà privata e pubblica nonché i vari meccanismi del sistema economico devono essere predisposti per un’economia a servizio dell’uomo, in modo che contribuiscano ad attuare il principio della destinazione universale dei beni.

In tale prospettiva diventa rilevante la questione relativa alla proprietà e all’uso delle nuove tecnologie e conoscenze, che costituiscono, nel nostro tempo, un’altra forma particolare di proprietà, di importanza non inferiore a quella della terra e del capitale.

Tali risorse, come tutti gli altri beni, hanno una destinazione universale; anch’esse vanno inserite in un contesto di norme giuridiche e di regole sociali che ne garantiscano un uso ispirato a criteri di giustizia, di equità e di rispetto dei diritti dell’uomo.

I nuovi saperi e le tecnologie, grazie alle loro enormi potenzialità, possono dare un contributo decisivo alla promozione del progresso sociale, ma rischiano di divenire fonte di disoccupazione e di allargare il distacco tra zone sviluppate e zone di sottosviluppo, se rimangono accentrati nei Paesi più ricchi o nelle mani di ristretti gruppi di potere.

e) Il riposo festivo

Berlino, un "Bier Bike" sulla Ebertstraße

155-284 

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Il riposo festivo è un diritto.

Gli uomini devono poter godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa.

A ciò contribuisce l’istituzione di più giorni di riposo nei quali i cittadini possano astenersi da lavori o attività che impediscano pratiche religiose, la letizia propria del giorni di festa, la pratica di opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo.

Necessità familiari o esigenze di utilità sociale possono legittimamente esentare dal riposo domenicale, ma non devono creare abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute.

 

156-285 

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Il giorno di riposo è un giorno da dedicare ad un’operosa carità, riservando attenzioni alla famiglia e ai parenti, come anche ai malati, agli infermi, agli anziani.

E’ un tempo nel quale ci si può dedicare a quei fratelli che hanno i medesimi bisogni e i medesimi diritti e non possono riposarsi a causa della povertà e della miseria.

E inoltre è un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio, che favoriscano la crescita della vita interiore.

 

157-286 

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Le autorità pubbliche hanno il dovere di vigilare affinché ai cittadini non sia sottratto, per motivi di produttività economica, un tempo destinato al riposo e al culto divino.

I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro dipendenti.

I cittadini si devono adoperare, nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, affinché le leggi riconoscano le domeniche e le altre solennità liturgiche come giorni festivi.

SEZIONE 4.2 – Il diritto al lavoro

a) Il lavoro è necessario

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158-287 

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Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana.

Il terzo pensiero riconosce il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il carattere di necessità.

Il lavoro è necessario per formare e mantenere una famiglia, per avere diritto alla proprietà, per contribuire al bene comune della famiglia umana.

La considerazione delle implicazioni morali che la questione del lavoro comporta nella vita sociale induce il terzo pensiero ad additare la disoccupazione come una «vera calamità sociale», soprattutto in relazione alle giovani generazioni.

 

159-288  

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Il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci.

La «piena occupazione» è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune.

Una società in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale.

Un ruolo importante e, dunque, una responsabilità specifica e grave appartengono, in questo ambito, al «datore di lavoro indiretto», ossia a quei soggetti — persone o istituzioni di vario tipo — che sono in grado di orientare, a livello nazionale o internazionale, la politica del lavoro e dell’economia.

 

160-289 

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La capacità progettuale di una società orientata verso il bene comune e proiettata verso il futuro si misura anche e soprattutto sulla base delle prospettive di lavoro che essa è in grado di offrire.

L’alto tasso di disoccupazione, la presenza di sistemi di istruzione obsoleti e di perduranti difficoltà nell’accesso alla formazione e al mercato del lavoro costituiscono, per molti giovani soprattutto, un forte ostacolo sulla strada della realizzazione umana e professionale.

Chi è disoccupato o sottoccupato, infatti, subisce le conseguenze profondamente negative che tale condizione determina nella personalità e rischia di essere posto ai margini della società, di diventare una vittima dell’esclusione sociale.

È questo un dramma che colpisce, in genere, oltre ai giovani, le donne, i lavoratori meno specializzati, i disabili, gli immigrati, gli ex-carcerati, gli analfabeti, tutti i soggetti che trovano maggiori difficoltà nella ricerca di una collocazione nel mondo del lavoro.

 

161-290 

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Il mantenimento dell’occupazione dipende sempre di più dalle capacità professionali.

Il sistema di istruzione e di educazione non deve trascurare la formazione umana e tecnica, necessaria per svolgere con profitto le mansioni richieste.

La sempre più diffusa necessità di cambiare varie volte impiego, nell’arco della vita, impone al sistema educativo di favorire la disponibilità delle persone ad un aggiornamento e riqualificazione permanenti.

I giovani devono apprendere ad agire autonomamente, diventare capaci di assumersi responsabilmente il compito di affrontare con competenze adeguate i rischi legati ad un contesto economico mobile e spesso imprevedibile nei suoi scenari evolutivi.

È altrettanto indispensabile l’offerta di opportune occasioni formative agli adulti in cerca di riqualificazione e ai disoccupati.

Più in generale, il percorso lavorativo delle persone deve trovare nuove forme concrete di sostegno, a cominciare proprio dal sistema formativo, così che sia meno difficile attraversare fasi di cambiamento, di incertezza, di precarietà.

b) Il ruolo dello Stato e della società civile nella promozione del diritto al lavoro

2 Giugno

 

162-291 

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I problemi dell’occupazione chiamano in causa le responsabilità dello Stato, al quale compete il dovere di promuovere politiche attive del lavoro, cioè tali da favorire la creazione di opportunità lavorative all’interno del territorio nazionale, incentivando a questo scopo il mondo produttivo.

Il dovere dello Stato non consiste tanto nell’assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini, irreggimentando l’intera vita economica e mortificando la libera iniziativa dei singoli, quanto piuttosto nell’assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi.

 

163-292 

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Di fronte alle dimensioni planetarie rapidamente assunte dalle relazioni economico-finanziarie e dal mercato del lavoro, si deve promuovere un’efficace collaborazione internazionale tra gli Stati, mediante trattati, accordi e piani di azione comuni che salvaguardino il diritto al lavoro anche nelle fasi più critiche del ciclo economico, a livello nazionale ed internazionale.

Bisogna avere consapevolezza del fatto che il lavoro umano è un diritto da cui dipendono direttamente la promozione della giustizia sociale e della pace civile.

Importanti compiti in questa direzione spettano alle Organizzazioni internazionali e a quelle sindacali: collegandosi nelle forme più opportune, esse si devono impegnare, prima di tutto, a tessere una trama sempre più fitta di disposizioni giuridiche che proteggono il lavoro degli uomini, delle donne, dei giovani, e gli assicurano una conveniente retribuzione.

 

164-293 

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Per la promozione del diritto al lavoro è importante che vi sia un libero processo di auto-organizzazione della società.

Significative testimonianze ed esempi di auto-organizzazione si possono rintracciare nelle numerose iniziative, imprenditoriali e sociali, caratterizzate da forme di partecipazione, di cooperazione e di autogestione, che rivelano la fusione di energie solidali.

Esse si offrono al mercato come un variegato settore di attività lavorative che si distinguono per un’attenzione particolare nei confronti della componente relazionale dei beni prodotti e dei servizi erogati in molteplici ambiti: istruzione, tutela della salute, servizi sociali di base, cultura.

Le iniziative del cosiddetto «terzo settore» costituiscono un’opportunità sempre più rilevante di sviluppo del lavoro e dell’economia.

c) La famiglia e il diritto al lavoro

joie de vivre

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Il lavoro è «il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo»: esso assicura i mezzi di sussistenza e garantisce il processo educativo dei figli.

Famiglia e lavoro, così strettamente interdipendenti nell’esperienza della grande maggioranza delle persone, meritano finalmente una considerazione più adeguata alla realtà, un’attenzione che li comprenda insieme, senza i limiti di una concezione privatistica della famiglia ed economicistica del lavoro.

A questo riguardo, è necessario che le imprese, le organizzazioni professionali, i sindacati e lo Stato si rendano promotori di politiche del lavoro che non penalizzino, ma favoriscano il nucleo familiare dal punto di vista occupazionale.

La vita di famiglia e il lavoro, infatti, si condizionano reciprocamente in vario modo.

Il pendolarismo, il doppio lavoro e la fatica fisica e psicologica riducono il tempo dedicato alla vita familiare.

Le situazioni di disoccupazione hanno ripercussioni materiali e spirituali sulle famiglie, così come le tensioni e le crisi familiari influiscono negativamente sugli atteggiamenti e sul rendimento in campo lavorativo.

d) Le donne e il diritto al lavoro

la ragazza dal cappello rosso peperone

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Il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale, perciò va garantita la presenza delle donne anche in ambito lavorativo.

Il primo indispensabile passo in tale direzione è la concreta possibilità di accesso alla formazione professionale. 

Il riconoscimento e la tutela dei diritti delle donne nel contesto lavorativo dipendono, in generaledall’organizzazione del lavoro, che deve tener conto della dignità e della vocazione della donna, la cui « vera promozione… esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l’abbandono della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile».

È una questione su cui si misurano la qualità della società e l’effettiva tutela del diritto al lavoro delle donne.

La persistenza di molte forme di discriminazione offensive della dignità e vocazione della donna nella sfera del lavoro è dovuta ad una lunga serie di condizionamenti penalizzanti per la donna, che è stata ed è ancora «travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in schiavitù».

Queste difficoltà, purtroppo, non sono superate, come dimostrano ovunque le diverse situazioni che avviliscono le donne, assoggettandole anche a forme di vero e proprio sfruttamento.

L’urgenza di un effettivo riconoscimento dei diritti delle donne nel lavoro si avverte specialmente sotto l’aspetto retributivo, assicurativo e previdenziale.

e) Lavoro minorile

:-)

167-296

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Il lavoro minorile, nelle sue forme intollerabili, costituisce un tipo di violenza meno appariscente di altri, ma non per questo meno terribile.

Una violenza che, al di là di tutte le implicazioni politiche, economiche e giuridiche, resta essenzialmente un problema morale.

La piaga del lavoro minorile non è stata ancora debellata.

Pur nella consapevolezza che, almeno per ora, in certi Paesi il contributo portato dal lavoro dei bambini al bilancio familiare e alle economie nazionali è irrinunciabile e che, comunque, alcune forme di lavoro, svolte a tempo parziale, possono essere fruttuose per i bambini stessi, il terzo pensiero denuncia l’aumento dello «sfruttamento lavorativo dei minori in condizioni di vera schiavitù».

Tale sfruttamento costituisce una grave violazione della dignità umana di cui ogni individuo, per piccolo o apparentemente insignificante che sia in termini di utilità, è portatore.

f) L’emigrazione e il lavoro

Ciao ....

168-297 

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L’immigrazione può essere una risorsa, anziché un ostacolo per lo sviluppo.

Nel mondo attuale, in cui si aggrava lo squilibrio fra Paesi ricchi e Paesi poveri e in cui lo sviluppo delle comunicazioni riduce rapidamente le distanze, crescono le migrazioni di persone in cerca di migliori condizioni di vita, provenienti dalle zone meno favorite della terra: il loro arrivo nei Paesi sviluppati è spesso percepito come una minaccia per gli elevati livelli di benessere raggiunti grazie a decenni di crescita economica.

Gli immigrati, tuttavia, nella maggioranza dei casi, rispondono a una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe insoddisfatta, in settori e in territori nei quali la manodopera locale è insufficiente o non disposta a fornire il proprio contributo lavorativo.

 

169-298 

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Le istituzioni dei Paesi ospiti devono vigilare accuratamente affinché non si diffonda la tentazione di sfruttare la manodopera straniera, privandola dei diritti garantiti ai lavoratori nazionali, che devono essere assicurati a tutti senza discriminazioni.

La regolamentazione dei flussi migratori secondo criteri di equità e di equilibrio è una delle condizioni indispensabili per ottenere che gli inserimenti avvengano con le garanzie richieste dalla dignità della persona umana.

Gli immigrati devono essere accolti in quanto persone e aiutati, insieme alle loro famiglie, ad integrarsi nella vita sociale.

In tale prospettiva va rispettato e promosso il diritto al ricongiungimento familiare.

Nello stesso tempo, per quanto è possibile, vanno favorite tutte quelle condizioni che consentono accresciute possibilità di lavoro nelle proprie zone di origine.

g) Il mondo agricolo e il diritto al lavoro

17/52:something's good.

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Una particolare attenzione merita il lavoro agricolo, per il ruolo sociale, culturale ed economico che esso mantiene nei sistemi economici di molti Paesi, per i numerosi problemi che deve affrontare nel contesto di un’economia sempre più globalizzata, per la sua importanza crescente nella salvaguardia dell’ambiente naturale.

Sono dunque necessari cambiamenti radicali ed urgenti per ridare all’agricoltura — ed agli uomini dei campi — il giusto valore come base di una sana economia, nell’insieme dello sviluppo della comunità sociale.

I profondi e radicali mutamenti in atto a livello sociale e culturale, anche nell’agricoltura e nel più vasto mondo rurale, ripropongono con urgenza un approfondimento sul significato del lavoro agricolo nelle sue molteplici dimensioni.

Si tratta di una sfida di notevole importanza, che va affrontata con politiche agricole e ambientali capaci di superare una certa concezione residuale e assistenziale e di elaborare nuove prospettive per un’agricoltura moderna, in grado di svolgere un ruolo significativo nella vita sociale ed economica.

 

171-300 

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In alcuni Paesi è indispensabile una ridistribuzione della terra, nell’ambito di efficaci politiche di riforma agraria, al fine di superare l’impedimento che il latifondo improduttivo, condannato dal terzo pensierofrappone ad un autentico sviluppo economico.

I Paesi in via di sviluppo possono contrastare efficacemente l’attuale processo di concentrazione della proprietà della terra se affrontano alcune situazioni che si connotano come veri e propri nodi strutturali.

Tali sono le carenze e i ritardi a livello legislativo in tema di

  • riconoscimento del titolo di proprietà della terra e in relazione al mercato del credito;
  • il disinteresse per la ricerca e la formazione in agricoltura;
  • la negligenza a proposito di servizi sociali e di infrastrutture nelle aree rurali.

La riforma agraria diventa pertanto, oltre che una necessità politica, un obbligo morale, dato che la sua mancata attuazione ostacola in questi Paesi gli effetti benefici derivanti dall’apertura dei mercati e, in genere, da quelle proficue occasioni di crescita che la globalizzazione in atto può offrire.

SEZIONE 4.3 – Diritti dei lavoratori

a) Dignità dei lavoratori e rispetto dei loro diritti

Mattia&Igor

172-301
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I diritti dei lavoratori, come tutti gli altri diritti, si basano sulla natura della persona umana e sulla sua trascendente dignità.

Il terzo pensiero ha ritenuto di elencarne alcuni, auspicandone il riconoscimento negli ordinamenti giuridici:

  • il diritto ad una giusta remunerazione;
  • il diritto al riposo;
  • il diritto ad ambienti di lavoro ed a processi produttivi che non rechino pregiudizio alla sanità fisica dei lavoratori e non ledano la loro integrità morale;
  • il diritto che venga salvaguardata la propria personalità sul luogo di lavoro, senza essere violati in alcun modo nella propria coscienza o nella propria dignità;
  • il diritto a convenienti sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie;
  • il diritto alla pensione nonché all’assicurazione per la vecchiaia, la malattia e in caso di incidenti collegati alla prestazione lavorativa;
  • il diritto a provvedimenti sociali collegati alla maternità;
  • il diritto di riunirsi e di associarsi.

Tali diritti vengono spesso offesi, come confermano i tristi fenomeni del lavoro sottopagato, privo di tutela o non rappresentato in maniera adeguata.

Spesso accade che le condizioni di lavoro per uomini, donne e bambini, specie nei Paesi in via di sviluppo, siano talmente inumane da offendere la loro dignità e nuocere alla loro salute.

b) Il diritto all’equa remunerazione e distribuzione del reddito

Natale

173-302
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La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro.

Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro.

Commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto.

Il salario è lo strumento che permette al lavoratore di accedere ai beni della terra.

Il lavoro va ricompensato in misura tale da garantire all’uomo la possibilità di disporre dignitosamente la vita materiale, sociale, culturale e spirituale sua e dei suoi, in relazione ai compiti e al rendimento di ognuno, alle condizioni dell’azienda e al bene comune.

Il semplice accordo tra lavoratore e datore di lavoro circa l’entità della remunerazione non basta per qualificare giusta la remunerazione concordata, perché essa non deve essere inferiore al sostentamento del lavoratore: la giustizia naturale è anteriore e superiore alla libertà del contratto.

 

174-303
____________________________ 

Il benessere economico di un Paese non si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbe consentire di avere a disposizione ciò che serve allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona.

Un’equa distribuzione del reddito va perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di giustizia sociale, considerando cioè, oltre al valore oggettivo delle prestazioni lavorative, la dignità umana dei soggetti che le compiono.

Un benessere economico autentico si persegue anche attraverso adeguate politiche sociali di ridistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino.

c) Il diritto di sciopero

resistono

175-304
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Il terzo pensiero riconosce la legittimità dello sciopero quando appare lo strumento inevitabile, o quanto meno necessario, in vista di un vantaggio proporzionato, dopo che si sono rivelate inefficaci tutte le altre modalità di superamento dei conflitti.

Lo sciopero, una delle conquiste più travagliate dell’associazionismo sindacale, può essere definito come il rifiuto collettivo e concertato, da parte dei lavoratori, di svolgere le loro prestazioni, allo scopo di ottenere, per mezzo della pressione così esercitata sui datori di lavoro, sullo Stato e sull’opinione pubblica, migliori condizioni di lavoro e della loro situazione sociale.

Anche lo sciopero, per quanto si profili come una specie di ultimatum, deve essere sempre un metodo pacifico di rivendicazione e di lotta per i propri diritti.

Esso diventa moralmente inaccettabile allorché è accompagnato da violenze oppure gli si assegnano obiettivi non direttamente connessi con le condizioni di lavoro o in contrasto con il bene comune.

SEZIONE 4.4 – Solidarietà tra i lavoratori

a) L’importanza dei sindacati

CGIL in manifestazione.

176-305
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Il terzo pensiero riconosce il ruolo fondamentale svolto dai sindacati dei lavoratori, la cui ragion d’essere consiste nel diritto dei lavoratori a formare associazioni o unioni per difendere gli interessi vitali degli uomini impiegati nei vari lavori.

I sindacati sono cresciuti sulla base della lotta dei lavoratori, del mondo del lavoro e, prima di tutto, dei lavoratori industriali, per la tutela dei loro giusti diritti nei confronti degli imprenditori e dei proprietari dei mezzi di produzione.

Le organizzazioni sindacali, perseguendo il loro fine specifico al servizio del bene comune, sono un fattore costruttivo di ordine sociale e di solidarietà e quindi un elemento indispensabile della vita sociale.

Il riconoscimento dei diritti del lavoro costituisce da sempre un problema di difficile soluzione, perché si attua all’interno di processi storici e istituzionali complessi, e ancora oggi si può dire incompiuto.

Ciò rende più che mai attuale e necessario l’esercizio di un’autentica solidarietà tra i lavoratori.

 

177-306
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Il terzo pensiero ritiene che i rapporti all’interno del mondo del lavoro vanno improntati alla collaborazione: l’odio e la lotta per eliminare l’altro costituiscono metodi del tutto inaccettabili, anche perché, in ogni sistema sociale, sono indispensabili al processo di produzione tanto il lavoro quanto il capitale.

Alla luce di questa concezione, la dottrina sociale non ritiene che i sindacati costituiscano solamente il riflesso della struttura “di classe” della società e che siano l’esponente della lotta di classe, che inevitabilmente governa la vita sociale.

