CAPITOLO 5 – La vita economica

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli

SEZIONE 5.1 – Morale ed economia

1 euro cent

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Si crede fermamente nella presenza di una connotazione morale dell’economia.

Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui princìpi propri, non è corretto affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno all’altro, da considerare il primo svincolato dal secondo.

Di certo, attraverso una rigorosa e libera ricerca, è possibile e doveroso

  • delineare modelli economici che siano il più possibile coerenti con la natura stessa delle cose e con l’indole dell’anima e del corpo umano,
  • stabilire quali limiti debbano essere posti in campo economico
    • al potere del singolo uomo,
    • agli obiettivi raggiungibili,
    • ed ai mezzi accettabili;
  • e, per mezzo della comprensione dalla natura delle cose e della natura individuale e sociale dell’uomo, dedurre e chiarire quale sia il fine proposto a tutto l’ordine economico.

Alla fine, però, sarà sempre e solo la legge morale è quella che

  • ci intima di cercare nel complesso delle nostre azioni il fine supremo ed ultimo
  • e, nei particolari generi di operosità (e quindi anche in ogni specifica attività economica), ci spinge cercarne gli obiettivi specifici ed a comprenderne l’apporto e l’armonica subordinazione al fine supremo.

 

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Il rapporto tra morale ed economia è necessario e intrinseco: attività economica e comportamento morale si compenetrano intimamente. La necessaria distinzione tra morale ed economia non comporta una separazione tra i due ambiti, ma, al contrario, una reciprocità importante.

Come in ambito morale si deve tener conto delle ragioni e delle esigenze dell’economia, operando in campo economico ci si deve aprire alle istanze morali.

Anche nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della persona umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società. L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale ».

Dare il giusto e dovuto peso alle ragioni proprie dell’economia non significa rifiutare come irrazionale ogni considerazione di ordine metaeconomico, proprio perché il fine dell’economia non sta nell’economia stessa, bensì nella sua destinazione umana e sociale. All’economia, infatti, sia in ambito scientifico sia a livello di prassi, non è affidato il fine della realizzazione dell’uomo e della buona convivenza umana, ma un compito parziale: la produzione, la distribuzione e il consumo di beni materiali e di servizi.

 

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La dimensione morale dell’economia fa cogliere come finalità inscindibili, anziché separate e alternative, l’efficienza economica e la promozione di uno sviluppo solidale dell’umanità.

La morale, costitutiva della vita economica, non è né oppositiva, né neutrale: se ispirata alla giustizia e alla solidarietà, costituisce un fattore di efficienza sociale della stessa economia.

È un dovere svolgere in maniera efficiente l’attività di produzione dei beni, altrimenti si sprecano risorse; ma non è accettabile una crescita economica ottenuta a discapito degli esseri umani, di interi popoli e gruppi sociali, condannati all’indigenza e all’esclusione.

L’espansione della ricchezza, visibile nella disponibilità di beni e di servizi, e l’esigenza morale di una equa diffusione di questi ultimi devono stimolare l’uomo e la società nel suo insieme a praticare la virtù essenziale della solidarietà per combattere, nello spirito della giustizia e della carità, ovunque ne sia rivelata la presenza, quelle «strutture oppressive» che generano e mantengono povertà, sottosviluppo e degradazione.

Tali strutture sono edificate e consolidate da molti atti concreti di egoismo umano.

 

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Per assumere un profilo morale, l’attività economica deve avere come soggetti tutti gli uomini e tutti i popoli.

Tutti hanno il diritto di partecipare alla vita economica e il dovere di contribuire, secondo le proprie capacità, al progresso del proprio Paese e dell’intera famiglia umana.

Se, in qualche misura, tutti sono responsabili di tutti, ciascuno ha il dovere di impegnarsi per lo sviluppo economico di tutti è dovere di solidarietà e di giustizia, ma è anche la via migliore per far progredire l’intera umanità. Se vissuta moralmente, l’economia è dunque prestazione di un servizio reciproco, mediante la produzione di beni e servizi utili alla crescita di ognuno, e diventa opportunità per ogni uomo di vivere la solidarietà e la vocazione alla comunione con gli altri uomini.

Lo sforzo di concepire e realizzare progetti economico-sociali capaci di favorire una società più equa e un mondo più umano rappresenta una sfida aspra, ma anche un dovere stimolante, per tutti gli operatori economici e per i cultori delle scienze economiche.

 

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Oggetto dell’economia è la formazione della ricchezza e il suo incremento progressivo, in termini non soltanto quantitativi, ma qualitativi: tutto ciò è moralmente corretto se finalizzato allo sviluppo globale e solidale dell’uomo e della società in cui egli vive ed opera.

Lo sviluppo, infatti, non può essere ridotto a mero processo di accumulazione di beni e servizi. Al contrario, la pura accumulazione, anche qualora fosse per il bene comune, non è una condizione sufficiente per la realizzazione dell’autentica felicità umana. In questo senso, il Magistero sociale mette in guardia dall’insidia che un tipo di sviluppo solo quantitativo nasconde, perché la « eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali rende facilmente gli uomini schiavi del “possesso” e del godimento immediato… È la cosiddetta civiltà dei “consumi”, o consumismo… ».

 

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Nella prospettiva dello sviluppo integrale e solidale, si può dare un giusto apprezzamento alla valutazione morale che il terzo pensiero offre sull’economia di mercato o, semplicemente, economia libera.

Se con “capitalismo” si indicasse un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, esso sarebbe accettabile anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”.

Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico, allora la risposta è decisamente negativa. Si riconosce infatti che il capitalismo, se liberato da ogni controllo, diventa selvaggio e predatorio e contrario a tutti i valori che distinguono il terzo pensiero.

Per questo motivo, il terzo pensiero riconosce la necessità di porre condizioni sociali e politiche dell’attività economica per mezzo della definizione di:

  • regole e limiti,
  • qualità morale,
  • finalità accettabili e significati.

