La dignità del lavoro – Rapporto tra lavoro e proprietà privata

Parcometro

153-282

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Il terzo pensiero articola il rapporto tra lavoro e capitale anche rispetto all’istituto della proprietà privata, al relativo diritto e all’uso di questa.

Il diritto alla proprietà privata è subordinato al principio della destinazione universale dei beni e non deve costituire motivo di impedimento al lavoro e allo sviluppo altrui.

La proprietà, che si acquista anzitutto mediante il lavoro, deve servire al lavoro.

Ciò vale in modo particolare per il possesso dei mezzi di produzione; ma tale principio concerne anche i beni propri del mondo finanziario, tecnico, intellettuale, personale.

I mezzi di produzione non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per possedere.

Il loro possesso diventa illegittimo quando la proprietà non viene valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro.

 

154-283 

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La proprietà privata e pubblica nonché i vari meccanismi del sistema economico devono essere predisposti per un’economia a servizio dell’uomo, in modo che contribuiscano ad attuare il principio della destinazione universale dei beni.

In tale prospettiva diventa rilevante la questione relativa alla proprietà e all’uso delle nuove tecnologie e conoscenze, che costituiscono, nel nostro tempo, un’altra forma particolare di proprietà, di importanza non inferiore a quella della terra e del capitale.

Tali risorse, come tutti gli altri beni, hanno una destinazione universale; anch’esse vanno inserite in un contesto di norme giuridiche e di regole sociali che ne garantiscano un uso ispirato a criteri di giustizia, di equità e di rispetto dei diritti dell’uomo.

I nuovi saperi e le tecnologie, grazie alle loro enormi potenzialità, possono dare un contributo decisivo alla promozione del progresso sociale, ma rischiano di divenire fonte di disoccupazione e di allargare il distacco tra zone sviluppate e zone di sottosviluppo, se rimangono accentrati nei Paesi più ricchi o nelle mani di ristretti gruppi di potere.

 

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 30 in Rev. 0).
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29) La dignità del lavoro – Il lavoro, titolo di partecipazione. 31) La dignità del lavoro – Il riposo festivo.

Come ottenere il rispetto di un’idea Politica?… ovvero… Il rispetto dei valori e la necessaria organizzazione.

Marilyn all'infinito

In questi giorni sto pubblicando i passi del terzo pensiero che parlano del lavoro.

Trovo che i contenuti siano molto affascinanti per la loro semplicità e concretezza.

Nonché per il fatto che, al giorno d’oggi, ciò che è semplice e concreto ci appare così tanto rivoluzionario.

Ma come fare a concretizzare questo pensiero?

Introduciamo la prima risposta rivoluzionaria… 

Per concretizzare il terzo pensiero bisogna impegnarsi per metterlo in pratica.

E cioè, in altre parole, bisogna fare sì che i cittadini inizino ad associarsi tra di loro allo scopo di fare il Bene Comune.

E, perché ciò accada, sono necessarie due condizioni:

  • che siano d’accordo su cosa è il Bene Comune;
  • e che si associno in modo tale non negare, con la loro stessa associazione, tutti i valori che vorrebbero proteggere.

Quest’ultima condizione, in genere, è la più dolente.

Il terzo pensiero, infatti, è un costrutto organico ed è quindi molto probabile che, negandone anche solo una parte, si finisca per negarne il cuore.

Personalmente, io credo che l’attività politica sia essenzialmente testimonianza di valori per mezzo di un’attività concreta e, di conseguenza…

non puoi diffondere un’idea utilizzando un’organizzazione che non la rispetti.

Non fraintendetemi!

I singoli individui possono fallire nel concretizzare le idee che professano e, comunque, riuscire a diffonderle.

La mia convinzione è che le associazioni, che dispongono di una struttura organizzativa basata su concetti diversi da quelli professati, non possono però generare una testimonianza efficace dei concetti stessi a meno che essi non siano palesemente falsi o sbagliati.

Ecco quindi che se si vuole applicare e testimoniare un’idea giusta, bisogna farlo applicandola.

Ma dove voglio arrivare?

Beh, voglio dire che le associazioni che vogliono diffondere il terzo pensiero o la Dottrina Sociale della Chiesa devono essere regolate da una struttura organizzativa che lo rispetti?