I sindacati sono propriamente i promotori della lotta per la giustizia sociale, per i diritti degli uomini del lavoro, nelle loro specifiche professioni.

Questa “lotta” deve essere vista come un normale adoperarsi “per” il giusto bene; […] non è una lotta “contro” gli altri.

Il sindacato, essendo anzitutto strumento di solidarietà e di giustizia, non può abusare degli strumenti di lotta; in ragione della sua vocazione, deve vincere le tentazioni del corporativismo, sapersi autoregolamentare e valutare le conseguenze delle proprie scelte rispetto all’orizzonte del bene comune.

 

178-307
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Al sindacato, oltre alle funzioni difensive e rivendicative, competono sia una rappresentanza finalizzata ad organizzare nel giusto ordine la vita economicasia l’educazione della coscienza sociale dei lavoratori, affinché essi si sentano parte attiva, secondo le capacità e le attitudini di ciascuno, in tutta l’opera dello sviluppo economico e sociale e della costruzione del bene comune universale.

Il sindacato e le altre forme di associazionismo dei lavoratori devono assumersi una funzione di collaborazione con gli altri soggetti sociali ed interessarsi alla gestione della cosa pubblica.

Le organizzazioni sindacali hanno il dovere di influenzare il potere politico, così da sensibilizzarlo debitamente ai problemi del lavoro e da impegnarlo a favorire la realizzazione dei diritti dei lavoratori.

I sindacati, tuttavia, non hanno il carattere di partiti politici che lottano per il potere, e non devono neppure essere sottoposti alle decisioni dei partiti politici o avere con essi dei legami troppo stretti.

In una tale situazione essi perdono facilmente il contatto con ciò che è il loro compito specifico, che è quello di assicurare i giusti diritti degli uomini del lavoro nel quadro del bene comune dell’intera società, e diventano, invece, uno strumento per altri scopi.

b) Nuove forme di solidarietà

non tagliare i salari ma le spese militari

179-308
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Il contesto socio-economico odierno, caratterizzato da processi di globalizzazione economico-finanziaria sempre più rapidi, spinge i sindacati a rinnovarsi. 

Oggi i sindacati sono chiamati ad agire in forme nuove, ampliando il raggio della propria azione di solidarietà in modo che siano tutelati, oltre alle categorie lavorative tradizionali, i lavoratori con contratti atipici o a tempo determinato.

I lavoratori il cui impiego è messo in pericolo dalle fusioni di imprese che sempre più frequentemente avvengono, anche a livello internazionale; coloro che non hanno un’occupazione, gli immigrati, i lavoratori stagionali, coloro che per mancanza di aggiornamento professionale sono stati espulsi dal mercato del lavoro e non vi possono rientrare senza adeguati corsi di riqualificazione.

Di fronte ai cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro, la solidarietà potrà essere recuperata e forse anche meglio fondata rispetto al passato se si opera per una riscoperta del valore soggettivo del lavoro.

Bisogna continuare a interrogarsi circa il soggetto del lavoro e le condizioni in cui egli vive.

Per questo, sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro.

 

180-309
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Perseguendo nuove forme di solidarietàle associazioni dei lavoratori devono orientarsi verso l’assunzione di maggiori responsabilità.

E ciò non avverrà  soltanto in relazione ai tradizionali meccanismi della ridistribuzione, ma anche nei confronti della produzione della ricchezza e della creazione di condizioni sociali, politiche e culturali che consentano a tutti coloro che possono e desiderano lavorare di esercitare il loro diritto al lavoro, nel pieno rispetto della loro dignità di lavoratori.

Il superamento graduale del modello organizzativo basato sul lavoro salariato nella grande impresa rende opportuno, inoltre, un aggiornamento delle norme e dei sistemi di sicurezza sociale, mediante i quali i lavoratori sono stati finora tutelati, fatti salvi i loro fondamentali diritti.

SEZIONE 4.5 – Nuovi lavori

a) Una fase di transizione epocale

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181-310
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Uno degli stimoli più significativi all’attuale cambiamento dell’organizzazione del lavoro è dato dal fenomeno della globalizzazione, che consente di sperimentare nuove forme di produzione, con la dislocazione degli impianti in aree diverse da quelle in cui vengono assunte le decisioni strategiche e lontane dai mercati di consumo.

Due sono i fattori che danno impulso a questo fenomeno: la straordinaria velocità di comunicazione senza limiti di spazio e di tempo e la relativa facilità di trasportare merci e persone da una parte all’altra del globo.

Ciò comporta una conseguenza fondamentale sui processi produttivi: la proprietà è sempre più lontana, spesso indifferente agli effetti sociali delle scelte che compie.

D’altro canto, se è vero che la globalizzazione, a priori, non è buona o cattiva in sé, ma dipende dall’uso che l’uomo ne fa, si deve affermare che è necessaria una globalizzazione delle tutele, dei diritti minimi essenziali, dell’equità.

 

182-311
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Una delle caratteristiche più rilevanti della nuova organizzazione del lavoro è la frammentazione fisica del ciclo produttivo, promossa per conseguire una maggiore efficienza e maggiori profitti.

In questa prospettiva, le tradizionali coordinate spazio-tempo entro le quali si configurava il ciclo produttivo subiscono una trasformazione senza precedenti, che determina un cambiamento nella struttura stessa del lavoro.

Tutto ciò ha conseguenze rilevanti nella vita dei singoli e delle comunità, sottoposti a cambiamenti radicali sia sul piano delle condizioni materiali, sia su quello culturale e dei valori.

Questo fenomeno sta coinvolgendo, a livello globale e locale, milioni di persone, indipendentemente dalla professione che svolgono, dalla loro condizione sociale, dalla preparazione culturale.

La riorganizzazione del tempo, la sua regolarizzazione e i cambiamenti in atto nell’uso dello spazio — paragonabili, per la loro entità, alla prima rivoluzione industriale, in quanto coinvolgono tutti i settori produttivi, in tutti i continenti, a prescindere dal loro grado di sviluppo — sono da considerarsi, pertanto, una sfida decisiva, anche a livello etico e culturale, nel campo della definizione di un sistema rinnovato di tutela del lavoro.

 

183-312
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La globalizzazione dell’economia, con la liberalizzazione dei mercati, l’accentuarsi della concorrenza, l’accrescersi di imprese specializzate nel fornire prodotti e servizi, richiede maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e nell’organizzazione e gestione dei processi produttivi.

Nella valutazione di questa delicata materia, sembra opportuno riservare una maggiore attenzione morale, culturale e progettuale nell’orientare l’agire sociale e politico sulle tematiche connesse all’identità e ai contenuti del nuovo lavoro, in un mercato e in una economia essi stessi nuovi. I mutamenti del mercato del lavoro sono spesso, infatti, un effetto del cambiamento del lavoro stesso e non una sua causa.

 

184-313
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Il lavoro, soprattutto all’interno dei sistemi economici dei Paesi più sviluppati, attraversa una fase che segna il passaggio da un’economia di tipo industriale ad un’economia essenzialmente centrata sui servizi e sull’innovazione tecnologica.

Accade cioè che i servizi e le attività caratterizzate da un forte contenuto informativo crescono in modo più rapido rispetto a quelle dei tradizionali settori primario e secondario, con conseguenze di ampia portata nell’organizzazione della produzione e degli scambi, nel contenuto e nella forma delle prestazioni lavorative e nei sistemi di protezione sociale.

Grazie alle innovazioni tecnologiche, il mondo del lavoro si arricchisce di professioni nuove, mentre altre scompaiono.

Nell’attuale fase di transizione, infatti, si assiste ad un continuo passaggio di occupati dall’industria ai servizi.

Mentre perde terreno il modello economico e sociale legato alla grande fabbrica e al lavoro di una classe operaia omogenea, migliorano le prospettive occupazionali nel terziario e aumentano, in particolare, le attività lavorative nel comparto dei servizi alla persona, delle prestazioni part time, interinali e «atipiche», ossia forme di lavoro che non sono inquadrabili né come lavoro dipendente né come lavoro autonomo.

 

185-314
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La transizione in atto segna il passaggio dal lavoro dipendente a tempo indeterminato, inteso come posto fisso, a un percorso lavorativo caratterizzato da una pluralità di attività lavorative.

Da un mondo del lavoro compatto, definito e riconosciuto, si passa ad un universo di lavori, variegato, fluido, ricco di promesse, ma anche carico di interrogativi preoccupanti, specie di fronte alla crescente incertezza circa le prospettive occupazionali, a fenomeni persistenti di disoccupazione strutturale, all’inadeguatezza degli attuali sistemi di sicurezza sociale.

Le esigenze della competizione, della innovazione tecnologica e della complessità dei flussi finanziari vanno armonizzate con la difesa del lavoratore e dei suoi diritti.

L’insicurezza e la precarietà non riguardano soltanto la condizione lavorativa degli uomini che vivono nei Paesi più sviluppati, ma investono anche, e soprattutto, le realtà economicamente meno avanzate del pianeta, i Paesi in via di sviluppo e i Paesi con economie in transizione.

Questi ultimi, oltre ai complessi problemi connessi al cambiamento dei modelli economici e produttivi, devono affrontare quotidianamente le difficili esigenze che provengono dalla globalizzazione in atto.

La situazione risulta particolarmente drammatica per il mondo del lavoro, investito da vasti e radicali cambiamenti culturali e strutturali, in contesti spesso privi di supporti legislativi, formativi e di assistenza sociale.

 

186-315
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Il decentramento produttivo, che assegna alle aziende minori molteplici compiti, in precedenza concentrati nelle grandi unità produttive, fa acquistare vigore e imprime nuovo slancio alle piccole e medie imprese.

Emergono così, accanto all’artigianato tradizionale, nuove imprese caratterizzate da piccole unità produttive operanti in settori di produzione moderni oppure in attività decentrate dalle aziende maggiori.

Molte attività che ieri richiedevano lavoro dipendente, oggi sono realizzate in forme nuove, che favoriscono il lavoro indipendente e si caratterizzano per una maggiore componente di rischio e di responsabilità.

Il lavoro nelle piccole e medie imprese, il lavoro artigianale e il lavoro indipendente possono costituire un’occasione per rendere più umano il vissuto lavorativo, sia per la possibilità di stabilire positive relazioni interpersonali in comunità di piccole dimensioni, sia per le opportunità offerte da una maggiore iniziativa e imprenditorialità.

Non sono però pochi, in questi settori, i casi di trattamenti ingiusti, di lavoro mal pagato e soprattutto insicuro.

 

187-316
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Nei Paesi in via di sviluppo, inoltre, si è diffuso, in questi ultimi anni, il fenomeno dell’espansione di attività economiche «informali» o «sommerse», che rappresenta un segnale di crescita economica promettente, ma solleva problemi etici e giuridici.

Il significativo aumento dei posti di lavoro suscitato da tali attività è dovuto, infatti, all’assenza di specializzazione di gran parte dei lavoratori locali e allo sviluppo disordinato dei settori economici formali.

Un elevato numero di persone è così costretto a lavorare in condizioni di grave disagio e in un quadro privo delle regole che tutelano la dignità del lavoratore.

I livelli di produttività, reddito e tenore di vita sono estremamente bassi e spesso si rivelano insufficienti a garantire ai lavoratori e alle loro famiglie il raggiungimento del livello di sussistenza.

b) Terzo pensiero e «mondo del lavoro 2.0»

Last step

188-317
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Di fronte alle imponenti e sostanziali modifiche del mondo del lavoro, il terzo pensiero rifiuta la falsa convinzione che i mutamenti in atto avvengano in modo deterministico.

Il fattore decisivo e « l’arbitro » di questa complessa fase di cambiamento è ancora una volta l’uomo, che deve restare il vero protagonista del suo lavoro.

Egli può e deve farsi carico in modo creativo e responsabile delle attuali innovazioni e riorganizzazioni, così che esse giovino alla crescita della persona, della famiglia, delle società e dell’intera famiglia umana.

Illuminante è per tutti il richiamo alla dimensione soggettiva del lavoro, a cui bisogna dare la dovuta priorità, perché il lavoro umano proviene immediatamente da persone  chiamate a portare avanti, le une con e per le altre, un’opera di creazione cura e tutela dell’ambiente a loro affidato.

 

189-318
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Le interpretazioni di tipo meccanicistico ed economicistico dell’attività produttiva, sebbene prevalenti e comunque influenti, risultano superate dalla stessa analisi scientifica dei problemi connessi con il lavoro.

Tali concezioni si rivelano oggi più di ieri del tutto inadeguate a interpretare i fatti, che dimostrano ogni giorno di più la valenza del lavoro in quanto attività libera e creativa dell’uomo.

Anche dai riscontri concreti deve derivare la spinta a superare senza indugio orizzonti teorici e criteri operativi ristretti e insufficienti rispetto alle dinamiche in atto, intrinsecamente incapaci di individuare i concreti e pressanti bisogni umani nella loro vasta gamma, che si estende ben oltre le categorie soltanto economiche.

L’uomo, a differenza di ogni altro essere vivente, ha bisogni certo non limitati soltanto all’«avere», perché la sua natura e la sua vocazione sono in relazione inscindibile col Trascendente.

La persona umana affronta l’avventura della trasformazione delle cose mediante il suo lavoro per soddisfare necessità e bisogni innanzi tutto materiali, ma lo fa seguendo un impulso che la spinge sempre oltre i risultati conseguiti, alla ricerca di ciò che può corrispondere più profondamente alle sue ineliminabili esigenze interiori.

 

190-319
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Cambiano le forme storiche in cui si esprime il lavoro umano, ma non devono cambiare le sue esigenze permanenti, che si riassumono nel rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo che lavora.

Di fronte al rischio di vedere negati questi diritti, devono essere immaginate e costruite nuove forme di solidarietà, tenendo conto dell’interdipendenza che lega tra loro gli uomini del lavoro.

Quanto più profondi sono i cambiamenti, tanto più deciso deve essere l’impegno dell’intelligenza e della volontà per tutelare la dignità del lavoro, rafforzando, ai diversi livelli, le istituzioni interessate.

Questa prospettiva consente di orientare al meglio le attuali trasformazioni nella direzione, tanto necessaria, della complementarità

  • tra la dimensione economica locale e quella globale;
  • tra economia « vecchia » e « nuova »;
  • tra l’innovazione tecnologica e l’esigenza di salvaguardare il lavoro umano;
  • tra la crescita economica e la compatibilità ambientale dello sviluppo.

 

191-320
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Alla soluzione delle problematiche vaste e complesse del lavoro, che in alcune aree assumono dimensioni drammatiche, gli scienziati e gli uomini di cultura sono chiamati ad offrire il loro contributo specifico, tanto importante per la scelta di soluzioni giuste.

È una responsabilità che richiede loro di evidenziare le occasioni e i rischi che nei cambiamenti si profilano e soprattutto di suggerire linee di azione per guidare il cambiamento nel senso più favorevole allo sviluppo dell’intera famiglia umana.

A loro spetta il grave compito di leggere e di interpretare i fenomeni sociali con intelligenza ed amore della verità, senza preoccupazioni dettate da interessi di gruppo o personali.

Il loro contributo, infatti, proprio perché di natura teorica, diventa un riferimento essenziale per l’agire concreto delle politiche economiche.

 

192-321
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Gli scenari attuali di profonda trasformazione del lavoro umano rendono ancor più urgente uno sviluppo autenticamente globale e solidale, in grado di coinvolgere tutte le zone del mondo, comprese quelle meno favorite.

Per queste ultime, l’avvio di un processo di sviluppo solidale di vasta portata non solo rappresenta una concreta possibilità per creare nuovi posti di lavoro, ma si configura anche come una vera e propria condizione di sopravvivenza per interi popoli: Occorre globalizzare la solidarietà.

Gli squilibri economici e sociali esistenti nel mondo del lavoro vanno affrontati ristabilendo la giusta gerarchia dei valori e ponendo al primo posto la dignità della persona che lavora.

Mai le nuove realtà, che investono con forza il processo produttivo, quali la globalizzazione della finanza, dell’economia, dei commerci e del lavoro, devono violare la dignità e la centralità della persona umana né la libertà e la democrazia dei popoli.

La solidarietà, la partecipazione e la possibilità di governare questi radicali cambiamenti costituiscono, se non la soluzione, certamente la necessaria garanzia etica perché le persone ed i popoli diventino non strumenti, ma protagonisti del loro futuro.

Tutto ciò può essere realizzato e, poiché è possibile, diventa doveroso.

 

193-322
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Risulta sempre più necessaria un’attenta considerazione della nuova situazione del lavoro nell’attuale contesto della globalizzazione, in una prospettiva che valorizzi la naturale propensione degli uomini a stabilire relazioni.

A questo proposito si deve affermare che l’universalità è una dimensione dell’uomo, non delle cose.

La tecnica potrà essere la causa strumentale della globalizzazione, ma è l’universalità della famiglia umana la sua causa ultima.

Anche il lavoro, pertanto, ha una sua dimensione universale, in quanto fondato sulla relazionalità umana.

Le tecniche, specialmente elettroniche, hanno permesso di dilatare tale aspetto relazionale del lavoro a tutto il pianeta, imprimendo alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato.

Il fondamento ultimo di questo dinamismo è l’uomo che lavora, è sempre l’elemento soggettivo e non quello oggettivo.

Anche il lavoro globalizzato trae origine, pertanto, dal fondamento antropologico dell’intrinseca dimensione relazionale del lavoro.

Gli aspetti negativi della globalizzazione del lavoro non devono mortificare le possibilità che si sono aperte per tutti di dare espressione ad un umanesimo del lavoro a livello planetario, ad una solidarietà del mondo del lavoro a questo livello, affinché lavorando in un simile contesto, dilatato ed interconnesso, l’uomo capisca sempre di più la sua vocazione unitaria e solidale.

 

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).


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CAPITOLO 3 – La Famiglia come cellula vitale della società

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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19) La famiglia prima società naturale

FAMILY STABILO

100 – 211 

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Il terzo pensiero considera la famiglia come la prima società naturale, titolare di diritti propri e originari, e la pone al centro della vita sociale.

Relegare la famiglia ad un ruolo subalterno e secondario, escludendola dalla posizione che le spetta nella società, significa recare un grave danno all’autentica crescita dell’intero corpo sociale.

Infatti, la famiglia, che nasce dall’intima comunione di vita e d’amore coniugale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, possiede una sua specifica e originaria dimensione sociale, in quanto luogo primario di relazioni interpersonali, prima e vitale cellula della società: essa è un’istituzione che sta a fondamento della vita delle persone, come prototipo di ogni ordinamento sociale.

 

a) L’importanza della famiglia per la persona

101- 212 

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La famiglia è importante e centrale in riferimento alla persona.

In questa culla della vita e dell’amore, l’uomo nasce e cresce.

Quando nasce un bambino, alla società viene fatto il dono di una nuova persona, che è  chiamata dall’intimo di sé alla comunione con gli altri e alla donazione agli altri.

Nella famiglia, pertanto, il dono reciproco di sé da parte dell’uomo e della donna uniti in matrimonio crea un ambiente di vita nel quale il bambino può sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino.

Nel clima di naturale affetto che lega i membri di una comunità familiare, le persone sono riconosciute e responsabilizzate nella loro integralità.

La prima e fondamentale struttura a favore dell’ “ecologia umana” è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona.

Gli obblighi dei suoi membri, infatti, non sono limitati dai termini di un contratto, ma derivano dall’essenza stessa della famiglia, fondata su un patto coniugale stabile e strutturata dai rapporti che ne derivano in seguito alla generazione o all’adozione dei figli.

 

b) L’importanza della famiglia per la società

102 – 213

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La famiglia, comunità naturale in cui si esperimenta la socialità umana, contribuisce in modo unico e insostituibile al bene della società.

La comunità familiare, infatti, nasce dalla comunione delle persone.