 

SEZIONE 5.2 – Iniziativa Privata ed Impresa

Tacheles stairs, Berlin

200-336

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Il terzo pensiero considera la libertà della persona in campo economico un valore fondamentale e un diritto inalienabile da promuovere e tutelare.

Ciascuno ha il diritto di iniziativa economica e ciascuno è chiamato ad usare legittimamente i propri talenti per concorrere a un’abbondanza di cui tutti possano godere, e per raccogliere dai propri sforzi i giusti frutti.

Ci deve essere una grande consapevolezza delle conseguenze negative che derivano dalla mortificazione o negazione del diritto di iniziativa economica.

Infatti, la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa “eguaglianza” di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d’iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino.

In questa prospettiva, la libera e responsabile iniziativa in campo economico può essere anche definita come un atto che rivela l’umanità dell’uomo in quanto soggetto creativo e relazionale.

Tale iniziativa deve godere, pertanto, di uno spazio ampio.

Lo Stato ha l’obbligo morale di porre dei vincoli stringenti solo in ordine alle incompatibilità tra il perseguimento del bene comune e il tipo di attività economica avviata o le sue modalità di svolgimento.

 

201-337

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La dimensione creativa è un elemento essenziale dell’agire umano, anche in campo imprenditoriale, e si manifesta specialmente nell’attitudine progettuale e innovativa.

Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di ricchezza dell’odierna società. Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e — quale parte essenziale di tale lavoro — delle capacità di iniziativa e di imprenditorialità.

Alla base di tale insegnamento va individuata la convinzione che la principale risorsa dell’uomo insieme con la terra è l’uomo stesso. È la sua intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti.

 

a) L’impresa e i suoi fini

Encuentro de Empresas del Sector Turístico

202-338

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L’impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili.

Cercando di produrre beni e servizi in una logica di efficienza e di soddisfacimento degli interessi dei diversi soggetti implicati, essa crea ricchezza per tutta la società: non solo per i proprietari, ma anche per gli altri soggetti interessati alla sua attività. Oltre a tale funzione tipicamente economica, l’impresa svolge anche una funzione sociale, creando opportunità d’incontro, di collaborazione, di valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte. Nell’impresa, pertanto, la dimensione economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma anche sociali e morali, da perseguire congiuntamente.

L’obiettivo dell’impresa deve essere realizzato in termini e con criteri economici, ma non devono essere trascurati gli autentici valori che permettono lo sviluppo concreto della persona e della società.

In questa visione personalista e comunitaria, « l’azienda non può essere considerata solo come una “società di capitali”; essa, al tempo stesso, è una “società di persone”, di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi collaborano col loro lavoro ».

 

203-339

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I componenti dell’impresa devono essere consapevoli che la comunità nella quale operano rappresenta un bene per tutti e non una struttura che permette di soddisfare esclusivamente gli interessi personali di qualcuno.

Solo tale consapevolezza permette di giungere alla costruzione di un’economia veramente al servizio dell’uomo e di elaborare un progetto di reale cooperazione tra le parti sociali.

Un esempio molto importante e significativo nella direzione indicata proviene dall’attività che può riferirsi alle imprese cooperative, alle piccole e medie imprese, alle aziende artigianali e a quelle agricole a dimensione familiare. La dottrina sociale ha sottolineato il contributo che esse offrono alla valorizzazione del lavoro, alla crescita del senso di responsabilità personale e sociale, alla vita democratica, ai valori umani utili al progresso del mercato e della società.

 

204-340

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Il Terzo Pensiero riconosce la giusta funzione del profitto, come primo indicatore del buon andamento dell’azienda.

«Quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati».

Ciò non offusca la consapevolezza del fatto che non sempre il profitto segnala che l’azienda stia servendo adeguatamente la società. È possibile, ad esempio, «che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità». È quanto avviene quando l’impresa è inserita in sistemi socio-culturali improntati allo sfruttamento delle persone, inclini a sfuggire agli obblighi di giustizia sociale e a violare i diritti dei lavoratori.

È indispensabile che, all’interno dell’impresa, il legittimo perseguimento del profitto si armonizzi con l’irrinunciabile tutela della dignità delle persone che a vario titolo operano nella stessa impresa. Le due esigenze non sono affatto in contrasto l’una con l’altra, dal momento che, da una parte, non sarebbe realistico pensare di garantire il futuro dell’impresa senza la produzione di beni e servizi e senza conseguire profitti che siano il frutto dell’attività economica svolta; d’altra parte, consentendo alla persona che lavora di crescere, si favorisce una maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso. L’impresa deve essere una comunità solidale non chiusa negli interessi corporativi, tendere ad un’« ecologia sociale » del lavoro, e contribuire al bene comune anche mediante la salvaguardia dell’ambiente naturale.

 

205-341

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Se nell’attività economica e finanziaria la ricerca di un equo profitto è accettabile, il ricorso all’usura è moralmente condannato.

Quanti nei commerci usano pratiche usuraie e mercantili che provocano la fame e la morte dei loro fratelli in umanità, commettono indirettamente un omicidio, che è loro imputabile. Tale condanna si estende anche ai rapporti economici internazionali, specialmente per quanto riguarda la situazione dei Paesi meno progrediti, ai quali non possono essere applicati sistemi finanziari abusivi, se non usurai. E’ necessario opporsi con forza a questa pratica che è tuttora drammaticamente estesa. Non è quindi mai lecito praticare l’usura, piaga che anche ai nostri giorni è una infame realtà, capace di strangolare la vita di molte persone.

 

206-342

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L’impresa si muove oggi nel quadro di scenari economici di dimensioni sempre più ampie.

All’interno dei quali gli Stati nazionali mostrano limiti nella capacità di governare i rapidi processi di mutamento che investono le relazioni economico-finanziarie internazionali; questa situazione induce le imprese ad assumersi responsabilità nuove e maggiori rispetto al passato.

