OLTRE ALLA DESTRA SOVRANISTA E LA SINISTRA GLOBALISTA: RIPARTIAMO DALLA COMUNITÀ

di Mirko De Carli

In queste ore, dove sale fortemente lo scontro tra le forze politiche sullo ius soli, si evidenzia maggiormente l’incapacità di trovare soluzioni condivise e oggettivamente praticabili dalle due posizioni ideologiche dominanti oggi: il sovranismo alla Salvini-Le Pen o il globalismo radical chic alla Renzi-Macron. Se la prima opzione degenera in processi che inglobano al loro interno semi di razzismo e xenofobia, la seconda persevera nel non accettare il fallimento del multiculturalismo occidentale continuando ostinatamente a considerare i flussi migratori come “processi inevitabili”.

Occorre una terza via. Come l’iniziativa politica del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo rappresentò un’opzione alternativa (incardinata sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica) tra il comunismo e il capitalismo, oggi il Popolo della Famiglia può fare propria la lezione di Adriano Olivetti sull’opzione comunitaria in alternativa all’individualismo sovranista e al collettivismo razzista di stampo globalista.

Ripartire dalla “comunità concreta” così come la pensò Adriano Olivetti ne “L’Ordine politico delle Comunità” significa riporre al centro la persona come soggetto della società, e quindi dello Stato, intesa come fattore di relazione con l’altro. Il primo luogo fulcro della Comunità è quindi la famiglia, cellula primaria entro la quale l’uomo sperimenta il suo “essere soggetto di relazioni, rapporti”. Riponendo questa soggettività allargata al centro dell’architettura statale siamo portati ad affrontare i temi più spinosi, come ad esempio quello relativo alle regole per l’acquisizione del diritto di cittadinanza, con maggiore lucidità e prospettiva.

Una famiglia che cos’ha a cuore? Il destino buono di chi la compone, soprattutto dei figli. Può crescere una famiglia adottando persone in stato di bisogno che vengono accolte per essere amate ed educate ad amare quella loro nuova famiglia e le sue radici? Certo che sì, e abbiamo tante famiglie che ci testimoniano questa straordinaria esperienza.

Lo Stato, come una famiglia, ha il compito primario di avere a cuore tutti i propri figli: naturali o adottivi che siano. Di offrirgli pari opportunità, pari dignità. Ma come per adottare occorre un cammino reciproco per genitori e ragazzi, fatto di regole e di conoscenza reciproca, anche per accogliere nella grande famiglia dei cittadini italiani occorre un percorso serio, chiaro e circoscritto.

Lo ius soli non è la soluzione, ma nemmeno la caccia allo straniero: occorre prevedere un percorso legato alla volontà reale dello straniero di integrarsi nella nostra comunità per definire i tempi per l’ottenimento della cittadinanza. Giusto il vincolo del lavoro per chi vuole soggiornare nel nostro paese non essendo cittadino, ma credo sia ora che il Ministero degli Interni preveda iter più brevi ma serrati nella formazione per chi vuole integrarsi veramente. Lavori in Italia e vuoi diventare cittadino? Allora partecipi a un periodo di formazione che può durare dai 3 ai 5 anni (il tempo delle scuole medie inferiori e superiori serali per adulti) dove, attraverso l’obbligo di formazione scolastica, ti sarà (una volta superato l’esame finale), consentita la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana. Come per gli stranieri ai quali non è riconosciuto il proprio titolo di studio e sono costretti a frequentare le scuole medie inferiori e superiori, la stessa cosa è necessario che accada per chi vuole ottenere il diritto di cittadinanza. Saranno i docenti della scuola statale serale per adulti a valutare se servono 3 o 5 anni a comperare un percorso di integrazione adeguato alla persona in oggetto. Una volta finito questo percorso di studio e formazione, che affiancherà il lavoro, potranno superare la stagione del “permesso di soggiorno” ed entrare a far parte a pieno titolo della nostra comunità.

Solo portando nuove persone ad amare e “fare proprie” le nostre radici potremo costruire un domani prospero e davvero dignitoso per tutti. Solo ripartendo dall’essere “Comunità concreta” potremo vivere l’accoglienza come un’occasione (dentro un processo da guidare e non subire) e non un pericolo ingovernabile. Sapendo bene che non ci può essere un pieno e compiuto “dovere di accogliere” senza un impegno serio a realizzare un vero e proprio “diritto a non emigrare”.

A noi la scelta. La storia, la sua, l’ha già fatta.

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