E’ un problema?

No.

Anzi.

Se tanto mi da tanto, associazioni basate su giusti principi dovrebbero funzionare anche meglio delle associazioni basate su idee barocche.

Solo  che nessuna delle parrocchie, associazioni, partiti, e movimenti che conosco rispettano questa condizione (e questa, secondo me, è la ragione del fatto che stiamo come stiamo).

Il terzo pensiero ha però una forza insita in sé stesso: è un pensiero naturale.

E’ quindi più facile da strutturare: basta partire dai suoi valori.

I valori di cui parlo sono:

  • la Libertà, e cioè il diritto di veder realizzati gli obiettivi ed, allo stesso tempo, di influire sulla scelta degli obiettivi e sulla modalità di raggiungimento,
  • la Verità, e cioè il diritto di essere informati su quanto accade e di essere formati a sufficienza per comprendere le informazioni ricevute,
  • la Giustizia, e cioè il diritto di disporre di principi e valori inviolabili nonché di qualcuno che ne garantisca l’applicazione,
  • e la Solidarietà,  e cioè il riconoscimento, per tutti gli aderenti del loro essere persona, della loro importanza, e del loro diritto di realizzarsi per mezzo della loro attività a favore del Bene Comune.

Questi sono quattro pilastri necessari e sufficienti purchè ci si renda conto che essi possono essere rispettati solamente

  • in associazioni con uno scopo molto delimitato e definito;
  • in associazioni con una struttura organizzativa tale da garantire ognuno di questi valori con una figura dirigenziale dotata della necessaria autorità ed, allo stesso tempo, controbilanciata da adeguati meccanismi.

Per definire queste figure, basta pensare all’associazione più naturale e semplice e cioè alla famiglia.

La famiglia ha due figure:

  • una figura paterna che rappresenta la famiglia all’esterno, insegna garantisce i valori, e pone dei limiti per salvaguardarne il rispetto (quindi si parla di Giustizia e Verità);
  • una figura materna che fa funzionare la famiglia e la casa ed ha cura della realizzazione di tutti i suoi membri (e quindi Libertà e Solidarietà).

Nelle associazioni più grandi, queste due figure potrebbero essere più efficacemente rappresentate da quattro dirigenti:

  • un Presidente, garante la Giustizia, che controlli il segretario, dirima i dissidi e rappresenti l’associazione all’esterno (e che venga scelto democraticamente tra associati caratterizzati da grande conoscenza e rettitudine);
  • un Segretario Generale,  garante della Libertà, il quale, da un lato, gestisca i fondi e prenda tutte le decisioni pratiche ed organizzative e, dall’altro, si possa muovere solo in un ambito definito ed sia eletto democraticamente ad intervalli prefissati,
  • un Responsabile dell’Informazione, responsabile della Verità, subordinato al Presidente, che sovrintenda alla formazione ed all’informazione,
  • un Responsabile dell’Accoglienza,  subordinato al Segretario, che garantisca la Solidarietà e quindi abbia cura degli iscritti all’associazione e di coloro che ne devono ricevere i servizi.

Quella che sta venendo presentata può apparire una struttura complessa ma, se ci pensate, cosa sta venendo richiesto?

  • Che le cose fatte siano coerenti alle idee su cui si basino.
  • Che l’associazione funzioni.
  • Che tutti gli associati siano informati di quanto accade.
  • E che l’associazione abbia cura dei suoi aderenti e delle persone che ne ricevono i servizi.

Possiamo forse rinunciare a qualcuno di questi requisiti?

La dignità del lavoro – Il lavoro, titolo di partecipazione

One Billion Rising !

152 – 281 

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Il rapporto tra lavoro e capitale trova espressione anche attraverso la partecipazione dei lavoratori alla proprietà, alla sua gestione, ai suoi frutti.

È questa un’esigenza troppo spesso trascurata, che occorre invece valorizzare al meglio.

Ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il “comproprietario” del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti.

E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita.