Mai come oggi il loro ruolo risulta determinante in vista di uno sviluppo autenticamente solidale e integrale dell’umanità ed è altrettanto decisivo, in questo senso, il loro livello di consapevolezza del fatto che lo sviluppo o diventa comune a tutte le parti del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche nelle zone segnate da un costante progresso.

Questo fenomeno è particolarmente indicativo della natura dell’autentico sviluppo: o vi partecipano tutte le Nazioni del mondo, o non sarà veramente tale.

 

b) Il ruolo dell’imprenditore e del dirigente d’azienda

The BOSS.

207-343

 

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L’iniziativa economica è espressione dell’umana intelligenza e dell’esigenza di rispondere ai bisogni dell’uomo in modo creativo e collaborativo.

Nella creatività e nella cooperazione è scritta l’autentica concezione della competizione imprenditoriale: un cum-petere, ossia un cercare insieme le soluzioni più adeguate, per rispondere nel modo più idoneo ai bisogni che man mano emergono.

Il senso di responsabilità che scaturisce dalla libera iniziativa economica si configura non solo come virtù individuale indispensabile per la crescita umana del singolo, ma anche come virtù sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale.

In questo processo sono coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, l’affidabilità e la fedeltà nei rapporti interpersonali, la fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna.

 

208-344

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I ruoli dell’imprenditore e del dirigente rivestono un’importanza centrale dal punto di vista sociale, perché si collocano al cuore di quella rete di legami tecnici, commerciali, finanziari, culturali, che caratterizzano la moderna realtà di impresa.

Dal momento che le decisioni aziendali producono, in ragione della crescente complessità dell’attività imprenditoriale, una molteplicità di effetti congiunti di grande rilevanza non solo economica, ma anche sociale, l’esercizio delle responsabilità imprenditoriali e dirigenziali esige, oltre ad uno sforzo continuo di aggiornamento specifico, una costante riflessione sulle motivazioni morali che devono guidare le scelte personali di chi è investito di tali compiti.

Gli imprenditori e i dirigenti non possono tener conto esclusivamente dell’obiettivo economico dell’impresa, dei criteri dell’efficienza economica, delle esigenze della cura del «capitale» come insieme di mezzi di produzione: è loro preciso dovere anche il concreto rispetto della dignità umana dei lavoratori che operano nell’impresa.

Questi ultimi costituiscono «il patrimonio più prezioso dell’azienda», il fattore decisivo della produzione.

Nelle grandi decisioni strategiche e finanziarie, di acquisto o di vendita, di ridimensionamento o chiusura di impianti, nella politica delle fusioni, non ci si può limitare esclusivamente a criteri di natura finanziaria o commerciale.

 

209-345

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Il Terzo Pensiero sottolinea la necessità che l’imprenditore e il dirigente si impegnino a strutturare l’attività lavorativa nelle loro aziende.

I buoni imprenditori

  • favoriranno la famiglia, specialmente le madri di famiglia nello svolgimento dei loro compiti,
  • asseconderanno, alla luce di una visione integrale dell’uomo e dello sviluppo, la domanda di qualità
    • delle merci da produrre e da consumare;
    • dei servizi di cui usufruire;
    • dell’ambiente
    • e della vita in generale;
  • investianno, qualora ricorrano le condizioni economiche e di stabilità politica, in quei luoghi e in quei settori produttivi che offrono a individui e popoli l’occasione di valorizzare il proprio lavoro.

 

SEZIONE 5.3 – Istituzioni economiche al Servizio dell’Uomo

The Stock Exchange, NYC

210-346

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Una delle questioni prioritarie in economia è l’impiego delle risorse, cioè di tutti quei beni e servizi a cui i soggetti economici, produttori e consumatori privati e pubblici, attribuiscono un valore per l’utilità ad essi inerente nel campo della produzione e del consumo.

Le risorse sono nella natura quantitativamente scarse e ciò implica, di necessità, che ogni soggetto economico singolo, così come ogni società, debba escogitare una qualche strategia per impiegarle nel modo più razionale possibile, seguendo la logica dettata dal principio di economicità.

Da ciò dipendono sia l’effettiva soluzione del problema economico più generale, e fondamentale, della limitatezza dei mezzi rispetto ai bisogni individuali e sociali, privati e pubblici, sia l’efficienza complessiva, strutturale e funzionale, dell’intero sistema economico. Tale efficienza chiama direttamente in causa la responsabilità e la capacità di vari soggetti, quali il mercato, lo Stato e i corpi sociali intermedi.

 

a) Ruolo del libero mercato

Central Market in Port Louis

211-347

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Il libero mercato è un’istituzione socialmente importante per la sua capacità di garantire risultati efficienti nella produzione di beni e servizi.

Storicamente, il mercato ha dato prova di saper avviare e sostenere, nel lungo periodo, lo sviluppo economico.

Vi sono buone ragioni per ritenere che, in molte circostanze, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni.

Il Terzo Pensiero Politico apprezza i sicuri vantaggi che i meccanismi del libero mercato offrono, sia per una migliore utilizzazione delle risorse, sia per l’agevolazione dello scambio dei prodotti; questi meccanismi, soprattutto, pongono al centro la volontà e le preferenze della persona che nel contratto si incontrano con quelle di un’altra persona.

Un vero mercato concorrenziale è uno strumento efficace per conseguire importanti obiettivi di giustizia: moderare gli eccessi di profitto delle singole imprese; rispondere alle esigenze dei consumatori; realizzare un migliore utilizzo e un risparmio delle risorse; premiare gli sforzi imprenditoriali e l’abilità di innovazione; far circolare l’informazione, in modo che sia davvero possibile confrontare e acquistare i prodotti in un contesto di sana concorrenza.