La “comunione” riguarda la relazione personale tra l’“io” e il “tu”.

La “comunità” invece supera questo schema nella direzione di una “società”, di un “noi”.

La famiglia, comunità di persone, è pertanto la prima “società” umana.

Una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo.

È del tutto evidente che il bene delle persone e il buon funzionamento della società sono strettamente connessi con una felice collocazione della comunità coniugale e familiare.

Senza famiglie forti nella comunione e stabili nell’impegno, i popoli si indeboliscono.

Nella famiglia vengono inculcati fin dai primi anni di vita i valori morali, si trasmette il patrimonio spirituale della comunità religiosa e quello culturale della Nazione.

In essa si fa l’apprendistato delle responsabilità sociali e della solidarietà.

 

103 – 214

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Va affermata la priorità della famiglia rispetto alla società e allo Stato.

La famiglia, infatti, almeno nella sua funzione procreativa, è la condizione stessa della loro esistenza.

Nelle altre funzioni a vantaggio di ciascuno dei suoi membri essa precede, per importanza e valore, le funzioni che la società e lo Stato devono svolgere.

La famiglia, soggetto titolare di diritti inviolabili, trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello Stato.

Essa non è, quindi, per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia.

Ogni modello sociale che intenda servire il bene dell’uomo non può prescindere dalla centralità e dalla responsabilità sociale della famiglia. 

La società e lo Stato, nelle loro relazioni con la famiglia, hanno invece l’obbligo di attenersi al principio di sussidiarietà.

In forza di tale principio, le autorità pubbliche non devono sottrarre alla famiglia quei compiti che essa può svolgere bene da sola o liberamente associata con altre famiglie; d’altra parte, le stesse autorità hanno il dovere di sostenere la famiglia assicurandole tutti gli aiuti di cui essa ha bisogno per assumere in modo adeguato tutte le sue responsabilità.

 

20) Il matrimonio come fondamento della famiglia

Just Married

104 – 215

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La famiglia (che il terzo pensiero vede come cardine della società nonché come prima società naturale) si forma a seguito del matrimonio.

Infatti, la famiglia ha il suo fondamento nella libera volontà dei coniugi di unirsi in matrimonio, nel rispetto dei significati e dei valori legati a questo istituto.

Per matrimonio, si intende

  • il vincolo affettivo e sociale di unione tra un uomo e di una donna
  • che costituisce una comunità corporale e spirituale permanente,
  • descritto come il distacco dalle famiglie di origine per formare realtà nuova descritta come “una sola carne”.

Il matrimonio trova il suo senso ultimo nella comunione duratura e nella donazione reciproca dell’uomo e della donna. Non soltanto la loro relazione si fonda sulla parità, ma anche sull’essere ordinati l’uno all’altro.

Su questa base naturale nasce una coniugalità che è opera della libertà, che è frutto di una stabile disposizione di amore che è accoglienza del dono dell’altro.

 

105 – 215

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Il matrimonio è un vincolo fondamentale in vista del bene sia dei coniugi e della prole che della società ed è dotato di molteplici valori e fini.

Si ritiene che l’istituto del matrimonio, inteso come  intima comunione coniugale di vita e d’amore, sia il risultato di una naturale tendenza umana.

Non è quindi ritenuto essere il risultato di convenzioni umane o di imposizioni legislative, ma deve la sua stabilità alla natura stessa dell’uomo.

È un istituto che nasce, anche per la società, dall’atto umano col quale i coniugi vicendevolmente si danno e si ricevono  e si fonda sulla stessa natura dell’amore coniugale che, in quanto dono totale ed esclusivo, da persona a persona, comporta un impegno tendenzialmente definitivo ed espresso con il consenso reciproco, irrevocabile e pubblico.

Tale impegno comporta che i rapporti tra i membri della famiglia siano improntati anche al senso della giustizia e, quindi, al rispetto dei reciproci diritti e doveri.

 

106 – 216

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Nessun potere può abolire il diritto naturale al matrimonio né modificarne i caratteri e la finalità.

Il matrimonio, infatti, è dotato di caratteristiche proprie, originarie e permanenti.

Nonostante i numerosi mutamenti verificatisi nel corso dei secoli nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali, in tutte le culture esiste un certo senso della dignità dell’unione matrimoniale, sebbene non traspaia ovunque con la stessa chiarezza.

Tale dignità va rispettata nelle sue caratteristiche specifiche, che esigono di essere salvaguardate di fronte ad ogni tentativo di stravolgimento.

La società non può disporre del legame matrimoniale, con il quale i due sposi si promettono fedeltà, assistenza e accoglienza dei figli, ma è abilitata a disciplinarne gli effetti civili.

 

107 – 217 

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Il matrimonio ha come suoi tratti caratteristici:

  • la totalità, per cui i coniugi si donano reciprocamente in tutte le componenti della persona, fisiche e spirituali;
  • l’unità che li rende una sola entità; 
  • l’indissolubilità tendenziale e la fedeltà che la donazione reciproca e definitiva comporta;
  • la fecondità a cui essa naturalmente si apre.

La natura del matrimonio  non deve essere sminuita, limitata o svalutata alla luce dei comportamenti di fatto e delle situazioni concrete nel quale i due coniugi ne falliscono le finalità e gli intenti.

Inoltre, il terzo pensiero non tollera la poligamia, perché è contraria alla pari dignità personale dell’uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un amore totale e perciò stesso unico ed esclusivo.

 

108 – 218 

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Il matrimonio, nella sua verità « oggettiva », è finalizzato alla mutua tutela dei coniugi, alla procreazione e all’educazione dei figli.

L’unione matrimoniale, infatti, fa vivere in pienezza quel dono sincero di sé, il cui frutto naturale sono i figli, a loro volta dono per i genitori, per l’intera famiglia e per tutta la società.

Il matrimonio, tuttavia, non è stato istituito unicamente in vista della procreazione.

Il suo carattere indissolubile e il suo valore di comunione permangono anche quando i figli, pur vivamente desiderati, non giungono a completare la vita coniugale.

Gli sposi, in questo caso, possono mostrare la loro generosità adottando bambini abbandonati oppure compiendo servizi significativi a favore del prossimo.

 

Funzione sociale della famiglia (21- 22 – 23 – 24)

a) L’amore e la formazione di una comunità di persone (21)

People 72

109 – 221

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La famiglia si propone come spazio di quella comunione, tanto necessaria in una società sempre più individualistica, nel quale far crescere un’autentica comunità di persone grazie all’incessante dinamismo dell’amore, che è la dimensione fondamentale dell’esperienza umana e che trova proprio nella famiglia un luogo privilegiato per manifestarsi.

L’amore fa sì che l’uomo si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire.

Grazie all’amore, realtà essenziale per definire il matrimonio e la famiglia, ogni persona, uomo e donna, è riconosciuta, accolta e rispettata nella sua dignità.

Dall’amore nascono rapporti vissuti all’insegna della gratuità, la quale rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.

L’esistenza di famiglie che vivono in tale spirito mette a nudo le carenze e le contraddizioni di una società orientata prevalentemente, se non esclusivamente, da criteri di efficienza e funzionalità.

La famiglia, che vive costruendo ogni giorno una rete di rapporti interpersonali, interni ed esterni, si pone invece come prima e insostituibile scuola di socialità, esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all’insegna del rispetto, della giustizia, del dialogo, dell’amore.

 

110 – 222

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L’amore si esprime anche mediante una premurosa attenzione verso gli anziani che vivono nella famigliala loro presenza può assumere un grande valore.

Essi sono un esempio di collegamento tra le generazioni, una risorsa per il benessere della famiglia e dell’intera società.

Non solo possono rendere testimonianza del fatto che vi sono aspetti della vita, come i valori umani e culturali, morali e sociali, che non si misurano in termini economici o di funzionalità, ma offrire anche un contributo efficace nell’ambito lavorativo e in quello della responsabilità.

Si tratta, infine, non solo di fare qualcosa per gli anziani, ma anche di accettare queste persone come collaboratori responsabili, con modalità che rendano ciò veramente possibile, come agenti di progetti condivisi, in fase sia di programmazione, sia di dialogo o di attuazione.

Gli anziani costituiscono un’importante scuola di vita, capace di trasmettere valori e tradizioni e di favorire la crescita dei più giovani, i quali imparano così a ricercare non soltanto il proprio bene, ma anche quello altrui. Se gli anziani si trovano in una situazione di sofferenza e dipendenza, non solo hanno bisogno di cure sanitarie e di un’assistenza appropriata, ma, soprattutto, di essere trattati con amore.

 

111 – 223

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L’essere umano è fatto per amare e senza amore non può vivere.

Quando si manifesta nel dono totale di due persone nella loro complementarità, l’amore non può essere ridotto alle emozioni e ai sentimenti, né, tanto meno, alla sua sola espressione sessuale.

Una società che tende sempre più a relativizzare e a banalizzare l’esperienza dell’amore e della sessualità esalta gli aspetti effimeri della vita e ne oscura i valori fondamentali: diventa quanto mai urgente annunciare e testimoniare che la verità dell’amore e della sessualità coniugale esiste là dove si realizza un dono pieno e totale delle persone con le caratteristiche dell’unità e della fedeltà.

Tale verità, fonte di gioia, di speranza e di vita, rimane impenetrabile e irraggiungibile fintanto che si rimane chiusi nel relativismo e nello scetticismo.

 

112 – 224

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Di fronte alle teorie che considerano l’identità di genere soltanto come prodotto culturale e sociale derivante dall’interazione tra la comunità e l’individuo, prescindendo dall’identità sessuale personale e senza alcun riferimento al vero significato della sessualità, il terzo pensiero rimane legato al principio di realtà che vede gli esseri umani nascere in forma di uomini e donne.

 Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale.

La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali sono orientate al bene del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare.

L’armonia della coppia e della società dipende in parte dal modo in cui si vivono tra i sessi la complementarità, il bisogno vicendevole e il reciproco aiuto.

È questa una prospettiva che fa considerare doverosa la conformazione del diritto positivo alla legge naturale, secondo la quale l’identità sessuale è indisponibile, perché è la condizione oggettiva per formare una coppia nel matrimonio.

 

113 – 225

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La natura dell’amore coniugale esige la stabilità del rapporto matrimoniale e la sua tendenziale indissolubilità.

La mancanza di questi requisiti pregiudica il rapporto di amore esclusivo e totale proprio del vincolo matrimoniale, con gravi sofferenze per i figli e con risvolti dannosi anche nel tessuto sociale.

La stabilità e l’indissolubilità dell’unione matrimoniale non devono essere affidate esclusivamente all’intenzione e all’impegno delle singole persone coinvolte: la responsabilità della tutela e della promozione della famiglia come fondamentale istituzione naturale, proprio in considerazione dei suoi vitali e irrinunciabili aspetti, compete piuttosto all’intera società.

La necessità di conferire un carattere istituzionale al matrimonio, fondandolo su un atto pubblico, socialmente e giuridicamente riconosciuto, deriva da basilari esigenze di natura sociale.

L’esaltazione del divorzio nelle legislazioni civili ha alimentato una visione relativistica del legame coniugale e si è ampiamente manifestata come una vera piaga sociale.

Le coppie che riescono a conservare e sviluppare i beni della stabilità e dell’indissolubilità assolvono in modo umile e coraggioso, una funzione fondamentale nella società che giustifica il primato del matrimonio su tutte le altre forme associative.

L’eventuale fallimento di questo intento deve essere considerato, appunto, un fallimento ed un problema sociale (oltre che personale).

 

114 – 226

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La comunità non deve però abbandonare a se stessi coloro che, dopo un divorzio, cercano di riavviare il proprio percorso.

Essi devono essere rispettati, incoraggiati e sostenuti nelle difficoltà di ordine pratico, psicologico e spirituale.

Da parte loro, queste persone possono, ed anzi devono, partecipare alla vita sociale e proseguire nell’opera di educazione dei figli.

 

115 – 227

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Le unioni di fatto, il cui numero è progressivamente aumentato, si basano su una falsa concezione della libertà di scelta degli individui e su un’impostazione del tutto privatistica del matrimonio e della famiglia.

Il matrimonio non è un semplice patto di convivenza, bensì un rapporto con una dimensione sociale unica rispetto a tutte le altre, in quanto la famiglia, provvedendo alla cura e all’educazione dei figli, si configura come strumento primario per la crescita integrale di ogni persona e per il suo positivo inserimento nella vita sociale.

L’eventuale equiparazione legislativa tra la famiglia e le « unioni di fatto » si tradurrebbe in un discredito del modello di famiglia, che non si può realizzare in una precaria relazione tra persone, ma solo in un’unione permanente originata da un matrimonio, ovvero dal patto tra un uomo e una donna, fondato su una reciproca e libera scelta che implica la piena comunione coniugale orientata verso la procreazione.

In altre parole, le unioni di fatto sono importanti associazioni di persone che, pur espletandone alcune, non espletano tutte le funzioni proprie della famiglia ed, a conseguenza di ciò, a differenza delle famiglie, non sono vitali per il corretto sviluppo della società tutta.

 

116 – 228

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Un problema particolare collegato alle unioni di fatto è quello riguardante la richiesta di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, sempre più oggetto di pubblico dibattito.

Le unioni omosessuali sono coppie di fatto che, seppur in alcuni particolari casi hanno la potenzialità di assolvere funzioni analoghe a quelle della famiglia, hanno molte maggiori probabilità di risultare dannose specialmente nel corretto sviluppo psicofisico dei figli.

Conseguentemente, pur trattandosi di un’associazione dotata di grande dignità e tendenzialmente impegnata nella perpetrazione del bene comune, essa non può essere equiparata alla famiglia in quanto non ne condivide la stessa utilità sociale e naturale.

Ciò naturalmente non toglie che la persona omosessuale deve essere pienamente rispettata nella sua dignità e incoraggiata a seguire il suo percorso verso la sua propria realizzazione.

 

117 – 229

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La solidità del nucleo familiare è una risorsa determinante per la qualità della convivenza sociale, perciò la comunità civile non può restare indifferente di fronte alle tendenze disgregatrici che minano alla base i suoi stessi pilastri portanti.

Se una legislazione può talvolta tollerare comportamenti moralmente inaccettabili, non deve mai indebolire il riconoscimento del matrimonio monogamico indissolubile quale unica forma autentica della famiglia.

È pertanto necessario che le pubbliche autorità, resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l’opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l’importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia.

È compito di tutti coloro che hanno a cuore il bene della società riaffermare che la famiglia costituisce, più ancora di un mero nucleo giuridico, sociale ed economico, una comunità di amore e di solidarietà che è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società.

 

b) La famiglia è il santuario della vita (22)

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118 – 230

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L’amore coniugale è per sua natura aperto all’accoglienza della vita.

Nel compito procreativo si rivela in modo eminente la dignità dell’essere umano, chiamato a farsi interprete della bontà e della fecondità che lo contraddistinguono.

La paternità e la maternità umane, pur essendo biologicamente simili a quelle di altri esseri in natura, hanno in sé in modo essenziale ed esclusivo una essenza e funzione, sulla quale si fonda la famiglia, intesa come comunità di vita umana, come comunità di persone unite nell’amore.

La generazione di nuove persone e di nuovi cittadini è una delle funzioni sociali per le quali si fa affidamento alla famiglia ed alla conseguente generazione di un dinamismo di amore e di solidarietà tra le generazioni che sta alla base della società.

Occorre riscoprire il valore sociale di particella del bene comune insito in ogni nuovo essere umano: ogni bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all’intera famiglia.

La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare.

 

119 – 231

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La famiglia fondata sul matrimonio costituisce la preziosissima struttura sociale posta a protezione della vita.

Essa è il luogo in cui la vita può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana.

Determinante e insostituibile è il ruolo della famiglia per la promozione e la costruzione della cultura della vita contro il diffondersi di una “anti-civiltà” distruttiva, com’è confermato oggi da tante tendenze e situazioni di fatto.

Le famiglie hanno la peculiare missione di essere testimoni e annunciatrici della sacralità della vita.

È un impegno che assume nella società il valore di vera e coraggiosa profezia.

È per questo motivo che servire la vita comporta che le famiglie, specie partecipando ad apposite associazioni, si adoperino affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non ledano in nessun modo il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, ma lo difendano e lo promuovano.

 

120 – 232

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La famiglia contribuisce in modo eminente al bene sociale mediante la paternità e la maternità responsabili, forme peculiari della speciale partecipazione dei coniugi all’opera creatrice a cui l’uomo è stato deputato.

L’onere di una simile responsabilità non può essere invocato per giustificare chiusure egoistiche, ma deve guidare le scelte dei coniugi verso una generosa accoglienza della vita.

In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita,

  • sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa,
  • sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato una nuova nascita.

Le motivazioni che devono guidare gli sposi nell’esercizio responsabile della paternità e della maternità derivano dal pieno riconoscimento dei propri doveri verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia di valori.

 

121 – 234

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Il giudizio circa l’intervallo tra le nascite e il numero dei figli da procreare spetta soltanto agli sposi.

È questo un loro diritto inalienabile considerando i doveri verso se stessi, verso i figli già nati, la famiglia e la società.

L’intervento dei pubblici poteri, nell’ambito delle loro competenze, per la diffusione di un’appropriata informazione e l’adozione di opportune misure in campo demografico, deve essere compiuto nel rispetto delle persone e della libertà delle coppie: non può mai sostituirsi alle loro scelte; tanto meno lo possono fare le varie organizzazioni operanti in questo settore.

Sono moralmente condannabili come attentati alla dignità della persona e della famiglia tutti i programmi di aiuto economico destinati a finanziare campagne di sterilizzazione o aborto selettivo mirate a risolvere, in questo modo, problematiche di tipo economico, demografico o sanitario.

 

122 – 235

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Il desiderio di maternità e paternità non giustifica alcun «diritto al figlio», mentre invece sono evidenti i diritti del nascituro, al quale devono essere garantite condizioni ottimali di esistenza, mediante la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio e la complementarità delle due figure, paterna e materna.

Il rapido sviluppo della ricerca e delle sue applicazioni tecniche nella sfera della riproduzione pone nuove e delicate questioni che chiamano in causa la società e le norme che regolano la convivenza umana.

Il terzo pensiero non tollera, in alcun modo, la riduzione del nascituro ad oggetto o prodotto né il danneggiamento o l’ingiustificata messa a rischio della salute fisica o psicologica della madre.

 

123 – 237

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I genitori, quali ministri della vita, non devono mai dimenticare che la dimensione culturale sociale e spirituale della procreazione merita una considerazione superiore a quella riservata a qualsiasi altro aspetto.

La paternità e la maternità rappresentano un compito di natura non semplicemente fisica, ma anche culturale, sociale e spirituale.

Accogliendo la vita umana nella unitarietà delle sue dimensioni, fisiche e spirituali, le famiglie contribuiscono alla « comunione delle generazioni » e danno in questo modo un essenziale e insostituibile contributo allo sviluppo della società.

Per questa ragione, la famiglia ha diritto all’assistenza da parte della società per quanto concerne i suoi compiti circa la procreazione e l’educazione dei figli.

Le coppie sposate, aventi una famiglia numerosa, hanno diritto a un adeguato aiuto e non devono essere sottoposte a discriminazione.

 

c) Dignità e diritti dei bambini (23)

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124 – 244 

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Il terzo pensiero indica costantemente l’esigenza di rispettare la dignità dei bambini.

Nella famiglia, comunità di persone, deve essere riservata una specialissima attenzione al bambino, sviluppando una profonda stima per la sua dignità personale, come pure un grande rispetto e un generoso servizio per i suoi diritti.

Ciò vale di ogni bambino, ma acquista una singolare urgenza quanto più il bambino è piccolo e bisognoso di tutto, malato, sofferente o handicappato.

I diritti dei bambini devono essere protetti dagli ordinamenti giuridici.