La nuova organizzazione del lavoro, in cui il sapere conta di più della sola proprietà dei mezzi di produzione, attesta in maniera concreta che il lavoro, a motivo del suo carattere soggettivo, è titolo di partecipazione: è indispensabile ancorarsi a questa consapevolezza per valutare la giusta posizione del lavoro nel processo produttivo e per trovare modalità di partecipazione consone alla soggettività del lavoro nelle peculiarità delle varie situazioni concrete.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 29 in Rev. 0).
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28) La dignità del lavoro – I rapporti tra lavoro e capitale. 30) La dignità del lavoro – Rapporto tra lavoro e proprietà privata.

La dignità del lavoro – I rapporti tra lavoro e capitale

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147 – 276 

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Il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale.

Oggi, il termine «capitale» ha diverse accezioni: talvolta indica i mezzi materiali di produzione nell’impresa, talvolta le risorse finanziarie impegnate in un’iniziativa produttiva o anche in operazioni nei mercati borsistici.

Si parla anche, in modo non del tutto appropriato, di «capitale umano», per significare le risorse umane, cioè gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di un’organizzazione.

Ci si riferisce al «capitale sociale» quando si vuole indicare la capacità di collaborazione di una collettività, frutto dell’investimento in legami fiduciari reciproci.

Questa molteplicità di significati offre spunti ulteriori per riflettere su cosa possa significare, oggi, il rapporto tra lavoro e capitale.

 

148 – 277 

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Il terzo pensiero considera i rapporti tra lavoro e capitale, mettendo in evidenza sia la priorità del primo sul secondo, sia la loro complementarità.

Il lavoro ha una priorità intrinseca rispetto al capitale.

Questo principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il “capitale” essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale.

Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo.

Tra lavoro e capitale ci deve essere complementarità.

E’ la stessa logica intrinseca al processo produttivo a dimostrare la necessità della loro reciproca compenetrazione e l’urgenza di dare vita a sistemi economici nei quali l’antinomia tra lavoro e capitale venga superata.

In tempi in cui, all’interno di un sistema economico meno complesso, il «capitale» e il «lavoro salariato» identificavano con una certa precisione non solo due fattori produttivi, ma anche e soprattutto due concrete classi sociali, il terzo pensiero riconosce che entrambi sono in sé legittimi.

Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale.

Si tratta di una verità che vale anche per il presente, perché è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è assolutamente ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa, negando l’efficacia dell’altro.

 

149 – 278 

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Nella considerazione dei rapporti tra lavoro e capitale, soprattutto di fronte alle imponenti trasformazioni dei nostri tempi, si deve ritenere che la «principale risorsa» e il «fattore decisivo» in mano all’uomo è l’uomo stesso.

L’integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso.

Il mondo del lavoro, infatti, sta scoprendo sempre di più che il valore del «capitale umano» trova espressione nelle conoscenze dei lavoratori, nella loro disponibilità a tessere relazioni, nella creatività, nell’imprenditorialità di se stessi, nella capacità di affrontare consapevolmente il nuovo, di lavorare insieme e di saper perseguire obiettivi comuni.

Si tratta di qualità prettamente personali, che appartengono al soggetto del lavoro più che agli aspetti oggettivi, tecnici, operativi del lavoro stesso.

Tutto questo comporta una prospettiva nuova nei rapporti tra lavoro e capitale: si può affermare che, contrariamente a quanto accadeva nella vecchia organizzazione del lavoro dove il soggetto finiva per venire appiattito sull’oggetto, sulla macchina, al giorno d’oggi la dimensione soggettiva del lavoro tende ad essere più decisiva e importante di quella oggettiva.

 

150 – 279 

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Il rapporto tra lavoro e capitale presenta spesso i tratti della conflittualità, che assume caratteri nuovi con il mutare dei contesti sociali ed economici.

Ieri, il conflitto tra capitale e lavoro era originato, soprattutto, dal fatto che i lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori, e che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione, cercava di stabilire il salario più basso possibile per il lavoro eseguito dagli operai.

Attualmente, il conflitto presenta aspetti nuovi e, forse, più preoccupanti: i progressi scientifici e tecnologici e la mondializzazione dei mercati, di per sé fonte di sviluppo e di progresso, espongono i lavoratori al rischio di essere sfruttati dagli ingranaggi dell’economia e dalla ricerca sfrenata di produttività.

 

151 – 280 

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Non si deve erroneamente ritenere che il processo di superamento della dipendenza del lavoro dalla materia sia capace di per sé di superare l’alienazione sul lavoro e del lavoro.