 

212-348

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Il libero mercato non può essere giudicato prescindendo dai fini che persegue e dai valori che trasmette a livello sociale.

Il mercato, infatti, non può trovare in se stesso il principio della propria legittimazione.

Spetta alla coscienza individuale e alla responsabilità pubblica stabilire un giusto rapporto tra mezzi e fini.

L’utile individuale dell’operatore economico, sebbene legittimo, non deve mai diventare l’unico obiettivo. Accanto ad esso, ne esiste un altro, altrettanto fondamentale e superiore, quello dell’utilità sociale, che deve trovare realizzazione non in contrasto, ma in coerenza con la logica di mercato.

Quando svolge le importanti funzioni sopra ricordate, il libero mercato diventa funzionale al bene comune e allo sviluppo integrale dell’uomo, mentre l’inversione del rapporto tra mezzi e fini può farlo degenerare in una istituzione disumana e alienante, con ripercussioni incontrollabili.

 

213-349

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Il Terzo Pensiero, pur riconoscendo al mercato la funzione di strumento insostituibile di regolazione all’interno del sistema economico, mette in evidenza la necessità di ancorarlo a finalità morali, che assicurino e, nello stesso tempo, circoscrivano adeguatamente lo spazio della sua autonomia.

L’idea che si possa affidare al solo mercato la fornitura di tutte le categorie di beni non è condivisibile, perché basata su una visione riduttiva della persona e della società. Di fronte al concreto rischio di un’«idolatria» del mercato, il Terzo Pensiero ne sottolinea il limite, facilmente rilevabile nella sua constatata incapacità di soddisfare esigenze umane importanti, per le quali c’è bisogno di beni che, per loro natura, non sono né possono essere semplici merci, beni non negoziabili secondo la regola dello scambio di equivalenti e la logica del contratto, tipiche del mercato.

 

214-350

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Il mercato assume una funzione sociale rilevante nelle società contemporanee, perciò è importante individuarne le potenzialità più positive e creare condizioni che ne permettano il concreto dispiegamento.

Gli operatori devono essere effettivamente liberi di confrontare, valutare e scegliere tra varie opzioni, tuttavia la libertà, in ambito economico, deve essere regolata da un appropriato quadro giuridico, tale da porla al servizio della libertà umana integrale: la libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana.

Quando quella si rende autonoma, quando cioè l’uomo è visto più come un produttore o un consumatore di beni che come un soggetto che produce e consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l’alienarla ed opprimerla.

b) L’azione dello Stato

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L’azione dello Stato e degli altri poteri pubblici deve conformarsi al principio di sussidiarietà e creare situazioni favorevoli al libero esercizio dell’attività economica; essa deve anche ispirarsi al principio di solidarietà e stabilire dei limiti all’autonomia delle parti per difendere la più debole.

La solidarietà senza sussidiarietà, infatti, può degenerare facilmente in assistenzialismo, mentre la sussidiarietà senza solidarietà rischia di alimentare forme di localismo egoistico.

Per rispettare questi due fondamentali principi, l’intervento dello Stato in ambito economico non deve essere né invadente, né carente, bensì commisurato alle reali esigenze della società.

Lo Stato ha il dovere di assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi.

Lo Stato, ancora, ha il diritto di intervenire quando situazioni particolari di monopolio creino remore o ostacoli per lo sviluppo. Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e di guida dello sviluppo, esso può svolgere funzioni di supplenza in situazioni eccezionali.

 

216-352

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Il compito fondamentale dello Stato in ambito economico è quello di definire un quadro giuridico atto a regolare i rapporti economici, al fine di salvaguardare le condizioni prime di un’economia libera, che presuppone una certa eguaglianza tra le parti, tale che una di esse non sia tanto più potente dell’altra da poterla ridurre praticamente in schiavitù.

L’attività economica, soprattutto in un contesto di libero mercato, non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico: essa suppone, al contrario, sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà, oltre che una moneta stabile e servizi pubblici efficienti.

Per assolvere il suo compito, lo Stato deve elaborare un’opportuna legislazione, ma anche indirizzare in modo oculato le politiche economiche e sociali, così da non diventare mai prevaricatore nelle varie attività di mercato, il cui svolgimento deve rimanere libero da sovrastrutture e costrizioni autoritarie o, peggio, totalitarie.

 

217-353

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Occorre che mercato e Stato agiscano di concerto l’uno con l’altro e si rendano complementari.

Il libero mercato può recare effetti benefici per la collettività soltanto in presenza di un’organizzazione dello Stato che definisca e orienti la direzione dello sviluppo economico, che faccia rispettare regole eque e trasparenti, che intervenga anche in modo diretto, per il tempo strettamente necessario, nei casi in cui il mercato non riesce a ottenere i risultati di efficienza desiderati e quando si tratta di tradurre in atto il principio ridistributivo.

In alcuni ambiti, il mercato, infatti, non è in grado, facendo leva sui propri meccanismi, di garantire una distribuzione equa di alcuni beni e servizi essenziali alla crescita umana dei cittadini: in questo caso la complementarità tra Stato e mercato è quanto mai necessaria.

 

218-354

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Lo Stato può sollecitare i cittadini e le imprese alla promozione del bene comune provvedendo ad attuare una politica economica che favorisca la partecipazione di tutti i suoi cittadini alle attività produttive.

Il rispetto del principio di sussidiarietà deve spingere le autorità pubbliche a ricercare condizioni favorevoli allo sviluppo delle capacità d’iniziativa individuali, dell’autonomia e della responsabilità personali dei cittadini, astenendosi da ogni intervento che possa costituire un condizionamento indebito delle forze imprenditoriali.

In vista del bene comune si deve sempre perseguire con costante determinazione l’obiettivo di un giusto equilibrio tra libertà privata ed azione pubblica, intesa sia come intervento diretto in economia, sia come attività di sostegno allo sviluppo economico.