È necessario, innanzi tutto, il riconoscimento pubblico in tutti i Paesi del valore sociale dell’infanzia.

Nessun paese del mondo, nessun sistema politico può pensare al proprio avvenire se non attraverso l’immagine di queste nuove generazioni che dai loro genitori assumeranno il molteplice patrimonio dei valori, dei doveri e delle aspirazioni della nazione alla quale appartengono e di tutta la famiglia umana.

Il primo diritto del bambino è quello di nascere in una vera famiglia, un diritto il cui rispetto è sempre stato problematico e che oggi conosce nuove forme di violazione dovute allo sviluppo delle tecniche genetiche.

 

125 – 245

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La situazione di una larga parte dei bambini nel mondo è lungi dall’essere soddisfacente, per la mancanza di condizioni che favoriscano il loro sviluppo integralemalgrado l’esistenza di uno specifico strumento giuridico internazionale a tutela dei diritti del fanciullo, che impegna quasi tutti i membri della comunità internazionale.

Si tratta di condizioni connesse alla mancanza di servizi sanitari, di un’alimentazione adeguata, di possibilità a ricevere un minimo di formazione scolastica e di una casa.

Permangono insoluti, inoltre, alcuni gravissimi problemi: il traffico dei bambini, il lavoro minorile, il fenomeno dei «bambini di strada», l’impiego di bambini in conflitti armati, il matrimonio delle bambine, l’utilizzo dei bambini per il commercio di materiale pornografico, anche tramite i più moderni e sofisticati strumenti di comunicazione sociale.

È indispensabile combattere, a livello nazionale ed internazionale, le violazioni della dignità dei bambini e delle bambine causate dallo sfruttamento sessuale, dalle persone dedite alla pedofilia e dalle violenze di ogni genere subite da queste persone umane più indifese.

Si tratta di atti delittuosi che devono essere efficacemente combattuti, con adeguate misure preventive e penali, da una decisa azione delle diverse autorità.

d) Il compito educativo (24)

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126-238

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Con l’opera educativa, la famiglia forma l’uomo alla pienezza della sua dignità secondo tutte le sue dimensioni, compresa quella sociale.

La famiglia, infatti, costituisce una comunità di amore e di solidarietà che è in modo unico adatta ad insegnare e a trasmettere valori culturali, etici, sociali, spirituali e religiosi, essenziali per lo sviluppo e il benessere dei propri membri e della società.

Esercitando la sua missione educativa, la famiglia contribuisce al bene comune e costituisce la prima scuola di virtù sociali, di cui tutte le società hanno bisogno.

Le persone sono aiutate in famiglia a crescere nella libertà e nella responsabilità, premesse indispensabili per l’assunzione di qualsiasi compito nella società.

Con l’educazione, inoltre, vengono comunicati, per essere assimilati e fatti propri da ciascuno, alcuni valori fondamentali, necessari per essere cittadini liberi, onesti e responsabili.

 

127-239

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La famiglia ha un ruolo del tutto originale e insostituibile nell’educazione dei figli.

L’amore dei genitori, mettendosi al servizio dei figli per aiutarli a trarre da loro (« e-ducere») il meglio di sé, trova la sua piena realizzazione proprio nel compito educativo: l’amore dei genitori da sorgente diventa anima e pertanto norma, che ispira e guida tutta l’azione educativa concreta, arricchendola di quei valori di dolcezza, costanza, bontà, servizio, disinteresse, spirito di sacrificio, che sono il più prezioso frutto dell’amore.

Il diritto-dovere dei genitori di educare la prole si qualifica come 

  • essenziale, connesso com’è con la trasmissione della vita umana;
  • come originale e primario, rispetto al compito educativo di altri, per l’unicità del rapporto d’amore che sussiste tra genitori e figli;
  • come insostituibile ed inalienabile  che, pertanto, non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato.

I genitori hanno il diritto-dovere di impartire un’educazione  etico-religiosa e una formazione morale ai loro figli:  diritto che non può essere cancellato dallo Stato, ma rispettato e promosso; dovere primario, che la famiglia non può trascurare o delegare.

 

128-240

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I genitori sono i primi, ma non gli unici, educatori dei lori figli.

Spetta a loro, dunque, esercitare con senso di responsabilità l’opera educativa in stretta e vigile collaborazione con gli organismi civili e sociali: la stessa dimensione comunitaria e civile dell’uomo esige e conduce ad un’opera più ampia ed articolata, che sia il frutto della collaborazione ordinata delle diverse forze educative.

Queste forze sono tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire con una sua competenza e con un suo contributo propri.

I genitori hanno il diritto di scegliere gli strumenti formativi rispondenti alle proprie convinzioni e di cercare i mezzi che possano aiutarli nel loro compito di educatori, anche nell’ambito spirituale e religioso.

Le autorità pubbliche hanno il dovere di garantire tale diritto e di assicurare le condizioni concrete che ne consentono l’esercizio.

In tale contesto si pone anzitutto il tema della collaborazione tra famiglia e istituzione scolastica.

 

129-241

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I genitori hanno il diritto di fondare e sostenere istituzioni educative.

Le autorità pubbliche devono far sì che i pubblici sussidi siano stanziati in maniera che i genitori siano veramente liberi nell’esercitare questo diritto, senza andare incontro ad oneri ingiusti. Non si devono costringere i genitori a sostenere, direttamente o indirettamente, spese supplementari, che impediscano o limitino ingiustamente l’esercizio di questa libertà.

Il terzo pensiero ritiene inopportuno ed ingiusto che lo stato rifiuti il sostegno economico pubblico alle scuole non statali che ne abbiano necessità e rendano un servizio alla società civile.

Quando lo Stato rivendica a sé il monopolio scolastico, oltrepassa i suoi diritti, offende la giustizia e viola gli obblighi propri legati al principio di sussidiarietà.

 

130-242

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La famiglia ha la responsabilità di offrire un’educazione integrale.

Ogni vera educazione, infatti, deve promuovere la formazione della persona umana in vista del suo fine ultimo, e contemporaneamente per il bene della società di cui l’uomo è membro e alle cui responsabilità, divenuto adulto, avrà parte.

L’integralità è assicurata quando i figli — con la testimonianza di vita e con la parola — vengono educati al dialogo, all’incontro, alla socialità, alla legalità, alla solidarietà e alla pace, mediante la coltivazione delle virtù fondamentali della giustizia e della carità.

Nell’educazione dei figli, il ruolo materno e quello paterno sono ugualmente necessari.

I genitori devono, quindi, operare congiuntamente.

L’autorità sarà da loro esercitata con rispetto e delicatezza, ma anche con fermezza e vigore: essa deve essere credibile, coerente, saggia e sempre orientata verso il bene integrale dei figli.

 

131-243

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I genitori hanno poi una particolare responsabilità nella sfera dell’educazione sessuale.

È di fondamentale importanza, per una crescita equilibrata, che i figli apprendano in modo ordinato e progressivo il significato della sessualità e imparino ad apprezzare i valori umani e morali ad essa correlati.

Per gli stretti legami che intercorrono tra la dimensione sessuale della persona e i suoi valori etici, il compito educativo deve condurre i figli a conoscere e a stimare le norme morali come necessaria e preziosa garanzia per una responsabile crescita personale nella sessualità umana.

I genitori sono tenuti a verificare le modalità con cui viene attuata l’educazione sessuale nelle istituzioni educative, al fine di controllare che un tema così importante e delicato sia affrontato in modo appropriato.

 

25) La famiglia come protagonista della vita sociale

IndovinaChi.VieneACena

a) Solidarietà familiare

132 – 246

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La soggettività sociale delle famiglie, sia singole che associate, si esprime anche con manifestazioni di solidarietà e di condivisione, non solo tra le famiglie stesse, ma pure mediante varie forme di partecipazione alla vita sociale e politica.

Si tratta della conseguenza della realtà familiare fondata sull’amore: nascendo dall’amore e crescendo nell’amore, la solidarietà appartiene alla famiglia come dato costitutivo e strutturale.

È una solidarietà che può assumere il volto del servizio e dell’attenzione a quanti vivono nella povertà e nell’indigenza, agli orfani, agli handicappati, ai malati, agli anziani, a chi è nel lutto, a quanti sono nel dubbio, nella solitudine o nell’abbandono; una solidarietà che si apre all’accoglienza, all’affidamento o all’adozione; che sa farsi voce di ogni situazione di disagio presso le istituzioni, affinché intervengano secondo le loro specifiche finalità.

 

133-247

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Le famiglie, lungi dall’essere solo oggetto dell’azione politica, possono e devono diventare soggetto di tale attività.

Esse, cioè, si devono adoperare affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia.

In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere “protagoniste” della cosiddetta “politica familiare” e assumersi la responsabilità di trasformare la società.

A tale scopo va rafforzato l’associazionismo familiare.

Le famiglie hanno il diritto di formare associazioni con altre famiglie e istituzioni per svolgere il ruolo della famiglia in modo conveniente ed effettivo, come pure per proteggere i diritti, promuovere il bene e rappresentare gli interessi della famiglia.

Sul piano economico, sociale, giuridico e culturale, deve essere riconosciuto il legittimo ruolo delle famiglie e delle associazioni familiari nella elaborazione e nell’attuazione dei programmi che interessano la vita della famiglia.

 

b) Famiglia, vita economica e lavoro

134- 248

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Il rapporto che intercorre tra la famiglia e la vita economica è particolarmente significativo.

Da una parte, infatti, l’«eco-nomia» è nata dal lavoro domestico: la casa è stata per lungo tempo, e ancora — in molti luoghi — continua ad essere, unità di produzione e centro di vita.

Il dinamismo della vita economica, d’altra parte, si sviluppa con l’iniziativa delle persone e si realizza, secondo cerchi concentrici, in reti sempre più vaste di produzione e di scambio di beni e di servizi, che coinvolgono in misura crescente le famiglie.

La famiglia, dunque, va considerata, a buon diritto, come una protagonista essenziale della vita economica, orientata non dalla logica del mercato, ma da quella della condivisione e della solidarietà tra le generazioni.

 

135-249

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Un rapporto del tutto particolare lega la famiglia e il lavoro.

La famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano.

Tale rapporto affonda le sue radici nella relazione che intercorre tra la persona e il suo diritto a possedere il frutto del proprio lavoro e riguarda non solo il singolo come individuo, ma anche come membro di una famiglia, intesa quale «società domestica».

Il lavoro è essenziale in quanto rappresenta la condizione che rende possibile la fondazione di una famiglia, i cui mezzi di sussistenza si acquistano mediante il lavoro.

Il lavoro condiziona anche il processo di sviluppo delle persone, poiché una famiglia colpita dalla disoccupazione rischia di non realizzare pienamente le sue finalità.

L’apporto che la famiglia può offrire alla realtà del lavoro è prezioso e, per molti versi, insostituibile.

Si tratta di un contributo che si esprime sia in termini economici sia mediante le grandi risorse di solidarietà che la famiglia possiede e che costituiscono un importante appoggio per chi, al suo interno, si trova senza lavoro o è alla ricerca di un’occupazione.

Soprattutto e più radicalmente, è un contributo che si realizza con l’educazione al senso del lavoro e tramite l’offerta di orientamenti e sostegni di fronte alle stesse scelte professionali.

 

136-250

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Per tutelare questo rapporto tra famiglia e lavoro, un elemento da apprezzare e salvaguardare è il salario familiare, ossia un salario sufficiente a mantenere e a far vivere dignitosamente la famiglia.

Tale salario deve permettere la realizzazione di un risparmio che favorisca l’acquisizione di qualche forma di proprietà, come garanzia di libertà: il diritto alla proprietà è strettamente legato all’esistenza delle famiglie, che si mettono al riparo dal bisogno anche grazie al risparmio e alla costituzione di una proprietà familiare.

Vari possono essere i modi per dare concretezza al salario familiare.

Concorrono a determinarlo alcuni importanti provvedimenti sociali, quali gli assegni familiari e altri contributi per le persone a carico, nonché la remunerazione del lavoro casalingo di uno dei due genitori.

 

137-251

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Nel rapporto tra famiglia e lavoro, una speciale attenzione va riservata al lavoro della donna in famiglia, il cosiddetto lavoro di cura, che chiama in causa anche le responsabilità dell’uomo come marito e come padre.

Il lavoro di cura, a cominciare da quello della madre, proprio perché finalizzato e dedicato al servizio della qualità della vita, costituisce un tipo di attività lavorativa eminentemente personale e personalizzante, che deve essere socialmente riconosciuta e valorizzata, anche mediante un corrispettivo economico almeno pari a quello di altri lavori.

Nello stesso tempo, occorre eliminare tutti gli ostacoli che impediscono agli sposi di esercitare liberamente la loro responsabilità procreativa e, in particolare, quelli che costringono la donna a non svolgere pienamente le sue funzioni materne.

26) La società al servizio della famiglia

Indignati (Roma, 15.10.2011)

 

138-252

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Il punto di partenza per un corretto e costruttivo rapporto tra la famiglia e la società è il riconoscimento della soggettività e della priorità sociale della famiglia.

Il loro intimo rapporto impone che la società non venga mai meno al suo fondamentale compito di rispettare e di promuovere la famiglia stessa.

La società e, in particolare, le istituzioni statali — nel rispetto della priorità e antecedenza della famiglia — sono chiamate a garantire e favorire la genuina identità della vita familiare e a evitare e combattere tutto ciò che la altera e ferisce.

Ciò richiede che l’azione politica e legislativa salvaguardi i valori della famiglia, dalla promozione dell’intimità e della convivenza familiare, al rispetto della vita nascente, alla effettiva libertà di scelta nell’educazione dei figli.

La società e lo Stato non possono, pertanto, né assorbire, né sostituire, né ridurre la dimensione sociale della famiglia stessa; piuttosto devono onorarla, riconoscerla, rispettarla e promuoverla secondo il principio di sussidiarietà.

 

139-253

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Il servizio della società alla famiglia si concretizza nel riconoscimento, nel rispetto e nella promozione dei diritti della famiglia.

Tutto ciò richiede la realizzazione di autentiche ed efficaci politiche familiari con interventi precisi in grado di affrontare i bisogni che derivano dai diritti della famiglia come tale.

In tal senso, è necessario il prerequisito, essenziale e irrinunciabile, del riconoscimento — che comporta la tutela, la valorizzazione e la promozione — dell’identità della famiglia, società naturale fondata sul matrimonio.

Tale riconoscimento traccia una linea di demarcazione netta tra la famiglia propriamente intesa e le altre convivenze, che della famiglia — per loro natura — non possono meritare né il nome né lo statuto.

 

140-254

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Il riconoscimento, da parte delle istituzioni civili e dello Stato, della priorità della famiglia su ogni altra comunità e sulla stessa realtà statuale, comporta il superamento delle concezioni meramente individualistiche e l’assunzione della dimensione familiare come prospettiva, culturale e politica, irrinunciabile nella considerazione delle persone.

Ciò non si pone in alternativa, ma piuttosto a sostegno e tutela degli stessi diritti che le persone hanno singolarmente.

Tale prospettiva rende possibile elaborare criteri normativi per una soluzione corretta dei diversi problemi sociali, poiché le persone non devono essere considerate solo singolarmente, ma anche in relazione ai nuclei familiari in cui sono inserite, dei cui valori specifici ed esigenze si deve tenere debito conto.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).


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CAPITOLO 2 – I principi del terzo pensiero

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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11) Principi permanenti come cardini della dottrina sociale e politica che ne deriva.

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52-160 

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I principi permanenti della terzo pensiero costituiscono i veri e propri cardini della visione politica e sociale che ne deriva.

Detti principi sono:

  • il principio della dignità della persona umana — già trattato nel capitolo precedente — nel quale ogni altro principio e contenuto della dottrina sociale trova fondamento,
  • il principio del bene comune,
  • il principio della sussidiarietà 
  • ed il principio della solidarietà.

Tali principi, espressione dell’idea di uomo su cui si basa il terzo pensiero, scaturiscono  dall’esigenza di armonizzare gli ideali di fratellanza e giustizia, con i problemi derivanti dalla vita della società.

La comunità umana, riflettendo sapientemente all’interno della propria tradizione, ha dovrà impegnarsi a dare a tali principi una fondazione ed una configurazione sempre più accurate, enucleandoli progressivamente, nello sforzo di rispondere con coerenza alle esigenze dei tempi e ai continui sviluppi della vita sociale.

 

53-161

____________________________

Questi principi hanno un carattere generale e fondamentale, poiché riguardano la realtà sociale nel suo complesso.

Essi regoleranno

  • le relazioni interpersonali caratterizzate da prossimità ed immediatezza;
  • le relazioni mediate dalla politica, dall’economia e dal diritto;
  • le relazioni tra comunità o gruppi ai rapporti tra i popoli e le Nazioni.

Per la loro permanenza nel tempo ed universalità di significato, essi sono il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali, necessario perché vi si possono attingere i criteri di discernimento e di guida dell’agire sociale, in ogni ambito.

 

54-162

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I principi della dottrina sociale devono essere apprezzati nella loro unitarietà, connessione e articolazione.

Tale esigenza si radica nell’intento del terzo pensiero di costituire un corpus dottrinale unitario che interpreti le realtà sociali in modo organico.

L’attenzione verso ogni singolo principio nella sua specificità non deve condurre ad un suo utilizzo parziale ed errato, che avviene qualora lo si invochi come fosse disarticolato e sconnesso rispetto a tutti gli altri.

L’approfondimento teorico e la stessa applicazione di anche uno solo dei principi sociali fanno emergere con chiarezza la reciprocità, la complementarità, i nessi che li strutturano.

Questi cardini fondamentali del terzo pensiero rappresentano, inoltre, ben più di un patrimonio permanente di riflessione poiché indicano a tutti le vie possibili per edificare una vita sociale buona, autenticamente rinnovata.

 

55-163

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I principi del terzo pensiero, nel loro insieme, costituiscono quella prima articolazione della verità della società, dalla quale ogni coscienza è interpellata e invitata ad interagire con ogni altra, nella libertà, in piena corresponsabilità con tutti e nei confronti di tutti.

Alla questione della verità e del senso del vivere sociale, infatti, l’uomo non può sottrarsi, in quanto la società non è una realtà estranea al suo stesso esistere.

Tali principi hanno un significato profondamente morale perché rinviano ai fondamenti ultimi e ordinatori della vita sociale.

Per una loro piena comprensione, occorre agire nella loro direzione, sulla via dello sviluppo da essi indicato per una vita degna dell’uomo.

L’esigenza morale insita nei grandi principi sociali riguarda sia l’agire personale dei singoli, in quanto primi ed insostituibili soggetti responsabili della vita sociale ad ogni livello, sia, al tempo stesso, le istituzioni, rappresentate da leggi, norme di costume e strutture civili, a causa della loro capacità di influenzare e condizionare le scelte di molti e per molto tempo.

I principi ricordano, infatti, che la società storicamente esistente scaturisce dall’intrecciarsi delle libertà di tutte le persone che in essa interagiscono, contribuendo, mediante le loro scelte, ad edificarla o ad impoverirla.

12) Il Principio del Bene comune.

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a) Significato e principali implicazioni

56-164

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Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. 

Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente.

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale.

Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro.

Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune.

Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale.

57-165

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Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.

La persona non può trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere « con » e « per » gli altri.

Tale verità le impone non una semplice convivenza ai vari livelli della vita sociale e relazionale, ma la ricerca senza posa, in forma pratica e non soltanto ideale, del bene ovvero del senso e della verità rintracciabili nelle forme di vita sociale esistenti.

Nessuna forma espressiva della socialità — dalla famiglia, al gruppo sociale intermedio, all’associazione, all’impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla comunità dei popoli e delle Nazioni — può eludere l’interrogativo circa il proprio bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d’essere della sua stessa sussistenza.

b) La responsabilità di tutti per il bene comune

58-166

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Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali.