Il riferimento non è solo alle tante sacche di non lavoro, di lavoro nero, di lavoro minorile, di lavoro sottopagato, di lavoro sfruttato, che ancora persistono, ma anche alle nuove forme, molto più sottili, di sfruttamento dei nuovi lavori, al super-lavoro, al lavoro- carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona, all’eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la vita familiare, alla modularità lavorativa che rischia di avere pesanti ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza e sulla stabilità delle relazioni familiari.

Se l’uomo è alienato quando inverte mezzi e fini, anche nel nuovo contesto di lavoro immateriale, leggero, qualitativo più che quantitativo, si possono dare elementi di alienazione a seconda che cresca la … partecipazione dell’uomo in un’autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 28 in Rev. 0).
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27) La dignità del lavoro – La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro. 29) La dignità del lavoro – Il lavoro, titolo di partecipazione.

E’ Natale ogni volta che

Buona Luce a tutti voi

È Natale ogni volta che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano;

ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare un altro;

ogni volta che volgi la schiena ai prìncipi
che cacciano gli oppressi ai margini del loro isolamento;

ogni volta che speri con i “prigionieri”
(gli oppressi dal peso della povertà fisica, morale e spirituale);

ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza!

È Natale ogni volta che permetti al Signore

di amare gli altri attraverso di te…

 

 (Madre Teresa di Calcutta)

 

La dignità del lavoro – La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro

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141 – 270

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Il lavoro umano ha una duplice dimensione: oggettiva e soggettiva.

In senso oggettivo è l’insieme di attività, risorse, strumenti e tecniche di cui l’uomo si serve per produrre, per manutenere e per gestire il territorio da lui occupato.

Il lavoro in senso soggettivo è l’agire dell’uomo in quanto essere dinamico, capace di compiere varie azioni che appartengono al processo del lavoro e che corrispondono alla sua vocazione personale.

L’uomo, per sua natura, si realizza quando lascia un segno sulla “sua” terra e quando, in un certo senso, la domina e controlla, perché, proprio in quanto persona, egli è un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso.

Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro.

Il lavoro in senso oggettivo costituisce l’aspetto contingente dell’attività dell’uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche. 

In senso soggettivo si configura, invece, come la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel che l’uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale.

La distinzione è decisiva sia per comprendere qual è il fondamento ultimo del valore e della dignità del lavoro, sia in ordine al problema di un’organizzazione dei sistemi economici e sociali rispettosa dei diritti dell’uomo.

 

142 – 271

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 La soggettività conferisce al lavoro la sua peculiare dignità, che impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale dell’organizzazione produttiva.

Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è « actus personae ».

Qualsiasi forma di materialismo e di economicismo che tentasse di ridurre il lavoratore a mero strumento di produzione, a semplice forza-lavoro, a valore esclusivamente materiale, finirebbe per snaturare irrimediabilmente l’essenza del lavoro, privandolo della sua finalità più nobile e profondamente umana.

La persona è il metro della dignità del lavoro.

Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona.

La dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella oggettiva, perché è quella dell’uomo stesso che compie il lavoro, determinandone la qualità e il valore più alto.

Se manca questa consapevolezza oppure non si vuole riconoscere questa verità, il lavoro perde il suo significato più vero e profondo: in questo caso, purtroppo frequente e diffuso, l’attività lavorativa e le stesse tecniche utilizzate diventano più importanti dell’uomo stesso e, da alleate, si trasformano in nemiche della sua dignità.

 

143 – 272

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Il lavoro umano non soltanto procede dalla persona, ma è anche essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa.

Indipendentemente dal suo contenuto oggettivo, il lavoro deve essere orientato verso il soggetto che lo compie, perché lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro, rimane sempre l’uomo.

Anche se non può essere ignorata l’importanza della componente oggettiva del lavoro sotto il profilo della sua qualità, tale componente, tuttavia, va subordinata alla realizzazione dell’uomo, e quindi alla dimensione soggettiva, grazie alla quale è possibile affermare che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro e che lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo — fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante — rimane sempre l’uomo stesso.

 

144 – 273

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Il lavoro umano possiede anche un’intrinseca dimensione sociale.

Il lavoro di un uomo, infatti, si intreccia naturalmente con quello di altri uomini.

Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno.

Anche i frutti del lavoro offrono occasione di scambi, di relazioni e d’incontro.

Il lavoro, pertanto, non si può valutare giustamente se non si tiene conto della sua natura sociale giacché se non sussiste un corpo veramente sociale e organico, se un ordine sociale e giuridico non tutela l’esercizio del lavoro, se le varie parti, le une dipendenti dalle altre, non si collegano fra di loro e mutuamente non si compiono, se, quel che è di più, non si associano, quasi a formare una cosa sola, l’intelligenza, il capitale, il lavoro, l’umana attività non può produrre i suoi frutti, e quindi non si potrà valutare giustamente né retribuire adeguatamente, dove non si tenga conto della sua natura sociale e individuale.

 

145 – 274

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Il lavoro è anche un obbligo cioè un dovere dell’uomo.

L’uomo deve lavorare sia per evitare lo status di parassita, sia per rispondere alle esigenze di mantenimento e sviluppo della sua stessa umanità.

Il lavoro si profila come obbligo morale in relazione al prossimo, che è in primo luogo la propria famiglia, ma anche la società, alla quale si appartiene, la Nazione, della quale si è figli o figlie, l’intera famiglia umana, di cui si è membri: siamo eredi del lavoro di generazioni e insieme artefici del futuro di tutti gli uomini che vivranno dopo di noi.

 

146 – 275

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 Il lavoro conferma la profonda identità dell’uomo.

 Diventando — mediante il suo lavoro — sempre di più padrone della terra, e confermando — ancora mediante il lavoro — il suo dominio sul mondo visibile, l’uomo, in ogni caso ed in ogni fase di questo processo, persegue la sua naturale propensione, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato dotato di innata capacità creativa e generativa.

Ciò qualifica l’attività dell’uomo nell’universo di cui egli non è il padrone, ma bensì il fiduciario e, per quanto possibile, il custode ed il gestore.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 27 in Rev. 0).
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26) La società al servizio della famiglia. 28) La dignità del lavoro – I rapporti tra lavoro e capitale.

 

Se scoprissi che mio figlio è omosessuale.

From Miami With love

Se scoprissi che mio figlio è omosessuale, mi chiedo che cosa gli direi.

Beh… gli direi che l’amore è una bestia difficile da domare ed a tutti quanti, prima di trovare l’anima gemella, capita di trovarsi con un cuore malamente ammaccato.

Quindi non è il caso di buttarsi giù quando le storie finiscono male, è il caso di leccarsi le ferite per poi ricominciare a vivere.

Gli direi di essere come è ed, allo stesso tempo, di rispettare il prossimo.

Quindi gli parlerei dell’importanza della genuinità e dell’importanza della delicatezza.

Gli direi che se le persone avranno paura di lui, proveranno paura del suo essere uomo e non del suo essere omosessuale.

E la paura si combatte con il suo opposto ovvero con quello spirito eroico che, a volte, si chiama Carità ed altre volte si chiama Misericordia.

Magari, gli farei notare che se Gesù Cristo ci ha detto sia di amare il nostro prossimo che di amare il nostro nemico,  e probabilmente riteneva probabile che, molte volte, si sarebbe trattato della stessa persona.

D’altro canto, se ci ha detto di farlo, lo ha fatto perché riteneva che, facendo così, noi tutti saremmo stati sicuramente più felici.

Gli direi che gli uomini e le donne sono due espressioni diverse dell’immagine di Dio.

E gli suggerirei di fare l’impossibile per scoprirle entrambe.

Cercherei di fargli capire che il contatto con le persone è ottenibile solamente passando per il cuore e, solo dopo, con una sola persona veramente speciale, potrebbe valere la pena di utilizzare anche i genitali.

So benissimo che, da subito, egli non mi darà retta in quanto tutti i semi ci mettono un po’ prima di germogliare.

Infine, probabilmente, gli farei notare che, se in casa nostra lui è amato senza condizioni, allora è possibile essere amati senza condizioni.

Quindi lo manderei a cercare quell’amore.

D’altronde il padre è colui che ti indica il mondo e ti dice di andarlo ad esplorare.

Sapete che vi dico?