In ogni caso, l’intervento pubblico dovrà attenersi a criteri di equità, razionalità ed efficienza, e non sostituire l’azione dei singoli, contro il loro diritto alla libertà di iniziativa economica. Lo Stato, in questo caso, diventa deleterio per la società: un intervento diretto troppo pervasivo finisce per deresponsabilizzare i cittadini e produce una crescita eccessiva di apparati pubblici guidati più da logiche burocratiche che dall’obiettivo di soddisfare i bisogni delle persone.

 

219-355

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La raccolta fiscale e la spesa pubblica assumono un’importanza economica cruciale per ogni comunità civile e politica: l’obiettivo verso cui tendere è una finanza pubblica capace di proporsi come strumento di sviluppo e di solidarietà.

Una finanza pubblica equa, efficiente, efficace, produce effetti virtuosi sull’economia, perché riesce a favorire la crescita dell’occupazione, a sostenere le attività imprenditoriali e le iniziative senza scopo di lucro, e contribuisce ad accrescere la credibilità dello Stato quale garante dei sistemi di previdenza e di protezione sociale, destinati in particolare a proteggere i più deboli.

La finanza pubblica si orienta al bene comune quando si attiene ad alcuni fondamentali principi: il pagamento delle imposte  come specificazione del dovere di solidarietà; razionalità ed equità nell’imposizione dei tributi;  rigore e integrità nell’amministrazione e nella destinazione delle risorse pubbliche.

Nel ridistribuire le risorse, la finanza pubblica deve seguire i principi della solidarietà, dell’uguaglianza, della valorizzazione dei talenti, e prestare grande attenzione a sostenere le famiglie, destinando a tal fine un’adeguata quantità di risorse.

c) Il ruolo dei corpi intermedi

volontariato

220-356

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Il sistema economico-sociale deve essere caratterizzato dalla compresenza di azione pubblica e privata, inclusa l’azione privata senza finalità di lucro. Si configura in tal modo una pluralità di centri decisionali e di logiche di azione.

Vi sono alcune categorie di beni, collettivi e di uso comune, la cui utilizzazione non può dipendere dai meccanismi del mercato  e non è neppure di esclusiva competenza dello Stato. Il compito dello Stato, in relazione a questi beni, è piuttosto quello di valorizzare tutte le iniziative sociali ed economiche che hanno effetti pubblici, promosse dalle formazioni intermedie. La società civile, organizzata nei suoi corpi intermedi, è capace di contribuire al conseguimento del bene comune ponendosi in un rapporto di collaborazione e di efficace complementarità rispetto allo Stato e al mercato, favorendo così lo sviluppo di un’opportuna democrazia economica. In un simile contesto, l’intervento dello Stato va improntato all’esercizio di una vera solidarietà, che come tale non deve mai essere disgiunta dalla sussidiarietà.

 

221-357

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Le organizzazioni private senza fine di lucro hanno un loro spazio specifico in ambito economico. Contraddistingue tali organizzazioni il coraggioso tentativo di coniugare armonicamente efficienza produttiva e solidarietà.

In genere esse si costituiscono sulla base di un patto associativo e sono espressione di una comune tensione ideale dei soggetti che liberamente decidono di aderirvi. Lo Stato è chiamato a rispettare la natura di queste organizzazioni e a valorizzarne le caratteristiche, dando concreta attuazione al principio di sussidiarietà, che postula appunto un rispetto e una promozione della dignità e dell’autonoma responsabilità del soggetto « sussidiato ».

d) Risparmio e consumo

222-358

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I consumatori, che in molti casi dispongono di ampi margini di potere d’acquisto, ben al di là della soglia di sussistenza, possono notevolmente influenzare la realtà economica con le loro libere scelte tra consumo e risparmio.

La possibilità di influire sulle scelte del sistema economico, infatti, è nelle mani di chi deve decidere sulla destinazione delle proprie risorse finanziarie. Oggi più che in passato è possibile valutare le alternative disponibili non solo sulla base del previsto rendimento o del loro grado di rischio, ma anche esprimendo un giudizio di valore sui progetti di investimento che le risorse andranno a finanziare, nella consapevolezza che la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale.

 

223-359

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L’utilizzo del proprio potere d’acquisto va esercitato nel contesto delle esigenze morali della giustizia e della solidarietà e di precise responsabilità sociali.

Non bisogna dimenticare il dovere della carità, cioè il dovere di sovvenire col proprio “superfluo” e, talvolta, anche col proprio “necessario” per dare ciò che è indispensabile alla vita del povero.

Tale responsabilità conferisce ai consumatori la possibilità di indirizzare, grazie alla maggiore circolazione delle informazioni, il comportamento dei produttori, mediante la decisione — individuale o collettiva — di preferire i prodotti di alcune imprese anziché di altre, tenendo conto non solo dei prezzi e della qualità dei prodotti, ma anche dell’esistenza di corrette condizioni di lavoro nelle imprese, nonché del grado di tutela assicurato per l’ambiente naturale che lo circonda.

 

224-360

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Il fenomeno del consumismo mantiene un persistente orientamento verso l’«avere» anziché verso l’«essere».

Esso impedisce di distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimento dei bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una matura personalità. Per contrastare questo fenomeno è necessario adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti.

È innegabile che le influenze del contesto sociale sugli stili di vita sono notevoli: per questo la sfida culturale, che oggi il consumismo pone, deve essere affrontata con maggiore incisività, soprattutto se si considerano le generazioni future, le quali rischiano di dover vivere in un ambiente naturale saccheggiato a causa di un consumo eccessivo e disordinato.

 

SEZIONE 5.4 – Le “Nuove Sfide” dell’Economia

globalizzazione

a) La globalizzazione: le opportunità e i rischi

225-361

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Il nostro tempo è segnato dal complesso fenomeno della globalizzazione economico-finanziaria.