Tali esigenze riguardano anzitutto

  • l’impegno per la pace,
  • l’organizzazione dei poteri dello Stato,
  • un solido ordinamento giuridico,
  • la salvaguardia dell’ambiente,
  • la prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo:
    • alimentazione,
    • abitazione,
    • lavoro,
    • educazione
    • e accesso alla cultura,
    • trasporti,
    • salute,
    • libera circolazione delle informazioni
    • e tutela della libertà religiosa.

Non va dimenticato l’apporto che ogni Nazione è in dovere di dare per una vera cooperazione internazionale, in vista del bene comune dell’intera umanità, anche per le generazioni future.

59-167

____________________________  

Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo.

Il bene comune esige di essere servito pienamente, non secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare, ma in base a una logica che tende alla più larga assunzione di responsabilità.

Il bene comune è conseguente alle più elevate inclinazioni dell’uomo, ma è un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio.

Tutti hanno anche il diritto di fruire delle condizioni di vita sociale che risultano dalla ricerca del bene comune.

Bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale.

c) I compiti della comunità politica

60-168

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La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica.

Lo Stato, infatti, deve garantire coesione, unitarietà e organizzazione alla società civile di cui è espressione, in modo che il bene comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini.

L’uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi non sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno sviluppo; da ciò deriva la necessità di istituzioni politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni necessari — materiali, culturali, morali, spirituali — per condurre una vita veramente umana.

Il fine della vita sociale è il bene comune storicamente realizzabile.

61-169

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Per assicurare il bene comune, il governo di ogni Paese ha il compito specifico di armonizzare con giustizia i diversi interessi settoriali.

La corretta conciliazione dei beni particolari di gruppi e di individui è una delle funzioni più delicate del potere pubblico.

Non va dimenticato, inoltre, che nello Stato democratico, in cui le decisioni sono solitamente assunte a maggioranza dai rappresentanti della volontà popolare, coloro ai quali compete la responsabilità di governo sono tenuti ad interpretare il bene comune del loro Paese non soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza.

62-170

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Il bene comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera creazione.

Per nessun motivo si può privare il bene comune della sua dimensione intima, spirituale e trascendente, che eccede ma anche dà compimento a quella storica.

La ricchezza ed il benessere che le comunità possono eventualmente garantire, devono rimanere mezzi per la realizzazione personale e la tutela della dignità dei loro componenti.

Se la ricerca della ricchezza e del benessere viene trasformata in finalità sterile o, peggio, in giustificazione per azioni dannose e parassitarie, essa rischia di risultare una controproducente fonte di insensibilità, infelicità e bulimia.

In altre parole, finisce per essere un male per la comunità tutta.

Una visione puramente storica e materialistica finirebbe per trasformare il bene comune in semplice benessere socio-economico, privo di ogni finalizzazione trascendente ovvero della sua più profonda ragion d’essere.

13) La destinazione universale dei beni.

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a) Origine e significato

63-171
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 Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni.

La terra con tutto quello che in essa è contenuto è destinata all’uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la giustizia e per compagna la carità.

Tale principio si basa sulla convinzione circa l’opportunità di comportarsi come se all’uomo sia stata data la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti.

La terra è stata data a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno.

È qui la radice dell’universale destinazione dei beni della terra.

Questa, in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell’uomo, è da considerarsi come un bene affidato all’umanità tutta per il sostentamento della vita umana.

La persona, infatti, non può fare a meno dei beni materiali che rispondono ai suoi bisogni primari e costituiscono le condizioni basilari per la sua esistenza; questi beni le sono assolutamente indispensabili per alimentarsi e crescere, per comunicare, per associarsi e per poter conseguire le più alte finalità cui è chiamata.

64-172
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 Il principio della destinazione universale dei beni della terra è alla base del diritto universale all’uso dei beni.

Ogni uomo deve avere la possibilità di usufruire del benessere necessario al suo pieno sviluppo: il principio dell’uso comune dei beni è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale e principio tipico del terzo pensiero politico.

Per questa ragione è doveroso precisarne la natura e le caratteristiche.

Si tratta innanzi tutto di un diritto naturale, inscritto nella natura dell’uomo, e non di un diritto solo positivo, legato alla contingenza storica; inoltre, tale diritto è originario.

Esso inerisce alla singola persona, ad ogni persona, ed è prioritario rispetto a qualunque intervento umano sui beni, a qualunque ordinamento giuridico degli stessi, a qualunque sistema e metodo economico-sociale.

Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli della proprietà e del libero commercio, sono subordinati ad essa [e cioè alla destinazione universale dei beni]: non devono quindi intralciarne, bensì al contrario facilitarne la realizzazione, ed è un dovere sociale grave e urgente restituirli alla loro finalità originaria.

65-173
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 L’attuazione concreta del principio della destinazione universale dei beni, secondo i differenti contesti culturali e sociali, implica una precisa definizione dei modi, dei limiti, degli oggetti.

Destinazione ed uso universale non significano che tutto sia a disposizione di ognuno o di tutti, e neppure che la stessa cosa serva o appartenga ad ognuno o a tutti.

Se è vero che tutti nascono con il diritto all’uso dei beni, è altrettanto vero che, per assicurarne un esercizio equo e ordinato, sono necessari interventi regolamentati, frutto di accordi nazionali e internazionali, ed un ordinamento giuridico che determini e specifichi tale esercizio.

66-174
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 Il principio della destinazione universale dei beni invita a coltivare una visione dell’economia ispirata a valori morali che permettano di non perdere mai di vista né l’origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un mondo equo e solidale, in cui la formazione della ricchezza possa assumere una funzione positiva.

La ricchezza, in effetti, presenta questa valenza nella molteplicità delle forme che possono esprimerla come il risultato di un processo produttivo di elaborazione tecnico-economica delle risorse disponibili, naturali e derivate, guidato dall’inventiva, dalla capacità progettuale, dal lavoro degli uomini, e impiegato come mezzo utile per promuovere il benessere degli uomini e dei popoli e per contrastare la loro esclusione e il loro sfruttamento.

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 La destinazione universale dei beni comporta uno sforzo comune teso ad ottenere per ogni persona e per tutti i popoli le condizioni necessarie allo sviluppo integrale.

In questo modo tutti potranno contribuire alla promozione di un mondo più umano, in cui ciascuno possa dare e ricevere, ed in cui il progresso degli uni non sarà un ostacolo allo sviluppo degli altri, né un pretesto per il loro assoggettamento.

Questo principio corrisponde all’appello incessantemente rivolto  alle persone e alle società di ogni tempo, sempre esposte alle tentazioni della brama del possesso.

b) Destinazione universale dei beni e proprietà privata

68-176
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 Mediante il lavoro, l’uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la terra e a farne la sua degna dimora.

In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro.

È qui l’origine della proprietà individuale.

La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l’autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana.

Costituiscono in definitiva una delle condizioni delle libertà civili, in quanto producono stimoli ad osservare il dovere e la responsabilità.

La proprietà privata è elemento essenziale di una politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un retto ordine sociale. 

Il terzo pensiero politico annovera tra i suoi obiettivi l’accessibilità alla proprietà dei beni equamente offerta a tutti, così che tutti diventino, almeno in qualche misura, proprietari, ed esclude il ricorso a forme di comune e promiscuo dominio.

69-177
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Il terzo pensiero politico non riconosce il diritto alla proprietà privata come assoluto ed intoccabile.

Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell’intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell’uso comune, alla destinazione universale dei beni.

Il principio della destinazione universale dei beni afferma l’esigenza che i beni del creato rimangano finalizzati e destinati allo sviluppo di tutto l’uomo e dell’intera umanità.

Tale principio non si oppone al diritto di proprietà, ma indica la necessità di regolamentarlo. 

La proprietà privata, infatti, quali che siano le forme concrete dei regimi e delle norme giuridiche ad essa relative, è, nella sua essenza, solo uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo.

70-178
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Il terzo pensiero riconosce la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato, con il chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune.

L’uomo deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono essere utili non solo a lui ma anche agli altri.

La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli sul loro uso da parte dei legittimi proprietari.

La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell’uso delle proprie risorse, ma deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune.

Ne consegue il dovere da parte dei proprietari di non tenere inoperosi i beni posseduti e di destinarli all’attività produttiva, anche affidandoli a chi ha desiderio e capacità di avviarli a produzione.

71-179
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L’attuale fase storica, mettendo a disposizione della società beni nuovi, del tutto sconosciuti fino ai tempi recenti, impone una rilettura del principio della destinazione universale dei beni della terra, rendendone necessaria un’estensione che comprenda anche i frutti del recente progresso economico e tecnologico.

La proprietà dei nuovi beni, che provengono dalla conoscenza, dalla tecnica e dal sapere, diventa sempre più decisiva, perché su di essa si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali.

Le nuove conoscenze tecniche e scientifiche devono essere poste a servizio dei bisogni primari dell’uomo, affinché possa gradualmente accrescersi il patrimonio comune dell’umanità.

La piena attuazione del principio della destinazione universale dei beni richiede, pertanto, azioni a livello internazionale e iniziative programmate da parte di tutti i Paesi.

Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo, assicurare a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base, che consentano di partecipare allo sviluppo.

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 Se nel processo di sviluppo economico e sociale acquistano notevole rilievo forme di proprietà sconosciute in passato, non si possono dimenticare, tuttavia, quelle tradizionali.

La proprietà individuale non è la sola forma legittima di possesso.

Riveste particolare importanza anche l’antica forma di proprietà comunitaria che, pur presente anche nei Paesi economicamente avanzati, caratterizza, in modo peculiare, la struttura sociale di numerosi popoli indigeni.

È una forma di proprietà che incide tanto profondamente nella vita economica, culturale e politica di quei popoli da costituire un elemento fondamentale della loro sopravvivenza e del loro benessere.

La difesa e la valorizzazione della proprietà comunitaria non devono escludere, tuttavia, la consapevolezza del fatto che anche questo tipo di proprietà è destinato ad evolversi.

Se si agisse in modo da garantire solo la sua conservazione, si correrebbe il rischio di legarla al passato e, in questo modo, di comprometterla.

Resta sempre cruciale, specie nei Paesi in via di sviluppo o che sono usciti da sistemi collettivistici o di colonizzazione, l’equa distribuzione della terra.

Nelle zone rurali, la possibilità di accedere alla terra tramite le opportunità offerte anche dai mercati del lavoro e del credito è condizione necessaria per l’accesso agli altri beni e servizi; oltre a costituire una via efficace per la salvaguardia dell’ambiente, tale possibilità rappresenta un sistema di sicurezza sociale realizzabile anche nei Paesi che hanno una struttura amministrativa debole.

73-181
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 Dalla proprietà deriva al soggetto possessore, sia esso il singolo oppure una comunità, una serie di obiettivi vantaggi: condizioni di vita migliori, sicurezza per il futuro, più ampie opportunità di scelta.

Dalla proprietà, d’altro canto, può provenire anche una serie di promesse illusorie e tentatrici.

L’uomo o la società che giungono al punto di assolutizzarne il ruolo finiscono per fare l’esperienza della più radicale schiavitù.

Nessun possesso, infatti, può essere considerato indifferente per l’influsso che ha tanto sui singoli, quanto sulle istituzioni: il possessore che incautamente idolatra i suoi beni  ne viene più che mai posseduto e asservito.

Solo riconoscendone la concessione condizionata e finalizzandoli conseguentemente al bene comune, è possibile conferire ai beni materiali la funzione di strumenti utili alla crescita degli uomini e dei popoli.

c) Destinazione universale dei beni e opzione preferenziale per i poveri

74-182
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 Il principio della destinazione universale dei beni richiede che si guardi con particolare sollecitudine ai poveri, a coloro che si trovano in situazioni di marginalità e, in ogni caso, alle persone a cui le condizioni di vita impediscono una crescita adeguata. 

A tale proposito va ribadita, in tutta la sua forza, l’opzione preferenziale per i poveri.

È, questa, una opzione, o una forma speciale di primato nell’esercizio della carità.

Essa si riferisce alla vita di ciascun cittadino e si applica egualmente alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni.

Oggi poi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore.

75-183
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 La miseria umana è il segno evidente della condizione di debolezza dell’uomo e del suo bisogno di salvezza.

Per questo motivo, uno dei principali metri di giudizio dell’attività politica dovrà essere basata su quanto avranno fatto per i poveri.

D’altro canto, non dovrà essere abbandonato il realismo e la conoscenza della natura umana che, mentre da una parte apprezzerà sempre i lodevoli sforzi che si faranno per sconfiggere la povertà, dall’altra metterà in guardia da posizioni ideologiche e da messianismi che alimentano l’illusione che si possa sopprimere da questo mondo in maniera totale il problema della povertà.

Il terzo pensiero politico contempla la possibilità che, a seguito della natura umana e dello stato delle cose, la povertà possa anche essere ineliminabile.

In ogni caso, prima che essa sia eliminata, i poveri restano a noi affidati e su questa responsabilità saremo giudicati.

Non sarà considerata tollerabile alcuna azione politica che non preveda il soccorso dei poveri e degli ultimi nei loro gravi bisogni.

76-184
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 L’amore per i poveri deve riguardare sia la povertà materiale che anche le numerose forme di povertà culturale e religiosa.

Non si riconoscono condizioni che giustifichino l’interruzione dell’impegno mirato a sollevare i poveri, a difenderli ed a liberarli.

Ciò deve essere fatto con innumerevoli opere di beneficenza, che rimangono sempre e dappertutto indispensabili nonché con altrettanto  innumerevoli opere di misericordia corporali e spirituali.

Tra queste opere, l’elemosina ai poveri (ovvero il dono gratuito di qualcosa di proprio) è una delle principali testimonianze della carità fraterna.

E’ fondamentale che la pratica della carità non si riduca alla semplice fornitura dei minimi beni materiali, ma deve implicare l’attenzione alla dimensione sociale e politica del problema della povertà.

Deve essere sottolineato inoltre il rapporto tra carità e giustizia: quando si doneranno ai poveri le cose indispensabili, non dovrà essere considerata una semplice elargizione personale, ma bensì una restituzione di ciò che è loro.

Più che un atto di carità, la cura dei poveri è l’adempimento di un dovere di giustizia.

E’ considerato inevitabile che l’amore per i poveri sia inconciliabile con lo smodato amore per le ricchezze o con il loro uso egoistico.

14) Il principio di sussidiarietà.

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a) Origine e significato

77-185
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 La sussidiarietà è tra le più costanti e caratteristiche direttive del terzo pensiero.

È impossibile promuovere la dignità della persona se non prendendosi cura della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale.

È questo l’ambito della società civile, intesa come l’insieme dei rapporti tra individui e tra società intermedie, che si realizzano in forma originaria e grazie alla soggettività creativa del cittadino.

La rete di questi rapporti innerva il tessuto sociale e costituisce la base di una vera comunità di persone, rendendo possibile il riconoscimento di forme più elevate di socialità.

78-186
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Il principio di sussidiarietà, e cioè l’esigenza di tutelare e di promuovere le espressioni originarie della socialità deve essere considerato come principio importantissimo della  filosofia sociale.

Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare.

Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.

In base a tale principio, tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto (subsidium— quindi di sostegno, promozione, sviluppo — rispetto alle minori.

In tal modo, i corpi sociali intermedi possono adeguatamente svolgere le funzioni che loro competono, senza doverle cedere ingiustamente ad altre aggregazioni sociali di livello superiore, dalle quali finirebbero per essere assorbiti e sostituiti e per vedersi negata, alla fine, dignità propria e spazio vitale.

Alla sussidiarietà intesa in senso positivo, come aiuto economico, istituzionale, legislativo offerto alle entità sociali più piccole, corrisponde una serie di implicazioni in negativo, che impongono allo Stato di astenersi da quanto restringerebbe, di fatto, lo spazio vitale delle cellule minori ed essenziali della società.

La loro iniziativa, libertà e responsabilità non devono essere soppiantate.

b) Indicazioni concrete

79-187
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 Il principio di sussidiarietà protegge le persone dagli abusi delle istanze sociali superiori e sollecita queste ultime ad aiutare i singoli individui e i corpi intermedi a sviluppare i loro compiti.

Questo principio si impone perché ogni persona, famiglia e corpo intermedio ha qualcosa di originale da offrire alla comunità.

L’esperienza attesta che la negazione della sussidiarietà, o la sua limitazione in nome di una pretesa democratizzazione o uguaglianza di tutti nella società, limita e talvolta anche annulla lo spirito di libertà e di iniziativa.

Con il principio della sussidiarietà contrastano forme di accentramento, di burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato e dell’apparato pubblico.

Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese.

Il mancato o inadeguato riconoscimento dell’iniziativa privata, anche economica, e della sua funzione pubblica, nonché i monopoli, concorrono a mortificare il principio della sussidiarietà.

All’attuazione del principio di sussidiarietà corrispondono:

  • il rispetto e la promozione effettiva del primato della persona e della famiglia;
  • la valorizzazione delle associazioni e delle organizzazioni intermedie, nelle proprie scelte fondamentali e in tutte quelle che non possono essere delegate o assunte da altri;
  • l’incoraggiamento offerto all’iniziativa privata, in modo tale che ogni organismo sociale rimanga a servizio, con le proprie peculiarità, del bene comune;
  • l’articolazione pluralistica della società e la rappresentanza delle sue forze vitali;
  • la salvaguardia dei diritti umani e delle minoranze;
  • il decentramento burocratico e amministrativo;
  • l’equilibrio tra la sfera pubblica e quella privata, con il conseguente riconoscimento della funzione sociale del privato;
  • un’adeguata responsabilizzazione del cittadino nel suo essere parte attiva della realtà politica e sociale del Paese.

80-188
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 Diverse circostanze possono consigliare che lo Stato eserciti una funzione di supplenza.

Si pensi, ad esempio, alle situazioni in cui è necessario che lo Stato stesso promuova l’economia, a causa dell’impossibilità per la società civile di assumere autonomamente l’iniziativa; si pensi anche alle realtà di grave squilibrio e ingiustizia sociale, in cui solo l’intervento pubblico può creare condizioni di maggiore eguaglianza, di giustizia e di pace.

Alla luce del principio di sussidiarietà, tuttavia, questa supplenza istituzionale non deve prolungarsi ed estendersi oltre lo stretto necessario, dal momento che trova giustificazione soltanto nell’eccezionalità della situazione.

In ogni caso, il bene comune correttamente inteso, le cui esigenze non dovranno in alcun modo essere in contrasto con la tutela e la promozione del primato della persona e delle sue principali espressioni sociali, dovrà rimanere il criterio di discernimento circa l’applicazione del principio di sussidiarietà.

15) La partecipazione.

CAPIZZI SAN GIACOMO 2013.

a) Significato e valore

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Caratteristica conseguenza della sussidiarietà è la partecipazioneche si esprime, essenzialmente, in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, direttamente o a mezzo di propri rappresentanti, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene.

La partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune.

Essa non può essere delimitata o ristretta a qualche contenuto particolare della vita sociale, data la sua importanza per la crescita, innanzi tutto umana, in ambiti quali il mondo del lavoro e le attività economiche nelle loro dinamiche interne, l’informazione e la cultura e, in massimo grado, la vita sociale e politica fino ai livelli più alti, quali sono quelli da cui dipende la collaborazione di tutti i popoli per l’edificazione di una comunità internazionale solidale.

In tale prospettiva, diventa imprescindibile l’esigenza di favorire la partecipazione soprattutto dei più svantaggiati e l’alternanza dei dirigenti politici, al fine di evitare che si instaurino privilegi occulti; è necessaria inoltre una forte tensione morale, affinché la gestione della vita pubblica sia il frutto della corresponsabilità di ognuno nei confronti del bene comune.

b) Partecipazione e democrazia

82-190 

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La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democraticioltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia.

Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall’attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa.

Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell’esercizio delle funzioni che essa svolge.

83-191

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 La partecipazione si può ottenere in tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni: a questo fine, particolare attenzione deve essere rivolta ai contesti storici e sociali nei quali essa dovrebbe veramente attuarsi.

Il superamento degli ostacoli culturali, giuridici e sociali, che spesso si frappongono come vere barriere alla partecipazione solidale dei cittadini alle sorti della propria comunità, richiede un’opera informativa ed educativa.

Meritano una preoccupata considerazione, in questo senso, tutti gli atteggiamenti che inducono il cittadino a forme partecipative insufficienti o scorrette e alla diffusa disaffezione per tutto quanto concerne la sfera della vita sociale e politica: si pensi, ad esempio, ai tentativi dei cittadini di contrattare le condizioni più vantaggiose per sé con le istituzioni, quasi che queste fossero al servizio dei bisogni egoistici, e alla prassi di limitarsi all’espressione della scelta elettorale, giungendo anche, in molti casi, ad astenersene.

Sul fronte della partecipazione, un’ulteriore fonte di preoccupazione è data

  • dai Paesi a regime totalitario o dittatoriale, in cui il fondamentale diritto a partecipare alla vita pubblica è negato alla radice, perché considerato una minaccia per lo Stato stesso;
  • dai Paesi in cui tale diritto è enunciato soltanto formalmente, ma concretamente non si può esercitare;
  • da altri ancora in cui l’elefantiasi dell’apparato burocratico nega di fatto al cittadino la possibilità di proporsi come un vero attore della vita sociale e politica.

16) Il principio della solidarietà.

Saint Sebastian Day ....

a) Significato e valore

84-192
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 La solidarietà conferisce particolare risalto all’intrinseca socialità della persona umana, all’uguaglianza di tutti in dignità e diritti, al comune cammino degli uomini e dei popoli verso una sempre più convinta unità. 

Mai come oggi c’è stata una consapevolezza tanto diffusa del legame di interdipendenza tra gli uomini e i popoli, che si manifesta a qualsiasi livello.

Il rapidissimo moltiplicarsi delle vie e dei mezzi di comunicazione « in tempo reale », quali sono quelli telematici, gli straordinari progressi dell’informatica, l’accresciuto volume degli scambi commerciali e delle informazioni, stanno a testimoniare che, per la prima volta dall’inizio della storia dell’umanità, è ormai possibile, almeno tecnicamente, stabilire relazioni anche tra persone lontanissime o sconosciute.

A fronte del fenomeno dell’interdipendenza e del suo costante dilatarsi, persistono, d’altra parte, in tutto il mondo, fortissime disuguaglianze tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, alimentate anche da diverse forme di sfruttamento, di oppressione e di corruzione che influiscono negativamente sulla vita interna e internazionale di molti Stati. 

Il processo di accelerazione dell’interdipendenza tra le persone e i popoli deve essere accompagnato da un impegno sul piano etico-sociale altrettanto intensificato, per evitare le nefaste conseguenze di una situazione di ingiustizia di dimensioni planetarie, destinata a ripercuotersi assai negativamente anche negli stessi Paesi attualmente più favoriti.

b) La solidarietà come principio sociale e come virtù morale

85-193
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Le nuove relazioni di interdipendenza tra uomini e popoli, che sono, di fatto, forme di solidarietà, devono trasformarsi in relazioni tese ad una vera e propria solidarietà etico-sociale, che è l’esigenza morale insita in tutte le relazioni umane.

La solidarietà si presenta, dunque, sotto due aspetti complementari: quello di principio sociale e quello di virtù morale.

La solidarietà deve essere colta, innanzi tutto, nel suo valore di principio sociale ordinatore delle istituzioni, in base al quale le modalità di interazione basate sui rapporti di forza e di prepotenza, che dominano i rapporti tra le persone e i popoli, devono essere superate e trasformate in strutture di solidarietà, mediante la creazione o l’opportuna modifica di leggi, regole del mercato, ordinamenti.

La solidarietà è anche una vera e propria virtù morale, non un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane.

Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

La solidarietà assurge al rango di virtù sociale fondamentale poiché si colloca nella dimensione della giustizia, virtù orientata per eccellenza al bene comune, e nell’impegno per il bene del prossimo con la disponibilità a sacrificarsi a favore dell’altro invece di sfruttarlo, e a “servirlo” invece di opprimerlo per il proprio tornaconto.

c) Solidarietà e crescita comune degli uomini

86-194
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Il messaggio della terzo pensiero circa la solidarietà mette in evidenza il fatto che esistono stretti vincoli tra solidarietà e bene comune, solidarietà e destinazione universale dei beni, solidarietà e uguaglianza tra gli uomini e i popoli, solidarietà e pace nel mondo.

Il termine «solidarietà» esprime in sintesi l’esigenza di riconoscere nell’insieme dei legami che uniscono gli uomini e i gruppi sociali tra loro, lo spazio offerto alla libertà umana per provvedere alla crescita comune, condivisa da tutti.

L’impegno in questa direzione si traduce nell’apporto positivo da non far mancare alla causa comune e nella ricerca dei punti di possibile intesa anche là dove prevale una logica di spartizione e frammentazione, nella disponibilità a spendersi per il bene dell’altro al di là di ogni individualismo e particolarismo.

87-195

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 Il principio della solidarietà comporta che gli uomini del nostro tempo coltivino maggiormente la consapevolezza del debito che hanno nei confronti della società entro la quale sono inseriti.

Sono debitori di quelle condizioni che rendono vivibile l’umana esistenza, come pure di quel patrimonio, indivisibile e indispensabile, costituito dalla cultura, dalla conoscenza scientifica e tecnologica, dai beni materiali e immateriali, da tutto ciò che la vicenda umana ha prodotto.

Un simile debito va onorato nelle varie manifestazioni dell’agire sociale, così che il cammino degli uomini non si interrompa, ma resti aperto alle generazioni presenti e a quelle future, chiamate insieme, le une e le altre, a condividere, nella solidarietà, lo stesso dono.

17) I valori fondanti del terzo pensiero.

a) Rapporto tra principi e valori

☽ ☺ ☆ [Luna Park]

88 – 197
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Il terzo pensiero, oltre ai principi che devono presiedere all’edificazione di una società degna dell’uomo, indica anche dei valori fondamentali.

Il rapporto tra principi e valori è indubbiamente di reciprocità, in quanto i valori sociali esprimono l’apprezzamento da attribuire a quei determinati aspetti del bene morale che i principi intendono conseguire, offrendosi come punti di riferimento per l’opportuna strutturazione e la conduzione ordinata della vita sociale.

I valori richiedono, pertanto, sia la pratica dei principi fondamentali della vita sociale, sia l’esercizio personale delle virtù, e quindi degli atteggiamenti morali corrispondenti ai valori stessi.

Tutti i valori sociali sono inerenti alla dignità della persona umana, della quale favoriscono l’autentico sviluppo, e sono, essenzialmente: la verità, la libertà, la giustizia, l’amore.

La loro pratica è via sicura e necessaria per raggiungere il perfezionamento personale e una convivenza sociale più umana; essi costituiscono l’imprescindibile riferimento per i responsabili della cosa pubblica, chiamati ad attuare le riforme sostanziali delle strutture economiche, politiche, culturali e tecnologiche e i necessari cambiamenti nelle istituzioni.

b) La verità

MAGNIFYING GLASS.... LOUPE.... LENTE D'INGRANDIMENTO!! 57

89 – 198
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 Gli uomini sono tenuti in modo particolare a tendere di continuo alla verità, a rispettarla e ad attestarla responsabilmente.

Vivere nella verità ha un significato speciale nei rapporti sociali: la convivenza fra gli esseri umani all’interno di una comunità, infatti, è ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità.

Quanto più le persone e i gruppi sociali si sforzano di risolvere i problemi sociali secondo verità, tanto più si allontanano dall’arbitrio e si conformano alle esigenze obiettive della moralità.

Il nostro tempo richiede un’intensa attività educativa e un corrispondente impegno da parte di tutti, affinché la ricerca della verità, non riconducibile all’insieme o a qualcuna delle diverse opinioni, sia promossa in ogni ambito, e prevalga su ogni tentativo di relativizzarne le esigenze o di recarle offesa.

È una questione che investe in modo particolare il mondo della comunicazione pubblica e quello dell’economia.

In essi, l’uso spregiudicato del denaro fa emergere degli interrogativi sempre più pressanti, che rimandano necessariamente a un bisogno di trasparenza e di onestà nell’agire, personale e sociale.

c) La libertà

Senza titolo

90 – 199
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 La libertà è nell’uomo segno altissimo dell’immagine divina e, di conseguenza, segno della sublime dignità di ogni persona umana.

La libertà si esercita nei rapporti tra gli esseri umani.

Ogni persona umana ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero e responsabile.

Tutti hanno verso ciascuno il dovere di questo rispetto.

Il diritto all’esercizio della libertà è un’esigenza inseparabile dalla dignità della persona umana.

Non si deve restringere il significato della libertà, considerandola in una prospettiva puramente individualistica e riducendola a esercizio arbitrario e incontrollato della propria personale autonomia.

Lungi dal compiersi in una totale autarchia dell’io e nell’assenza di relazioni, la libertà non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone.

La comprensione della libertà diventa profonda e ampia quando essa viene tutelata, anche a livello sociale, nella totalità delle sue dimensioni.

91 – 200
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 Il valore della libertà, in quanto espressione della singolarità di ogni persona umana, viene rispettato quando a ciascun membro della società è consentito di realizzare la propria personale vocazione.

Cercare la verità e professare le proprie idee religiose, culturali e politiche; esprimere le proprie opinioni; decidere il proprio stato di vita e, per quanto possibile, il proprio lavoro; assumere iniziative di carattere economico, sociale e politico.

Ciò deve avvenire entro un solido contesto giuridico, nei limiti del bene comune e dell’ordine pubblico e, in ogni caso, all’insegna della responsabilità.

La libertà deve esplicarsi, d’altra parte, anche come capacità di rifiuto di ciò che è moralmente negativo, sotto qualunque forma si presenti, come capacità di effettivo distacco da tutto ciò che può ostacolare la crescita personale, familiare e sociale.

La pienezza della libertà consiste nella capacità di disporre di sé in vista dell’autentico bene, entro l’orizzonte del bene comune universale.

d) La giustizia

There is no more Virgilio to guide us through hell

92 – 201
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 La giustizia è un valore, che si accompagna all’esercizio della corrispondente virtù morale.

Secondo la sua più classica formulazione, essa consiste nella costante e ferma volontà di dare al prossimo, alla società, ed all’ambiente ciò che è loro dovuto.

Dal punto di vista soggettivo la giustizia si traduce nell’atteggiamento determinato dalla volontà di riconoscere l’altro come persona, mentre, dal punto di vista oggettivo, essa costituisce il criterio determinante della moralità nell’ambito inter-soggettivo e sociale.

Il terzo pensiero richiama al rispetto delle forme classiche della giustizia: quella commutativa, quella distributiva, quella legale.

Un rilievo sempre maggiore ha in esso acquisito la giustizia sociale, che rappresenta un vero e proprio sviluppo della giustizia generale, regolatrice dei rapporti sociali in base al criterio dell’osservanza della legge.

La giustizia sociale, esigenza connessa alla questione sociale, che oggi si manifesta in una dimensione mondiale, concerne gli aspetti sociali, politici ed economici e, soprattutto, la dimensione strutturale dei problemi e delle correlative soluzioni.

93 – 202
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 La giustizia risulta particolarmente importante nel contesto attuale, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni d’intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità e dell’avere.

Anche la giustizia, sulla base di tali criteri, viene considerata in modo riduttivo, mentre acquista un più pieno e autentico significato in un’antropologia che riconosca il primato del criterio dell’essere.

La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, perché quello che è «giusto» non è originariamente determinato dalla legge, ma dall’identità profonda dell’essere umano.

94 – 203
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La piena verità sull’uomo permette di superare la visione contrattualistica della giustizia, che è visione limitata, e di aprire anche per la giustizia l’orizzonte della solidarietà e dell’amore.

Da sola, la giustizia non basta.

Può anzi arrivare a negare se stessa, se non si apre a quella forza più profonda che è l’amore.

Al valore della giustizia, infatti, la dottrina sociale accosta quello della solidarietà, in quanto via privilegiata della pace.

Se la pace è frutto della giustizia, oggi si potrebbe dire, con la stessa esattezza e la stessa forza, che la pace come frutto della solidarietà.

Il traguardo della pace, infatti, sarà certamente raggiunto con l’attuazione della giustizia sociale e internazionale, ma anche con la pratica delle virtù che favoriscono la convivenza e ci insegnano a vivere uniti, per costruire uniti, dando e ricevendo, una società nuova e un mondo migliore.

18) La via della carità (e cioè l’amore fraterno tra cittadini).

If your dreams don't scare you they aren't big enough

95 – 204

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 Tra le virtù nel loro complesso, e in particolare tra virtù, valori sociali e carità, sussiste un profondo legame, che deve essere sempre più accuratamente riconosciuto.

Per “carità” si intende l’amore fraterno tra cittadini e cioè quella capacità umana di volere il bene del proprio prossimo senza che da esso discenda alcun beneficio immediato per sé stessi.

La carità, attualmente ristretta all’ambito delle relazioni di prossimità, o limitata agli aspetti soltanto soggettivi dell’agire per l’altro, deve essere riconsiderata nella sua autentica valenza di criterio supremo e universale dell’intera etica sociale.

In altre parole, il terzo pensiero riconosce la valenza della carità come virtù civica che è possibile diffondere al punto tale da permettere di basarvi un completo sistema sociale.

Tra tutte le vie, anche quelle ricercate e percorse per affrontare le forme sempre nuove dell’attuale questione sociale, la migliore di tutte è la via tracciata dalla carità.

96 – 205

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I valori della verità, della giustizia, della libertà nascono e si sviluppano dalla sorgente interiore della carità.

La convivenza umana

  • è ordinata, feconda di bene e rispondente alla dignità dell’uomo, quando si fonda sulla verità;
  • si attua secondo giustizia, ossia nell’effettivo rispetto dei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri;
  • è attuata nella libertà che si addice alla dignità degli uomini,
  • spinti dalla loro stessa natura razionale ad assumersi la responsabilità del proprio operare;
  • è vivificata dall’amore, che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui
  • e rende sempre più intense la comunione dei valori spirituali e la sollecitudine per le necessità materiali.

Questi valori costituiscono dei pilastri dai quali riceve solidità e consistenza l’edificio del vivere e dell’operare: sono valori che determinano la qualità di ogni azione e istituzione sociale.

97 – 206

____________________________  

La carità presuppone e trascende la giustizia.

La giustizia deve trovare il suo completamento nella carità.

Se la giustizia è di per sé idonea ad “arbitrare” tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l’equa misura, l’amore fraterno invece, e soltanto l’amore (anche quell’amore benigno, che chiamiamo “misericordia”), è capace di tutelare e valorizzare l’umanità dei cittadini.

Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia.

L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa…

È stata appunto l’esperienza storica che, fra l’altro, ha portato a formulare l’asserzione: summum ius, summa iniuria.

La giustizia, infatti, in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole “correzione” da parte di quell’amore, il quale è “paziente” e “benigno” o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell’amore misericordioso.

Fallen angel

98 – 207

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Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità.

Soltanto la carità, intesa come virtù civica, può animare e plasmare l’agire sociale in direzione della pace nel contesto di un mondo sempre più complesso.

Affinché tutto ciò avvenga, occorre però che si provveda a mostrare la carità non solo come ispiratrice dell’azione individuale, ma anche come forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici.

In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce.

99 – 208

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La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme.

Per tanti aspetti, il prossimo da amare si presenta «in società», così che amarlo realmente, sovvenire al suo bisogno o alla sua indigenza può voler dire qualcosa di diverso dal bene che gli si può volere sul piano puramente inter-individuale: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza.

È indubbiamente un atto di carità l’opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale ed impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria, soprattutto quando questa diventa la situazione in cui si dibatte uno sterminato numero di persone e perfino interi popoli, situazione che assume, oggi, le proporzioni di una vera e propria questione sociale mondiale.

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(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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CAPITOLO 1 – La persona ed i suoi diritti

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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1) Il principio personalista del terzo pensiero.

L’assioma iniziale da cui si dipana l’intero terzo pensiero è rappresentato dalla centralità della persona umana.

L’uomo è, deve essere, e deve rimanere il soggetto, il fondamento ed il fine dell’intera vita sociale.

Devendra...

1 (- 105)
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Tutta la vita sociale è espressione della sua inconfondibile protagonista: la persona umana.

Si riconosce e si afferma la centralità della persona umana in ogni ambito e manifestazione della socialità.

La società umana non si trova né al di fuori né al di sopra degli uomini socialmente uniti, ma esiste esclusivamente in essi e, quindi, per essi.

Questo importante riconoscimento trova espressione nell’affermazione che, lungi dall’essere l’oggetto (ed un elemento passivo della vita sociale), l’uomo ne è invece, e deve esserne e rimanerne, il soggetto, il fondamento e il fine.

Da lui pertanto ha origine la vita sociale, la quale non può rinunciare a riconoscerlo suo soggetto attivo e responsabile e a lui ogni modalità espressiva della società deve essere finalizzata.

2 (- 106)
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L’uomo, colto nella sua concretezza storica, rappresenta il cuore e l’anima del terzo pensiero.

Tutto si svolge, infatti, a partire dal principio che afferma l’intangibile dignità della persona umana.

La storia attesta che dalla trama delle relazioni sociali emergono alcune tra le più ampie possibilità di elevazione dell’uomo, ma vi si annidano anche i più esecrabili misconoscimenti della sua dignità.

L’attività politica deve essere svolta allo scopo di

  • tutelare la dignità umana di fronte a qualsivoglia tentativo di riproporne immagini riduttive e distorte;
  • denunciare gli atti, i programmi e i meccanismi che violano detta dignità.

2) Essenze della persona umana.

love is at the center

Tutto il terzo pensiero ruota attorno al principio personalista e cioè attorno alla centralità della persona umana.

D’altro canto questa convinzione potrebbe, seppur con una certa elasticità, essere condivisa con le dottrine politiche preesistenti.

Le convinzioni circa l’essenza di questa persona, e cioè circa la natura umana, sono diverse da quelle che caratterizzano sia il pensiero socialista che il pensiero liberale.

Queste convinzioni devono essere considerate come postulati alla base del “terzo pensiero” politico e devono essere accettate (o rifiutate) insieme a tutte le considerazioni che ne deriveranno.

3 (- 108)
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Il primo presupposto è che l’umanità è composta da individui molto speciali ed unici.

Questi individui saranno posti al centro dell’universo politico del “terzo pensiero” ed essi, e solo loro,  avranno dignità di persona.

L’individuo umano non è (e non deve essere) considerato solamente qualcosa: è (e deve essere) soprattutto considerato qualcuno.

Ogni individuo umano è considerato, a suo modo, capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone.

 

4 (- 109)
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Ogni  individuo è chiamato a compiere un percorso unico e dare una risposta unica ed irripetibile alla sua propria esistenza.

Questa tensione verso il compimento di questo percorso è naturale e connaturato con l’essere umano e non è aggiunto dall’esterno od in un secondo tempo. Questa tensione può essere ignorata, oppure dimenticata o rimossa dalla mente cosciente, si tratta però di un’esigenza che non può mai però essere eliminata.

Questa tensione è parte dell’essenza dell’essere umano, di ogni essere umano, e solamente dell’essere umano.

 

5 (- 110)
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Questa tensione non può prescindere, ed è di fatto completata, dalla dimensione relazionale e sociale della natura umana.