Mi rendo conto che le cose importanti che ritengo di dover dire ad un figlio omosessuale, finirebbero per essere le stesse che direi ad un figlio che non lo fosse.

La società al servizio della famiglia

Indignati (Roma, 15.10.2011)

 

138-252

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Il punto di partenza per un corretto e costruttivo rapporto tra la famiglia e la società è il riconoscimento della soggettività e della priorità sociale della famiglia.

Il loro intimo rapporto impone che la società non venga mai meno al suo fondamentale compito di rispettare e di promuovere la famiglia stessa.

La società e, in particolare, le istituzioni statali — nel rispetto della priorità e antecedenza della famiglia — sono chiamate a garantire e favorire la genuina identità della vita familiare e a evitare e combattere tutto ciò che la altera e ferisce.

Ciò richiede che l’azione politica e legislativa salvaguardi i valori della famiglia, dalla promozione dell’intimità e della convivenza familiare, al rispetto della vita nascente, alla effettiva libertà di scelta nell’educazione dei figli.

La società e lo Stato non possono, pertanto, né assorbire, né sostituire, né ridurre la dimensione sociale della famiglia stessa; piuttosto devono onorarla, riconoscerla, rispettarla e promuoverla secondo il principio di sussidiarietà.

 

139-253

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Il servizio della società alla famiglia si concretizza nel riconoscimento, nel rispetto e nella promozione dei diritti della famiglia.

Tutto ciò richiede la realizzazione di autentiche ed efficaci politiche familiari con interventi precisi in grado di affrontare i bisogni che derivano dai diritti della famiglia come tale.

In tal senso, è necessario il prerequisito, essenziale e irrinunciabile, del riconoscimento — che comporta la tutela, la valorizzazione e la promozione — dell’identità della famiglia, società naturale fondata sul matrimonio.

Tale riconoscimento traccia una linea di demarcazione netta tra la famiglia propriamente intesa e le altre convivenze, che della famiglia — per loro natura — non possono meritare né il nome né lo statuto.

 

140-254

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Il riconoscimento, da parte delle istituzioni civili e dello Stato, della priorità della famiglia su ogni altra comunità e sulla stessa realtà statuale, comporta il superamento delle concezioni meramente individualistiche e l’assunzione della dimensione familiare come prospettiva, culturale e politica, irrinunciabile nella considerazione delle persone.

Ciò non si pone in alternativa, ma piuttosto a sostegno e tutela degli stessi diritti che le persone hanno singolarmente.

Tale prospettiva rende possibile elaborare criteri normativi per una soluzione corretta dei diversi problemi sociali, poiché le persone non devono essere considerate solo singolarmente, ma anche in relazione ai nuclei familiari in cui sono inserite, dei cui valori specifici ed esigenze si deve tenere debito conto.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 26 in Rev. 0).
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25) La famiglia come protagonista della vita sociale. 27) La dignità del lavoro – La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro.

La famiglia come protagonista della vita sociale

IndovinaChi.VieneACena

a) Solidarietà familiare

132 – 246

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La soggettività sociale delle famiglie, sia singole che associate, si esprime anche con manifestazioni di solidarietà e di condivisione, non solo tra le famiglie stesse, ma pure mediante varie forme di partecipazione alla vita sociale e politica.

Si tratta della conseguenza della realtà familiare fondata sull’amore: nascendo dall’amore e crescendo nell’amore, la solidarietà appartiene alla famiglia come dato costitutivo e strutturale.

È una solidarietà che può assumere il volto del servizio e dell’attenzione a quanti vivono nella povertà e nell’indigenza, agli orfani, agli handicappati, ai malati, agli anziani, a chi è nel lutto, a quanti sono nel dubbio, nella solitudine o nell’abbandono; una solidarietà che si apre all’accoglienza, all’affidamento o all’adozione; che sa farsi voce di ogni situazione di disagio presso le istituzioni, affinché intervengano secondo le loro specifiche finalità.

 

133-247

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Le famiglie, lungi dall’essere solo oggetto dell’azione politica, possono e devono diventare soggetto di tale attività.

Esse, cioè, si devono adoperare affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia.

In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere “protagoniste” della cosiddetta “politica familiare” e assumersi la responsabilità di trasformare la società.

A tale scopo va rafforzato l’associazionismo familiare.