Si tratta di un processo di crescente integrazione delle economie nazionali, sul piano del commercio di beni e servizi e delle transazioni finanziarie, nel quale un numero sempre maggiore di operatori assume un orizzonte globale per le scelte che deve operare in funzione delle opportunità di crescita e di profitto.

Il nuovo orizzonte della società globale non è dato semplicemente dalla presenza di legami economici e finanziari tra attori nazionali operanti in Paesi diversi, che sono peraltro sempre esistiti, quanto piuttosto dalla pervasività e dalla natura assolutamente inedita del sistema di relazioni che si va sviluppando.

Sempre più decisivo e centrale diventa il ruolo dei mercati finanziari, le cui dimensioni, in seguito alla liberalizzazione degli scambi e alla circolazione dei capitali, si sono accresciute enormemente con una velocità impressionante, al punto da consentire agli operatori di spostare «in tempo reale», da una parte all’altra del globo, capitali in grandi quantità.

Si tratta di una realtà multiforme e non semplice da decifrare, in quanto si dispiega su vari livelli ed evolve continuamente, lungo traiettorie difficilmente prevedibili.

 

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La globalizzazione alimenta nuove speranze, ma origina anche inquietanti interrogativi. 

Essa può produrre effetti potenzialmente benefici per l’intera umanità: intrecciandosi con l’impetuoso sviluppo delle telecomunicazioni, il percorso di crescita del sistema di relazioni economiche e finanziarie ha consentito simultaneamente una notevole riduzione nei costi delle comunicazioni e delle nuove tecnologie, nonché un’accelerazione nel processo di estensione su scala planetaria degli scambi commerciali e delle transazioni finanziarie. In altre parole, è accaduto che i due fenomeni, globalizzazione economico-finanziaria e progresso tecnologico, si sono rafforzati a vicenda, rendendo estremamente rapida la dinamica complessiva dell’attuale fase economica.

Analizzando il contesto attuale, oltre ad individuare le opportunità che si dischiudono nell’era dell’economia globale, si colgono anche i rischi legati alle nuove dimensioni delle relazioni commerciali e finanziarie. Non mancano, infatti, indizi rivelatori di una tendenza all’aumento delle disuguaglianze, sia tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo, sia all’interno dei Paesi industrializzati.

Alla crescente ricchezza economica resa possibile dai processi descritti si accompagna una crescita della povertà relativa.

 

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La cura del bene comune impone di cogliere le nuove occasioni di ridistribuzione di ricchezza tra le diverse aree del pianeta, a vantaggio di quelle più sfavorite e finora rimaste escluse o ai margini del progresso sociale ed economico.

La sfida insomma è quella di assicurare una globalizzazione nella solidarietà, una globalizzazione senza marginalizzazione. Lo stesso progresso tecnologico rischia di ripartire iniquamente tra i Paesi i propri effetti positivi.

Le innovazioni, infatti, possono penetrare e diffondersi all’interno di una determinata collettività, se i loro potenziali beneficiari raggiungono una soglia minima di sapere e di risorse finanziarie: è evidente che, in presenza di forti disparità tra i Paesi nell’accesso alle conoscenze tecnico-scientifiche e ai più recenti prodotti tecnologici, il processo di globalizzazione finisce per allargare, anziché ridurre, le disuguaglianze tra i Paesi in termini di sviluppo economico e sociale. Data la natura delle dinamiche in atto, la libera circolazione di capitali non è di per sé sufficiente a favorire l’avvicinamento dei Paesi in via di sviluppo a quelli più avanzati.

 

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Il commercio rappresenta una componente fondamentale delle relazioni economiche internazionali, contribuendo in maniera determinante alla specializzazione produttiva e alla crescita economica dei diversi Paesi.

Oggi più che mai il commercio internazionale, se opportunamente orientato, promuove lo sviluppo ed è capace di creare nuova occupazione e di fornire utili risorse.

Il Terzo Pensiero ha presente le distorsioni del sistema commerciale internazionale che spesso, a causa delle politiche protezionistiche, discrimina i prodotti provenienti dai Paesi poveri ed ostacola la crescita di attività industriali e il trasferimento di tecnologie verso tali Paesi.

Il continuo deterioramento nei termini di scambio delle materie prime e l’aggravarsi del divario tra Paesi ricchi e poveri è un’ulteriore conferma dell’importanza dei criteri etici che dovrebbero orientare le relazioni economiche internazionali:

  • il perseguimento del bene comune e la destinazione universale dei beni;
  • l’equità nelle relazioni commerciali;
  • l’attenzione ai diritti e ai bisogni dei più poveri nelle politiche commerciali e di cooperazione internazionale.

Diversamente, i poveri restano poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi.

 

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Una solidarietà adeguata all’era della globalizzazione richiede la difesa dei diritti umani.

A questo riguardo, bisogna segnalare che non solo la prospettiva di un’autorità pubblica internazionale a servizio dei diritti umani, della libertà e della pace, non si è ancora interamente realizzata, ma si deve registrare, purtroppo, la non infrequente esitazione della comunità internazionale nel dovere di rispettare e applicare i diritti umani.

Questo dovere tocca tutti i diritti fondamentali e non consente scelte arbitrarie, che porterebbero a realizzare forme di discriminazione e di ingiustizia.

Allo stesso tempo, siamo testimoni dell’affermarsi di una preoccupante forbice tra una serie di nuovi “diritti” promossi nelle società tecnologicamente avanzate e diritti umani elementari che tuttora non vengono soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo: penso, ad esempio, al diritto al cibo, all’acqua potabile, alla casa, all’auto-determinazione e all’indipendenza.

 

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L’estensione della globalizzazione deve essere accompagnata da una più matura presa di coscienza, da parte delle organizzazioni della società civile, dei nuovi compiti ai quali sono chiamate a livello mondiale.