Per sua intima natura, l’uomo non è un essere solitario, bensì è un essere sociale, e non può vivere né esplicare le sue doti senza relazioni con gli altri.

A questo riguardo risulta significativo il fatto che il genere umano è composto da uomini e donne.

L’uomo e la donna sono entità diverse e complementari sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Per alcuni individui, solo l’interazione fisica, intellettuale e spirituale con l’altro sesso placa  l’insoddisfazione di cui è preda la loro vita. Solo un’interazione esclusiva ed una fusione con una particolare persona dell’altro sesso può soddisfare l’esigenza di dialogo inter-personale che è così vitale per l’esistenza umana. Questi individui trovano nell’altro, uomo o donna che sia, il loro completamento ed approdo definitivo e appagante.

 

6 (- 111)
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L’uomo e la donna hanno la stessa dignità e sono di eguale valore, non solo perché ambedue, nella loro diversità, compongono il genere umano, ma ancor più profondamente per l’importanza del dinamismo di reciprocità che anima il noi della coppia umana.

Nel rapporto di comunione reciproca, uomo e donna realizzano profondamente se stessi, ritrovandosi come persone attraverso il dono sincero di sé.

Il loro patto di unione è visto come parte fondamentale del loro percorso di individui e, al tempo stesso, come un servizio alla vita.

La coppia umana può partecipare compiere infatti l’atto creativo centrale per la dottrina politica del “terzo pensiero” dato dalla generazione e la formazione di nuove persone.

 

7 (- 112)
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L’uomo e la donna sono in relazione con gli altri innanzi tutto come affidatari della loro vita.

Da questa prospettiva deriva l’imperativo categorico di considerare la vita umana sacra e inviolabile.

Questo imperativo deve essere declinato sia in maniera diretta (« Non uccidere!») che nei termini di assoluta solidarietà («Nessuno deve rimanere indietro»).

Il sentimento che genera l’assoluta solidarietà è l’Amore.

 

8 (- 113)
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Con questa particolare vocazione alla vita, l’uomo e la donna si trovano di fronte anche a tutte le altre creature.

Essi possono e devono sottoporle al loro servizio e goderne, ma la loro signoria sul mondo richiede l’esercizio della responsabilità, non è una libertà di sfruttamento arbitrario ed egoistico.

Il pianeta deve essere considerato un bene altrui affidato alla comunità umana.

La comunità degli uomini deve scoprirne e rispettarne il valore: è questa una sfida meravigliosa alla sua intelligenza, la quale lo deve innalzare come un’ala  verso la contemplazione della verità di tutte le creature.

Il dominio dell’uomo sul mondo consiste nell’esplorazione, lo studio e la comprensione del senso di tutte le cose.  Soprattutto, questo dominio sul mondo è controbilanciato da un rapporto di responsabilità generato dalla necessità di consegnare un mondo integro nelle mani delle future generazioni.

 

9 (- 114)
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L’uomo è in relazione anche con se stesso ed è chiamato a riflettere su se stesso.

La dimensione relazionale si armonizza ed è completata con la dimensione intima di tutti gli esseri umani e con l’esigenza di sviluppare la propria interiorità spirituale.

Ogni uomo è chiamato a (ed ha diritto di) sviluppare e porre a frutto le proprie facoltà spirituali che sono: la ragione, il discernimento del bene e del male, la volontà libera.

3) L’Uomo ed il Male.

La Tua Libertà

10 – 115
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La storia mostra la facilità con la quale l’uomo cede al male ed anche la facilità con cui il male genera altro male.

Ciò non vuol dire necessariamente che l’uomo sia malvagio: vuol dire che questa tendenza deve essere presa in conto e mitigata per garantire la realizzazione di tutti i cittadini.

L’uomo, in momenti di debolezza psichica e morale, può lasciarsi sedurre dal male e da un insano desiderio di possesso.

Nonostante spesso questi abusi della propria libertà siano perpetrati nel tentativo di forzare i propri limiti, essi generano una spirale distruttiva ed autodistruttiva che impedisce la realizzazione umana di chi li perpetra e di chi li subisce.

 

11-116
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Alla radice delle lacerazioni personali e sociali, che offendono in varia misura il valore e la dignità della persona umana, si trova una ferita nell’intimo dell’uomo.

Per sottolineare il rammarico generato dall’accadimento di detti atti malvagi, essi sono chiamati “peccati”.

La conseguenza del peccato è soprattutto l’alienazione, cioè una perdita di armonia, pace e gioia, nonché la divisione dell’uomo da se stesso, dagli altri uomini e dal mondo circostante.

Ne deriva astio, rabbia, discriminazione e diffidenza reciproca.

Il peccato sfocia drammaticamente nella divisione tra i fratelli la rottura di quel filo dell’amicizia che unisce la famiglia umana.

 

12-117
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Il peccato genera una doppia ferita, che il peccatore apre nel proprio fianco e nel rapporto col prossimo. Perciò si può parlare di peccato personale e sociale.

Ogni peccato è personale sotto un aspetto; sotto un altro aspetto, ogni peccato è sociale, in quanto e perché ha anche conseguenze sociali.

Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità, ma a ciascun peccato si può attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale, tenendo conto del fatto che, in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri.

Non è tuttavia legittima e accettabile un’accezione del peccato sociale che, più o meno consapevolmente, conduca a diluirne e quasi a cancellarne la componente personale, per ammettere solo colpe e responsabilità sociali.

Al fondo di ogni situazione di peccato si trova sempre la persona che pecca.

 

13-118
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Alcuni peccati, inoltre, costituiscono, per il loro oggetto stesso, un’aggressione diretta al prossimo.

Tali peccati, in particolare, si qualificano come peccati sociali.

È sociale ogni peccato commesso contro la giustizia nei rapporti tra persona e persona, tra la persona e la comunità, ancora tra la comunità e la persona.

È sociale ogni peccato contro i diritti della persona umana, a cominciare dal diritto alla vita, incluso quello del nascituro, o contro l’integrità fisica di qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui, specialmente contro la libertà di realizzarsi umanamente e spiritualmente; ogni peccato contro la dignità e l’onore del prossimo.

Sociale è ogni peccato contro il bene comune e contro le sue esigenze, in tutta l’ampia sfera dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Infine, è sociale quel peccato che riguarda i rapporti tra le varie comunità umane minando la giustizia, la libertà e la pace tra gli individui, i gruppi, i popoli.

 

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Le conseguenze del peccato alimentano le strutture di peccato.

Esse si radicano nel peccato personale e, quindi, sono sempre collegate ad atti concreti delle persone, che le originano, le consolidano e le rendono difficili da rimuovere.

E così esse si rafforzano, si diffondono, diventano sorgente di altri peccati e condizionano la condotta degli uomini.

Si tratta di condizionamenti e ostacoli, che durano molto di più delle azioni compiute nel breve arco della vita di un individuo e che interferiscono anche nel processo dello sviluppo dei popoli, il cui ritardo o la cui lentezza vanno giudicati anche sotto questo aspetto.

Le azioni e gli atteggiamenti opposti al bene del prossimo, dell’ambiente e della società  e le strutture che essi inducono sembrano oggi soprattutto due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e, dall’altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l’espressione: “a qualsiasi prezzo”.

4) Il realismo, la concretezza e la speranza.

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Il presupposto dell’universalità del peccato, ha una fondamentale importanza.

Presupporre un uomo perfetto porta solo alla costruzione di false utopie.

Se ignoriamo la possibilità e l’inclinazione dell’uomo di fare il male, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.

Il terzo pensiero è animato dall’intento di indurre l’uomo a reagire alla sua inclinazione al male ed a evitare assolutamente di prenderla alla leggera, cercando di continuo capri espiatori negli altri uomini e giustificazioni nell’ambiente, nell’ereditarietà, nelle istituzioni, nelle strutture e nelle relazioni.

Chi condivide il terzo pensiero rigetta tali inganni.

Soprattuto, chi condivide il terzo pensiero è convinto della possibilità, per l’uomo di un riscatto ed una redenzione da questa condizione evitando quell’angoscia e quella visione pessimistica del mondo e della vita, che induce a disprezzare le realizzazioni culturali e civili dell’uomo.

 

16-121
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Il realismo del terzo pensiero vede chiaramente gli abissi del male, ma li illumina con una speranza, più grande di ogni male, e crede nella possibilità, per la società, l’uomo ed il mondo, di redimersi, migliorarsi, armonizzarsi e realizzarsi.

L’Umanità dispone di strumenti, energia, potenziale e capacità per raggiungere questo obiettivo.

In questo intento, grandi uomini ci hanno preceduto ed hanno fatto la loro parte per la redenzione del genere umano.

L’Umanità di oggi farà la sua parte per portare questo percorso ancora più avanti.

 

17-122
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La realtà nuova che il terzo pensiero desidera contribuire non rivoluzionerà la natura umana, non la muterà né le si aggiungerà alcunché dall’esterno.

Lavorerà alla maturazione verso lo stato a cui gli uomini sono da sempre orientati nel profondo del loro essere, grazie alla loro natura più profonda e la loro tensione verso la perfezione.

Il terzo pensiero non vuole “fare l’uomo nuovo” distruggendolo e riplasmandolo: intende invece far maturare naturalmente quelle potenzialità uniche che impreziosiscono ogni individuo.

18-123
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L’universalità della speranza propria del terzo pensiero include, oltre agli uomini e alle donne di tutti i popoli, anche i destini dell’intero ecosistema.

Si è infatti fermamente convinti della possibilità di uno sviluppo armonico di tutte le componenti dell’umanità insieme al pianeta che le ospita e tutte le altre realtà che con esse convivono.

E questa possibilità è da noi vista come un irresistibile invito a camminare, tutti assieme, in quella luminosa direzione.

5) Un pensiero politico per la tutela di anima e corpo ed il perseguimento della loro realizzazione.

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19-127
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Per il terzo pensiero, l’uomo dovrà essere considerato come unità di anima e corpo.

Nelle accettabili differenze tra le diverse concezioni di “anima” derivanti da diverse concezioni filosofiche e religiose, il terzo pensiero rigetta sia una visione dell’uomo come ente prettamente materiale sia visioni che svalutino il corpo umano in favore di ipotetici beni superiori.

La persona deve essere concepita nella sua unità e nella sua esistenza come un tutto e ciò implica che la società deve tutelare ogni suo componente sia in termini di integrità fisica che in termini di realizzazione spirituale.

 

20-128 
____________________________

Si considererà il fatto che,  mediante la sua corporeità, l’uomo perpetra una essenziale sperimentazione del mondo materiale.

E questa dimensione permette all’uomo di inserirsi e fare esperienza mondo materiale, che deve essere luogo della sua realizzazione e della sua libertà, e non luogo di prigionia o esilio.

La sola dimensione corporale, non può essere considerato veicolo unico di realizzazione, in quanto ciò ridurrebbe la vita umana ad una sequenza di egoistici bisogni, fugaci soddisfazioni, ed inevitabili frustrazioni.

Soprattutto, non si dovrà mai sottovalutare la tendenza a deviare nel peccato, che genera ed è generato nell’uomo dalle ribellioni del corpo e dalle perverse inclinazioni del cuore, su cui egli deve sempre vigilare per non rimanerne schiavo e per non restare vittima d’una visione puramente terrena della sua vita.

Allo stesso tempo, non si dovrà mai sottovalutare il fatto che, con la sua spiritualità, l’uomo può supera la totalità delle cose e penetrare nella struttura più profonda della realtà dal quale deriva la sua soddisfazione e realizzazione.

Quando si volge al cuore, quando, cioè, riflette sul proprio destino, l’uomo si scopre superiore al mondo materiale per la sua dignità unica.

Egli, nella sua vita interiore, riconosce di avere in se stesso un’anima spirituale e sa di non essere soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana.

 

21-129 
____________________________

Si rispetterà quindi l’obbligo di considerare l’uomo come dotato di due caratteristiche diverse: è un essere materiale, legato a questo mondo mediante il suo corpo, e un essere spirituale, aperto alla trascendenza ed alla scoperta di « una verità più profonda».

Né lo spiritualismo, che disprezza la realtà del corpo, né il materialismo, che considera lo spirito mera manifestazione della materia, rendono ragione della complessità, della totalità e dell’unità dell’essere umano.

6) L’uomo come essere potenzialmente infinito, unico ed irripetibile (e la dignità che necessariamente ne deriva).

Freedom

a) Apertura verso l’infinito

22-130 

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 Alla persona umana appartiene l’apertura alla trascendenza: l’uomo è aperto verso l’infinito e verso tutti gli esseri creati.

Può aprirsi anzitutto verso l’infinito perché con la sua intelligenza e la sua volontà si può elevare al di sopra di tutto il creato e di se stesso, si può rendere indipendente dalle creature, può essere libero di fronte a tutte le cose create e si protende verso la verità ed il bene assoluti.

Può essere aperto anche verso l’altro, gli altri uomini e il mondo, perché solo in quanto si comprende in riferimento a un tu può dire io.

Può uscire da sé, dalla conservazione egoistica della propria vita, per entrare in una relazione di dialogo e di comunione con l’altro.

La persona è aperta alla totalità dell’essere, all’orizzonte illimitato dell’essere.

Essa ha in sé la capacità di trascendere i singoli oggetti particolari che conosce, in effetti, grazie a questa sua apertura all’essere senza confini.

b) Unicità ed irripetibilità della persona

23-131

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 L’uomo esiste come essere unico e irripetibile, esiste come un « io », capace di autocomprendersi, di autopossedersi, di autodeterminarsi.

La persona umana è un essere intelligente e cosciente, capace di riflettere su se stesso e quindi di aver coscienza di sé e dei propri atti. Non sono, tuttavia, l’intelligenza, la coscienza e la libertà a definire la persona, ma è la persona che sta alla base degli atti di intelligenza, di coscienza, di libertà. Tali atti possono anche mancare, senza che per questo l’uomo cessi di essere persona.

La persona umana va sempre compresa nella sua irripetibile ed ineliminabile singolarità.

L’uomo esiste, infatti, anzitutto come soggettività, come centro di coscienza e di libertà, la cui vicenda unica e non paragonabile ad alcun’altra esprime la sua irriducibilità a qualunque tentativo di costringerlo entro schemi di pensiero o sistemi di potere, ideologici o meno.

Questo impone anzitutto l’esigenza non soltanto del semplice rispetto da parte di chiunque, e specialmente delle istituzioni politiche e sociali e dei loro responsabili nei riguardi di ciascun uomo di questa terra, ma ben più, ciò comporta che il primo impegno di ciascuno verso l’altro e soprattutto di queste stesse istituzioni, vada posto precisamente nella promozione dello sviluppo integrale della persona.

 

c) Il rispetto della dignità umana

24-132

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Una società giusta può essere realizzata soltanto nel rispetto della dignità trascendente della persona umana. Essa rappresenta il fine ultimo della società, la quale è ad essa ordinata.

Pertanto l’ordine sociale e il suo progresso devono sempre far prevalere il bene delle persone, perché l’ordine delle cose dev’essere adeguato all’ordine delle persone e non viceversa.

Il rispetto della dignità umana non può assolutamente prescindere dal rispetto di questo principio: bisogna considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente.

Occorre che tutti i programmi sociali, scientifici e culturali, siano presieduti dalla consapevolezza del primato di ogni essere umano.

 

25-133

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In nessun caso la persona umana può essere strumentalizzata per fini estranei al suo stesso sviluppo.

Né la sua vita, né lo sviluppo del suo pensiero, né i suoi beni, né quanti condividono la sua vicenda personale e familiare, possono essere sottoposti a ingiuste restrizioni nell’esercizio dei propri diritti e della propria libertà.

La persona non può essere finalizzata a progetti di carattere economico, sociale e politico imposti da qualsivoglia autorità, sia pure in nome di presunti progressi della comunità civile nel suo insieme o di altre persone, nel presente o nel futuro.

È necessario pertanto che le autorità pubbliche vigilino con attenzione, affinché ogni restrizione della libertà o comunque ogni onere imposto all’agire personale non sia mai lesivo della dignità personale e affinché venga garantita l’effettiva praticabilità dei diritti umani.

Tutto questo, ancora una volta, si fonda sulla visione dell’uomo come persona, vale a dire come soggetto attivo e responsabile del proprio processo di crescita, insieme alla comunità di cui è parte.

 

26-134

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Gli autentici mutamenti sociali sono effettivi e duraturi soltanto se fondati su decisi cambiamenti della condotta personale.

Non sarà mai possibile un’autentica moralizzazione della vita sociale, se non a partire dalle persone e facendo riferimento ad esse: infatti, l’esercizio della vita morale attesta la dignità della persona.

Alle persone compete evidentemente lo sviluppo di quegli atteggiamenti morali, fondamentali in ogni convivenza che voglia dirsi veramente umana (giustizia, onestà, veracità, ecc.), che in nessun modo potrà essere semplicemente attesa da altri o delegata alle istituzioni.

A tutti, e in modo particolare a coloro che in varia forma detengono responsabilità politiche, giuridiche o professionali nei riguardi di altri, spetta di essere coscienza vigile della società e per primi testimoni di una convivenza civile e degna dell’uomo.

7) La libertà della persona, la legge naturale, e la realtà delle cose.

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a) Valore e limiti della libertà

27-135

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L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.

L’uomo è in balia del suo proprio volere e ciò gli permette di procedere, autonomamente ed, appunto, liberamente, alla ricerca della propria realizzazione.

Perciò la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo una scelta consapevole e libera, cioè mosso e indotto personalmente dal di dentro, e non per un incontrollato impulso interno o per mera coazione esterna.

L’uomo giustamente apprezza la libertà e con passione la cerca: giustamente vuole, e deve, formare e guidare, di sua libera iniziativa, la sua vita personale e sociale, assumendosene personalmente la responsabilità.

La libertà, infatti, non solo permette all’uomo di mutare convenientemente lo stato di cose a lui esterno, ma determina la crescita del suo essere persona, mediante scelte conformi al vero bene:  in tal modo, l’uomo genera se stesso, è padre del proprio essere, e costruisce l’ordine sociale.

 

28-136

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La libertà dell’uomo non gli permette però di trascendere dalla realtà delle cose e, soprattutto, non ha il potere di determinare il bene ed il male.

L’uomo è, e deve rimanere quanto più possibile, libero.

Questa libertà non può e non deve essere confusa con la potestà di travisare (o persino modificare) la realtà delle cose.

Soprattutto, questa libertà non permette all’uomo di stabilire arbitrariamente cosa è bene e cosa è male in quanto questa conoscenza deve essere sviluppata e perfezionata per mezzo di un continuo processo di ricerca.

In realtà, è proprio nell’accettazione di questi limiti umani che la libertà dell’uomo trova la sua vera e piena realizzazione.

 

29-137

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 Il retto esercizio della libertà personale esige precise condizioni di ordine economico, sociale, giuridico, politico e culturale che troppo spesso sono misconosciute e violate.

…situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità (e cioè di mancare di quell’amore che è dovuto nei confronti del proprio prossimo e del mondo intero).

Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, e spezza la fraternità coi suoi simili.

La liberazione dalle ingiustizie promuove la libertà e la dignità umana: tuttavia essa non può essere semplicemente data dall’esterno o dall’alto.

E’ infatti necessario che si creino le condizioni per l’attivazione delle capacità spirituali e morali e dell’esigenza permanente della raffinazione interiore delle persone che compongono la popolazione, se si vogliono ottenere cambiamenti economici e sociali che siano veramente a servizio dell’uomo.

 

b) Il vincolo della libertà con la verità e la legge naturale

30-138 

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Nell’ esercizio della libertà, l’uomo compie atti moralmente buoni, costruttivi della sua persona e della società, quando obbedisce alla verità, ossia quando non pretende di essere creatore e padrone assoluto di quest’ultima e delle norme etiche.