Le famiglie hanno il diritto di formare associazioni con altre famiglie e istituzioni per svolgere il ruolo della famiglia in modo conveniente ed effettivo, come pure per proteggere i diritti, promuovere il bene e rappresentare gli interessi della famiglia.

Sul piano economico, sociale, giuridico e culturale, deve essere riconosciuto il legittimo ruolo delle famiglie e delle associazioni familiari nella elaborazione e nell’attuazione dei programmi che interessano la vita della famiglia.

 

b) Famiglia, vita economica e lavoro

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Il rapporto che intercorre tra la famiglia e la vita economica è particolarmente significativo.

Da una parte, infatti, l’«eco-nomia» è nata dal lavoro domestico: la casa è stata per lungo tempo, e ancora — in molti luoghi — continua ad essere, unità di produzione e centro di vita. Il dinamismo della vita economica, d’altra parte, si sviluppa con l’iniziativa delle persone e si realizza, secondo cerchi concentrici, in reti sempre più vaste di produzione e di scambio di beni e di servizi, che coinvolgono in misura crescente le famiglie. La famiglia, dunque, va considerata, a buon diritto, come una protagonista essenziale della vita economica, orientata non dalla logica del mercato, ma da quella della condivisione e della solidarietà tra le generazioni.

 

135-249

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Un rapporto del tutto particolare lega la famiglia e il lavoro.

La famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano.

Tale rapporto affonda le sue radici nella relazione che intercorre tra la persona e il suo diritto a possedere il frutto del proprio lavoro e riguarda non solo il singolo come individuo, ma anche come membro di una famiglia, intesa quale «società domestica».

Il lavoro è essenziale in quanto rappresenta la condizione che rende possibile la fondazione di una famiglia, i cui mezzi di sussistenza si acquistano mediante il lavoro.

Il lavoro condiziona anche il processo di sviluppo delle persone, poiché una famiglia colpita dalla disoccupazione rischia di non realizzare pienamente le sue finalità.

L’apporto che la famiglia può offrire alla realtà del lavoro è prezioso e, per molti versi, insostituibile.

Si tratta di un contributo che si esprime sia in termini economici sia mediante le grandi risorse di solidarietà che la famiglia possiede e che costituiscono un importante appoggio per chi, al suo interno, si trova senza lavoro o è alla ricerca di un’occupazione.

Soprattutto e più radicalmente, è un contributo che si realizza con l’educazione al senso del lavoro e tramite l’offerta di orientamenti e sostegni di fronte alle stesse scelte professionali.

 

136-250

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Per tutelare questo rapporto tra famiglia e lavoro, un elemento da apprezzare e salvaguardare è il salario familiare, ossia un salario sufficiente a mantenere e a far vivere dignitosamente la famiglia.

Tale salario deve permettere la realizzazione di un risparmio che favorisca l’acquisizione di qualche forma di proprietà, come garanzia di libertà: il diritto alla proprietà è strettamente legato all’esistenza delle famiglie, che si mettono al riparo dal bisogno anche grazie al risparmio e alla costituzione di una proprietà familiare.

Vari possono essere i modi per dare concretezza al salario familiare.

Concorrono a determinarlo alcuni importanti provvedimenti sociali, quali gli assegni familiari e altri contributi per le persone a carico, nonché la remunerazione del lavoro casalingo di uno dei due genitori.

 

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Nel rapporto tra famiglia e lavoro, una speciale attenzione va riservata al lavoro della donna in famiglia, il cosiddetto lavoro di cura, che chiama in causa anche le responsabilità dell’uomo come marito e come padre.

Il lavoro di cura, a cominciare da quello della madre, proprio perché finalizzato e dedicato al servizio della qualità della vita, costituisce un tipo di attività lavorativa eminentemente personale e personalizzante, che deve essere socialmente riconosciuta e valorizzata, anche mediante un corrispettivo economico almeno pari a quello di altri lavori.

Nello stesso tempo, occorre eliminare tutti gli ostacoli che impediscono agli sposi di esercitare liberamente la loro responsabilità procreativa e, in particolare, quelli che costringono la donna a non svolgere pienamente le sue funzioni materne.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 25 in Rev. 0).
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24) Funzione sociale della famiglia – Il compito educativo. 26) La società al servizio della famiglia.