Anche grazie ad un’azione incisiva da parte di queste organizzazioni, sarà possibile collocare l’attuale processo di crescita dell’economia e della finanza su scala planetaria in un orizzonte che garantisca un effettivo rispetto dei diritti dell’uomo e dei popoli nonché un’equa distribuzione delle risorse, all’interno di ogni Paese e tra Paesi diversi.

La libertà degli scambi non è equa se non subordinatamente alle esigenze della giustizia sociale.

Particolare attenzione va riservata alle specificità locali e alle diversità culturali, che rischiano di essere compromesse dai processi economico-finanziari in atto.

La globalizzazione non deve essere un nuovo tipo di colonialismo. Deve rispettare la diversità delle culture che, nell’ambito dell’armonia universale dei popoli, sono le chiavi interpretative della vita. In particolare, non deve privare i poveri di ciò che resta loro di più prezioso, incluse le credenze e le pratiche religiose, poiché convinzioni religiose autentiche sono la manifestazione più chiara della libertà umana.

 

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Nell’epoca della globalizzazione va sottolineata con forza la solidarietà fra le generazioni.

In passato la solidarietà tra le generazioni era in molti Paesi un atteggiamento naturale da parte della famiglia; oggi è diventato anche un dovere della comunità.

È bene che tale solidarietà continui ad essere perseguita nelle comunità politiche nazionali, ma oggi il problema si pone anche per la comunità politica globale, affinché la mondializzazione non si realizzi a discapito dei più bisognosi e dei più deboli.

La solidarietà tra le generazioni richiede che nella pianificazione globale si agisca secondo il principio dell’universale destinazione dei beni, che rende illecito moralmente e controproducente economicamente scaricare i costi attuali sulle future generazioni: illecito moralmente perché significa non assumersi le dovute responsabilità, controproducente economicamente perché la correzione dei guasti è più dispendiosa della prevenzione.

Questo principio va applicato soprattutto — anche se non solo — nel campo delle risorse della terra e della salvaguardia del creato, reso particolarmente delicato dalla globalizzazione, la quale riguarda tutto il pianeta, inteso come unico ecosistema.

b) Il sistema finanziario internazionale

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I mercati finanziari non sono certo una novità della nostra epoca: già da molto tempo, in varie forme, essi si sono fatti carico di rispondere all’esigenza di finanziare attività produttive. L’esperienza storica attesta che, in assenza di sistemi finanziari adeguati, non si sarebbe avuta crescita economica.

Gli investimenti su larga scala, tipici delle moderne economie di mercato, non sarebbero stati possibili senza il fondamentale ruolo di intermediazione svolto dai mercati finanziari, che ha permesso, tra l’altro, di apprezzare le funzioni positive del risparmio per lo sviluppo complessivo del sistema economico e sociale.

Se la creazione di quello che è stato definito il «mercato globale dei capitali» ha prodotto effetti benefici, grazie al fatto che la maggiore mobilità dei capitali ha permesso alle attività produttive di avere più facilmente disponibilità di risorse, l’accresciuta mobilità, d’altra parte, ha fatto aumentare anche il rischio di crisi finanziarie.

Lo sviluppo della finanza, le cui transazioni hanno superato di gran lunga, in volume, quelle reali, rischia di seguire una logica sempre più autoreferenziale, senza collegamento con la base reale dell’economia.

 

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Un’economia finanziaria fine a se stessa è destinata a contraddire le sue finalità, poiché si priva delle proprie radici e della propria ragione costitutiva, ossia del suo ruolo originario ed essenziale di servizio all’economia reale e, in definitiva, di sviluppo delle persone e delle comunità umane.

Il quadro complessivo risulta ancora più preoccupante alla luce della configurazione fortemente asimmetrica che contraddistingue il sistema finanziario internazionale: i processi di innovazione e di deregolamentazione dei mercati finanziari tendono infatti a consolidarsi solo in alcune parti del globo. Ciò è fonte di gravi preoccupazioni di natura etica, perché i Paesi esclusi dai processi descritti, pur non godendo dei benefici da questi prodotti, non sono tuttavia al riparo da eventuali conseguenze negative dell’instabilità finanziaria sui loro sistemi economici reali, soprattutto se fragili e in ritardo di sviluppo.

L’improvvisa accelerazione di processi quali l’enorme incremento nel valore dei portafogli amministrati dalle istituzioni finanziarie e il rapido proliferare di nuovi e sofisticati strumenti finanziari rende quanto mai urgente l’individuazione di soluzioni istituzionali capaci di favorire efficacemente la stabilità del sistema, senza ridurne le potenzialità e l’efficienza. È indispensabile introdurre un quadro normativo che consenta di tutelare tale stabilità in tutte le sue complesse articolazioni, di promuovere la concorrenza tra gli intermediari e di assicurare la massima trasparenza a vantaggio degli investitori.

c) Il ruolo della comunità internazionale nell’epoca dell’economia globale

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La perdita di centralità da parte degli attori statali deve coincidere con un maggior impegno della comunità internazionale nell’esercizio di un deciso ruolo di indirizzo economico e finanziario.

Un’importante conseguenza del processo di globalizzazione, infatti, consiste nella graduale perdita di efficacia dello Stato nazione nella guida delle dinamiche economico-finanziarie nazionali. I Governi dei singoli Paesi vedono la propria azione in campo economico e sociale sempre più fortemente condizionata dalle aspettative dei mercati internazionali dei capitali e dalle sempre più incalzanti richieste di credibilità provenienti dal mondo finanziario. A causa dei nuovi legami tra gli operatori globali, le tradizionali misure difensive degli Stati appaiono condannate al fallimento e, di fronte alle nuove aree della competizione, passa in secondo piano la nozione stessa di mercato nazionale.

 

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Quanto più il sistema economico-finanziario mondiale raggiunge livelli elevati di complessità organizzativa e funzionale, tanto più si pone come prioritario il compito di regolare tali processi, finalizzandoli al conseguimento del bene comune della famiglia umana. Emerge concretamente l’esigenza che, oltre agli Stati nazionali, sia la stessa comunità internazionale ad assumersi questa delicata funzione, con strumenti politici e giuridici adeguati ed efficaci.