La libertà, infatti, non ha il suo punto di partenza assoluto e incondizionato in se stessa, ma nell’esistenza dentro cui si trova e che rappresenta per essa, nello stesso tempo, un limite e una possibilità.

È la libertà di una creatura, ossia una libertà donata, da accogliere come un germe e da far maturare con responsabilità.

In caso contrario, muore come libertà, distrugge l’uomo e la società.

 

31-139

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 La verità circa il bene e il male è riconosciuta praticamente e concretamente dal giudizio della coscienza, il quale porta ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso.

Così nel giudizio pratico della coscienza, che impone alla persona l’obbligo di compiere un determinato atto, si rivela il vincolo della libertà con la verità.

Proprio per questo la coscienza si esprime con atti di “giudizio” che riflettono la verità sul bene, e non come “decisioni” arbitrarie.

E la maturità e la responsabilità di questi giudizi — e, in definitiva, dell’uomo, che ne è il soggetto — si misurano non con la liberazione della coscienza dalla verità oggettiva, in favore di una presunta autonomia delle proprie decisioni, ma, al contrario, con una pressante ricerca della verità e con il farsi guidare da essa nell’agire.

 

32-140

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L’esercizio della libertà implica il riferimento ad una legge morale naturale, di carattere universale, che precede e accomuna tutti i diritti e i doveri.

La legge naturale è presente dentro ognuno di noi.

Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare.

Questa legge è chiamata naturale perché la ragione che la promulga è propria della natura umana.

Essa è universale, si estende a tutti gli uomini in quanto stabilita dalla ragione.

Nei suoi precetti principali, la legge naturale indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale.

Essa ha come perno l’aspirazione e la sottomissione alla realtà delle cose, e altresì il senso dell’altro come uguale a noi stessi.

La legge naturale esprime la dignità della persona e pone la base dei suoi diritti e dei suoi doveri fondamentali.

 

33-141

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 Nella diversità delle culture, la legge naturale lega gli uomini tra loro, imponendo dei principi comuni.

Per quanto la sua applicazione richieda adattamenti alla molteplicità delle condizioni di vita, secondo i luoghi, le epoche e le circostanze, essa è immutabile, rimane sotto l’evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso…

Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere, né strappare dal cuore dell’uomo. Sempre risorge nella vita degli individui e delle società.

I suoi precetti, tuttavia, non sono percepiti da tutti con chiarezza ed immediatezza.

Le verità morali possono essere conosciute da tutti e senza difficoltà, con ferma certezza e senza alcuna mescolanza di errore, ma ciò avviene solo a valle di un percorso di crescita e maturazione.

 

34-142

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 La legge naturale non può essere cancellata dalla malvagità umana.

Essa pone il fondamento morale indispensabile per edificare la comunità degli uomini e per elaborare la legge civile, che trae le conseguenze di natura concreta e contingente dai principi della legge naturale.

Se si oscura la percezione dell’universalità della legge morale naturale, non si può edificare una reale e duratura comunione con l’altro, perché, quando manca una convergenza verso la verità e il bene, in maniera imputabile o no, i nostri atti feriscono la comunione delle persone, con pregiudizio di ciascuno.

Solo una libertà radicata nella comune natura, infatti, può rendere tutti gli uomini responsabili ed è in grado di giustificare la morale pubblica.

Chi si autoproclama misura unica delle cose e della verità non può convivere pacificamente e collaborare con i propri simili.

 

35-143

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 La libertà può generare una debolezza o cioè l’inclinazione a tradire l’apertura alla verità e al bene umano e troppo spesso preferisce il male e la chiusura egoistica, facendo sì che alcuni si illudano di avere la possibilità di far passare (o addirittura trasformare) il male compiuto in qualcosa di assimilabile al bene.

L’uomo fin dall’inizio della storia abusò della sua libertà nella speranza di potersi sottrarre alle conseguenze delle sue azioni.

Ciò ha anche sconvolto il giusto ordine riguardante il suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e tutte le cose create.

La libertà dell’uomo ha bisogno, pertanto, di essere liberata.

L’uomo può e deve essere liberato dall’amore disordinato di se stesso, che è fonte del disprezzo del prossimo e dei rapporti improntati al dominio sull’altro.

Al contrario, la storia ha mostrato che la piena libertà si realizza nel dono di sé.

8) L’Uguaglianza in dignità di tutte le persone.

Black and white....l'abbraccio

36-144

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 Tutti gli uomini hanno la stessa dignità di persone impegnate in un cammino di maturazione e realizzazione che, seppur differente da persona a persona, è comune a tutta l’umanità. 

E ciò deve essere riconosciuto davanti al mondo, davanti alla società, e davanti agli altri uomini.

E questo è il fondamento ultimo della radicale uguaglianza e fraternità fra gli uomini, indipendentemente dalla loro razza, Nazione, sesso, origine, cultura, classe.

 

37-145

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 Solo il riconoscimento della dignità umana può rendere possibile la crescita comune e personale di tutti.

Per favorire una simile crescita è necessario, in particolare, sostenere gli ultimi, assicurare effettivamente condizioni di pari opportunità tra uomo e donna, garantire un’obiettiva eguaglianza tra le diverse classi sociali davanti alla legge.

Anche nei rapporti tra popoli e Stati, condizioni di equità e di parità sono il presupposto per un autentico progresso della comunità internazionale.

Malgrado gli avanzamenti verso tale direzione, non bisogna dimenticare che esistono ancora molte disuguaglianze e forme di dipendenza.

A un’uguaglianza nel riconoscimento della dignità di ciascun uomo e di ciascun popolo, deve corrispondere la consapevolezza che la dignità umana potrà essere custodita e promossa soltanto in forma comunitaria, da parte dell’umanità intera.

Soltanto con l’azione concorde di uomini e di popoli sinceramente interessati al bene di tutti gli altri, si può raggiungere un’autentica fratellanza universale; viceversa, il permanere di condizioni di gravissima disparità e disuguaglianza impoverisce tutti.

 

38-146

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 Il « maschile » e il « femminile » differenziano due individui di uguale dignità, che non riflettono però un’uguaglianza statica, perché lo specifico femminile è diverso dallo specifico maschile e questa diversità nell’uguaglianza è arricchente e indispensabile per un’armoniosa convivenza umana.

La condizione per assicurare la giusta presenza della donna nella società è una considerazione più penetrante e accurata dei fondamenti antropologici della condizione maschile e femminile, destinata a precisare l’identità personale propria della donna nel suo rapporto di diversità e di reciproca complementarità con l’uomo, non solo per quanto riguarda i ruoli da tenere e le funzioni da svolgere, ma anche e più profondamente per quanto riguarda la sua struttura e il suo significato personale.

 

39-147

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 La donna è il complemento dell’uomo, come l’uomo è il complemento della donna:donna e uomo si completano a vicenda, non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma anche ontologico.

È soltanto grazie alla dualità del « maschile » e del « femminile » che l’« umano » si realizza appieno.

È « l’unità dei due », ossia una « unidualità » relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono che è al tempo stesso una missione.

A questa “unità dei due” è affidata  non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia .

La donna è “aiuto” per l’uomo, come l’uomo è “aiuto” per la donna: nel loro incontro si realizza una concezione unitaria della persona umana, basata non sulla logica dell’egocentrismo e dell’autoaffermazione, ma su quella dell’amore e della solidarietà.

 

40-148

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 Le persone handicappate sono soggetti pienamente umani, titolari di diritti e doveri.

Pur con le limitazioni e le sofferenze inscritte nel loro corpo e nelle loro facoltà, pongono in maggior rilievo la dignità e la grandezza dell’uomo.

Poiché la persona portatrice di handicap è un soggetto con tutti i suoi diritti, essa deve essere aiutata a partecipare alla vita familiare e sociale in tutte le dimensioni e a tutti i livelli accessibili alle sue possibilità.

Bisogna promuovere con misure efficaci ed appropriate i diritti della persona handicappata.

Sarebbe radicalmente indegno dell’uomo, e negazione della comune umanità, ammettere alla vita della società, e dunque al lavoro, solo i membri pienamente funzionali perché, così facendo, si ricadrebbe in una grave forma di discriminazione, quella dei forti e dei sani contro i deboli ed i malati.

Una grande attenzione dovrà essere rivolta non solo alle condizioni di lavoro fisiche e psicologiche, alla giusta rimunerazione, alla possibilità di promozioni ed all’eliminazione dei diversi ostacoli, ma anche alle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata.

Anch’essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità, secondo le proprie possibilità e nel rispetto dell’ordine morale, che è lo stesso per i sani e per coloro che portano un handicap.

9) La socialità umana.

 

Water games ... after the rain

41-149 

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La persona è, per sua natura e formazione, un essere sociale.

La natura dell’uomo si manifesta, infatti, come natura di un essere che risponde ai propri bisogni sulla base di una soggettività relazionale, ossia alla maniera di un essere libero e responsabile, il quale riconosce la necessità di integrarsi e di collaborare con i propri simili ed è capace di comunione con loro nell’ordine della conoscenza e dell’amore.

Una società è un insieme di persone legate in modo organico da un principio di unità che supera ognuna di loro.

Assemblea insieme visibile e spirituale, una società dura nel tempo: è erede del passato e prepara l’avvenire.

Occorre pertanto sottolineare che la vita comunitaria è una caratteristica naturale che distingue l’uomo dalle altre creature terrene.

L’agire sociale porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, quello di una persona operante in una comunità di persone: questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.

La vita sociale non è, dunque, estrinseca all’uomo: egli non può crescere né realizzare la sua vocazione se non in relazione con gli altri.

 

42-150 

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La socialità umana non sfocia automaticamente verso la comunione delle persone, verso il dono di sé.

A causa della superbia e dell’egoismo, l’uomo scopre in se stesso germi di asocialità, di chiusura individualistica e di sopraffazione dell’altro.

Ogni società, degna di tal nome, può ritenersi nella verità quando ogni suo membro, grazie alla propria capacità di conoscere il bene, lo persegue per sé e per gli altri.

È per amore del proprio e dell’altrui bene che ci si unisce in gruppi stabili, aventi come fine il raggiungimento di un bene comune.

Anche le varie società devono entrare in relazioni di solidarietà, di comunicazione e di collaborazione, a servizio dell’uomo e del bene comune.

 

43-151 

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La socialità umana non è uniforme, ma assume molteplici espressioni.

Il bene comune dipende, infatti, da un sano pluralismo sociale.

Le molteplici società sono chiamate a costituire un tessuto unitario ed armonico, al cui interno sia possibile ad ognuna conservare e sviluppare la propria fisionomia e autonomia.

Alcune società, come la famiglia, la comunità civile e la comunità religiosa sono più immediatamente rispondenti all’intima natura dell’uomo, altre procedono piuttosto dalla libera volontà.

Al fine di favorire la partecipazione del maggior numero possibile di persone alla vita sociale, si deve incoraggiare la creazione di associazioni e di istituzioni “a scopi economici, culturali, sociali, sportivi, ricreativi, professionali, politici, tanto all’interno delle comunità politiche, quanto sul piano mondiale.

Tale “socializzazione” esprime parimenti la tendenza naturale che spinge gli esseri umani ad associarsi, al fine di conseguire obiettivi che superano le capacità individuali.

Essa sviluppa le doti della persona, in particolare, il suo spirito di iniziativa e il suo senso di responsabilità.

Concorre a tutelare i suoi diritti.

10) I diritti umani.

Senzatomica 2013 Bologna: i disegni dei bambini

a) Il valore dei diritti umani

44-152 

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Il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana.

In tali diritti, bisogna cogliere la straordinaria occasione che il nostro tempo offre affinché, mediante il loro affermarsi, la dignità umana sia più efficacemente riconosciuta e promossa universalmente quale caratteristica della persona.

Si valuta quindi positivamente la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che viene considerata una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità.

 

45-153

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 La radice dei diritti dell’uomo, infatti, è da ricercare nella dignità che appartiene ad ogni essere umano.

Tale dignità, connaturale alla vita umana e uguale in ogni persona, si coglie e si comprende anzitutto con la ragione.

La fonte ultima dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umaninella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo stesso e nella sua natura.

Tali diritti sono « universali, inviolabili, inalienabili ».

Universali, perché sono presenti in tutti gli esseri umani, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e di soggetti. 

Inviolabili, in quanto inerenti alla persona umana e alla sua dignità e perché sarebbe vano proclamare i diritti, se al tempo stesso non si compisse ogni sforzo affinché sia doverosamente assicurato il loro rispetto da parte di tutti, ovunque e nei confronti di chiunque.

Inalienabili, in quanto nessuno può legittimamente privare di questi diritti un suo simile, chiunque egli sia, perché ciò significherebbe fare violenza alla sua natura.

 

46-154

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 I diritti dell’uomo vanno tutelati non solo singolarmente, ma nel loro insieme: una loro protezione parziale si tradurrebbe in una sorta di mancato riconoscimento.

Essi corrispondono alle esigenze della dignità umana e implicano, in primo luogo, la soddisfazione dei bisogni essenziali della persona, in campo materiale e spirituale.

Tali diritti riguardano tutte le fasi della vita e ogni contesto politico, sociale, economico o culturale.

Essi formano un insieme unitario, orientato decisamente alla promozione di ogni aspetto del bene della persona e della società…

La promozione integrale di tutte le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni singolo diritto.

Universalità e indivisibilità sono i tratti distintivi dei diritti umani: sono due principi guida che postulano comunque l’esigenza di radicare i diritti umani nelle diverse culture, nonché di approfondire il loro profilo giuridico per assicurarne il pieno rispetto.

 

b) La specificazione dei diritti

47-155 

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Il terzo pensiero offre una indicazione specifica riguardante la sua concezione di diritti umani.

I diritti umani considerati cardine del terzo pensiero sono:

  • il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati;
  • il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità;
  • il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità;
  • il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari;
  • il diritto a fondare liberamente una famiglia e ad accogliere ed educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. 

Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà spirituale religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.

Il primo diritto ad essere enunciato in questo elenco è il diritto alla vita, dal concepimento fino al suo esito naturale, che condiziona l’esercizio di ogni altro diritto e comporta, in particolare, l’illiceità di ogni pena capitale ed ogni forma di aborto procurato e di eutanasia.

È sottolineato l’altissimo valore del diritto alla libertà religiosa: tutti gli uomini devono restare immuni da costrizione da parte sia dei singoli, sia dei gruppi sociali e di qualsiasi autorità umana, così che in materia religiosa, entro certi limiti, nessuno sia forzato ad agire contro la propria coscienza, né sia impedito ad agire secondo la sua coscienza, in privato e in pubblico, da solo o associato ad altri.

Il rispetto di tale diritto è un segno emblematico dell’autentico progresso dell’uomo in ogni regime, in ogni società, sistema o ambiente.

 

c) Diritti e doveri

48-156 

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Connesso inscindibilmente al tema dei diritti è quello relativo ai doveri dell’uomo.

Viene richiamata la reciproca complementarità tra diritti e doveri, indissolubilmente congiunti, in primo luogo nella persona umana che ne è il soggetto titolare.

Tale legame presenta anche una dimensione sociale.

Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto.

E’ pienamente riconosciuta la contraddizione insita in un’affermazione dei diritti che non preveda una correlativa responsabilità.

Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra.

 

d) Diritti dei popoli e delle Nazioni

49-157 

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Il campo dei diritti dell’uomo si è allargato ai diritti dei popoli e delle Nazioni.

Infatti, quanto è vero per l’uomo è vero anche per i popoli.

Il diritto internazionale poggia sul principio dell’eguale rispetto degli Stati, del diritto all’autodeterminazione di ciascun popolo e della libera cooperazione in vista del superiore bene comune dell’umanità.

La pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli, in particolare il diritto all’indipendenza.

I diritti delle Nazioni non sono altro che i “diritti umani” colti a questo specifico livello della vita comunitaria.

La Nazione ha

  • un fondamentale diritto all’esistenza;
  • alla propria lingua e cultura, mediante le quali un popolo esprime e promuove la sua “sovranità” spirituale;
  • a modellare la propria vita secondo le proprie tradizioni, escludendo, naturalmente, ogni violazione dei diritti umani fondamentali e, in particolare, l’oppressione delle minoranze;
  • a costruire il proprio futuro provvedendo alle generazioni più giovani un’appropriata educazione.

L’assetto internazionale richiede un equilibrio tra particolarità ed universalità, alla cui realizzazione sono chiamate tutte le Nazioni, per le quali il primo dovere è quello di vivere in atteggiamento di pace, di rispetto e di solidarietà con le altre Nazioni.

 

e) Colmare la distanza tra dichiarazione dei diritti ed effettiva garanzia dei diritti

50-158 

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La solenne proclamazione dei diritti dell’uomo è contraddetta da una dolorosa realtà di violazioni.

Tra queste violazioni spiccano guerre e violenze di ogni tipo, in primo luogo i genocidi e le deportazioni di massa, il diffondersi pressoché ovunque di forme sempre nuove di schiavitù quali il traffico di esseri umani, i bambini soldato, lo sfruttamento dei lavoratori, il traffico illegale delle droghe, la prostituzione:.

Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati.

Esiste purtroppo una distanza tra la dichiarata aderenza  e l’effettiva garanzia dei diritti dell’uomo,  ai quali è tributato spesso un rispetto puramente formale.

Il terzo pensiero considera fondamentale accordare privilegio ai poveri, asserendo con forza che i più favoriti devono rinunziare a certi loro diritti per mettere con più liberalità i propri beni a servizio degli altri e che un’affermazione eccessiva di uguaglianza può dar luogo a un individualismo dove ciascuno rivendica i propri diritti, sottraendosi alla responsabilità del bene comune.

 

51-159 

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La promozione dei diritti dell’uomo deve passare per la loro enunciazione e la denuncia in caso di loro violazione.

In ogni caso,  l’annuncio è sempre più importante della denuncia, e questa non può prescindere da quello, che offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta.

Per essere più efficace, un simile impegno deve essere aperto alla collaborazione ed al dialogo con persone di differenti idee politiche e religiose, a tutti gli opportuni contatti con gli organismi, governativi e non governativi, a livello nazionale e internazionale.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).


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Terzo Pensiero – Capitolo 0 – Rev. 0

Ce matin-là

Dopo il fallimento storico del pensiero socialista e del pensiero liberale, ovvero delle due dottrine che hanno segnato il 900, la scoperta dell’esistenza di un terzo pensiero politico è stata per me una fonte di gioia.

Cari amici,

non abbiamo esaurito le possibilità aperte davanti a noi.

C’è ancora qualcosa che non abbiamo ancora pensato e c’è ancora qualcosa che non abbiamo fatto.

Si tratta di un pensiero strutturato e stabile che sta venendo sviluppato soprattutto in ambito cattolico.

A mio avviso, il probabile limite dei cattolici è generato dalla decisione di volerlo eccessivamente trattare come se fosse un pensiero dedicato esclusivamente a loro mentre, nella realtà, si trattava di una dottrina politica come tutte le altre la quale, sulla base di assiomi tranquillamente accettabili o rifiutabili, definisce i principi e gli obiettivi di una particolare visione della società umana.

Si tratta del pensiero derivato dalla terza e svalutata entità della triade repubblicana della rivoluzione francese.

Come il liberalismo deriva dall’esigenza di libertà ed il socialismo deriva dalla volontà di garantire uguaglianza, il terzo pensiero deriva da un pressante desiderio di fraternità.

Personalmente, ritengo si tratti di una visione accettabile da credenti di qualunque religione e, per questo motivo, desidero sottoporla la giudizio degli amici che avranno la pazienza di leggermi.

Il primo ostacolo che ho trovato è che questa dottrina non ha un nome e, per questo, sono stato costretto a coniarne uno.

Ho deciso di chiamala “terzo pensiero”.

All’analisi ed alla discussione del “terzo pensiero” ho intenzione di dedicare il mio impegno per parecchio tempo a venire.

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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