È dunque indispensabile che le istituzioni economiche e finanziarie internazionali sappiano individuare le soluzioni istituzionali più appropriate ed elaborino le strategie di azione più opportune allo scopo di orientare un cambiamento che, se venisse subìto passivamente e abbandonato a se stesso, provocherebbe esiti drammatici soprattutto a danno degli strati più deboli e indifesi della popolazione mondiale.

Negli Organismi internazionali devono essere equamente rappresentati gli interessi della grande famiglia umana; è necessario che queste istituzioni, nel valutare le conseguenze delle loro decisioni, tengano sempre adeguato conto di quei popoli e Paesi che hanno scarso peso sul mercato internazionale, ma concentrano i bisogni più vivi e dolenti e necessitano di maggior sostegno per il loro sviluppo.

 

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Anche la politica, al pari dell’economia, deve saper estendere il proprio raggio d’azione al di là dei confini nazionali, acquisendo rapidamente quella dimensione operativa mondiale che le può consentire di indirizzare i processi in atto alla luce di parametri non solo economici, ma anche morali.

L’obiettivo di fondo sarà quello di guidare tali processi assicurando il rispetto della dignità dell’uomo e lo sviluppo completo della sua personalità, nell’orizzonte del bene comune. L’assunzione di questo compito comporta la responsabilità di accelerare il consolidamento delle istituzioni esistenti così come la creazione di nuovi organi cui affidare tali responsabilità. Lo sviluppo economico, infatti, può essere duraturo se si dispiega all’interno di un quadro chiaro e definito di norme e di un ampio progetto di crescita morale, civile e culturale dell’intera famiglia umana.

d) Uno sviluppo integrale e solidale

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Uno dei compiti fondamentali degli attori dell’economia internazionale è il raggiungimento di uno sviluppo integrale e solidale per l’umanità. In altre parole si mira la promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo.

Tale compito richiede una concezione dell’economia che garantisca, a livello internazionale, l’equa distribuzione delle risorse e risponda alla coscienza dell’interdipendenza — economica, politica e culturale — che unisce ormai definitivamente i popoli tra loro e li fa sentire legati ad un unico destino.

I problemi sociali assumono sempre più una dimensione planetaria. Nessuno Stato può più affrontarli e risolverli da solo. Le attuali generazioni toccano con mano la necessità della solidarietà e avvertono concretamente il bisogno di superare la cultura individualistica.

Si registra sempre più diffusamente l’esigenza di modelli di sviluppo che non prevedano solo « di elevare tutti i popoli al livello di cui godono oggi i Paesi più ricchi, ma di costruire nel lavoro solidale una vita più degna, di far crescere effettivamente la dignità e la creatività di ogni singola persona, la sua capacità di rispondere alla propria vocazione e, dunque, all’appello di Dio, in essa contenuto.

 

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Uno sviluppo più umano e solidale gioverà anche agli stessi Paesi ricchi.

Essi avvertono spesso una sorta di smarrimento esistenziale, un’incapacità di vivere e di godere rettamente il senso della vita, pur in mezzo all’abbondanza dei beni materiali, un’alienazione e una perdita della propria umanità in molte persone, che si sentono ridotte al ruolo di ingranaggi nel meccanismo della produzione e del consumo e non trovano il modo di affermare la propria dignità di uomini, fatti a immagine e somiglianza di Dio.

I Paesi ricchi hanno dimostrato di avere la capacità di creare benessere materiale, ma sovente a spese dell’uomo e delle fasce sociali più deboli: non si può ignorare che le frontiere della ricchezza e della povertà attraversano al loro interno le stesse società sia sviluppate che in via di sviluppo.

Difatti, come esistono diseguaglianze sociali fino a livello di miseria nei Paesi ricchi, così, parallelamente, nei Paesi meno sviluppati si vedono non di rado manifestazioni di egoismo e ostentazioni di ricchezza, tanto sconcertanti quanto scandalose.

e) La necessità di una grande opera educativa e culturale

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Per il Terzo Pensiero, l’economia è solo un aspetto ed una dimensione della complessa attività umana.

Se essa è assolutizzata, se la produzione ed il consumo delle merci finiscono con l’occupare il centro della vita sociale e diventano l’unico valore della società, non subordinato ad alcun altro, la causa va ricercata non solo e non tanto nel sistema economico stesso, quanto nel fatto che l’intero sistema socio-culturale, ignorando la dimensione etica e religiosa, si è indebolito e ormai si limita solo alla produzione dei beni e dei servizi.

La vita dell’uomo, al pari di quella sociale della collettività, non può essere ridotta ad una dimensione materialistica, anche se i beni materiali sono estremamente necessari sia ai fini della pura sopravvivenza, sia per il miglioramento del tenore di vita.

Alla base di ogni sviluppo completo della società umana sta la crescita del senso della propria esistenza e della conoscenza di sé.

 

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Di fronte all’incedere rapido del progresso tecnico-economico e alla mutevolezza, altrettanto rapida, dei processi di produzione e di consumo, si avverte l’esigenza di proporre una grande opera educativa e culturale.

La domanda di un’esistenza qualitativamente più soddisfacente e più ricca è in sé cosa legittima; ma non si possono non sottolineare le nuove responsabilità ed i pericoli connessi con questa fase storica.

Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il loro soddisfacimento, è necessario lasciarsi guidare da un’immagine integrale dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali.

È, perciò, necessaria ed urgente una grande opera educativa e culturale, la quale comprenda l’educazione dei consumatori ad un uso responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un alto senso di responsabilità nei produttori e, soprattutto, nei professionisti delle comunicazioni di massa, oltre che il necessario intervento delle pubbliche Autorità.

 

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).

 

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