Le dinamiche che s’innescano nella società con gli attentati

Puntualmente, dopo l’attentato di Berlino, molte comunità perdono pace e libertà. Ecco come.

di Guido Mastrobuono

Era la sera del 19 dicembre 2016 quando un camion polacco proveniente dall’Italia ha investito la folla che visitava il mercatino di Natale del quartiere berlinese a Breitscheidplatz, uccidendo 12 persone e ferendone 56. E questo è solo uno dei tanti episodi di terrorismo stragista che, di questi tempi, funestano il mondo. Dopo la strage, l’autista è riuscito a smontare e darsi alla fuga.

Dapprima, i giornali hanno accusato dell’attentato un richiedente asilo proveniente da Turbat (Pakistan). Successivamente, sono apparsi sull’automezzo i documenti di Anis Amri, delinquente tunisino giunto per la prima volta in Europa nel 2011 su un barcone di migranti, arrivando presso l’isola di Lampedusa, arrestato più volte, appartenente alla rete salafita chiamata “La vera religione” cresciuta intorno ad Abu Walaa, noto reclutatore dell’ISIS in Germania recentemente arrestato.

Il giovane è stato intercettato ed abbattuto il 23 dicembre, a Milano, da una pattuglia della Polizia di Stato presso la piazza Primo Maggio, in prossimità della moschea di viale Jenner ed a pochi metri da dove è partito l’autoarticolato usato per la strage.

Cosa possiamo dedurre ora da questi fatti?

Sull’autore della strage, praticamente nulla. Infatti non si sa se Amri è effettivamente l’autore della strage o è stato incastrato in quanto l’indagine è stata… beh… insomma… troppo facile. Anche le ragioni dell’atto non sono chiare.

Possiamo però vedere da subito quali sono le comunità danneggiate dell’evento.

Per prima cosa abbiamo la comunità dei cittadini tedeschi che viene colpita in un momento simbolo proprio della sua cultura. Il natale nordico, infatti, non è tanto un momento di preghiera quanto una celebrazione laica della comunità che si svolge al momento del solstizio d’inverno. Nel nord Europa, in autunno, le giornate si accorciano molto di più che da noi in Italia e la carenza di luce ha un impatto forte sulla psicologia della popolazione. Quindi, da millenni, il solstizio è un momento di celebrazione forte in cui si festeggia il fatto che le giornate hanno smesso di accorciarsi. Allo stesso tempo, è stato attaccato un mercato che, nella atea cultura occidentale, rappresenta la comunità molto di più di chiese oramai semideserte o destinate ad altro uso.

Allo stesso tempo, però, sono state aggredite indirettamente molte altre comunità la cui qualità della vita verrà rovinata per mezzo di una ingiusta presunzione di colpevolezza.

Sono stati colpiti gli islamici, la cui fede viene legata all’attentato grazie alla prevedibilissima rivendicazione dell’ISIS.

Ne soffriranno tutti gli immigrati in Germania ed in Europa, che verranno visti come una minaccia.

E anche noi Italiani, che siamo stati accusati di ospitare basi logistiche dei “terroristi” e, dopo l’uccisione di Amri, siamo stati tirati dentro alla lotta contro “gli islamici”.

Non dobbiamo assolutamente svalutare queste vittime “di rimbalzo”: si tratta di milioni di persone innocenti la cui vita verrà peggiorata dall’attentato e che, nell’indifferenza generale, continueranno a soffrire e verranno discriminati, licenziati, abbandonati, odiati e sfruttati approfittando della diffidenza e dell’odio.

Nella trasmissione Stampa&Vangelo del 20 dicembre 2016, Mario Adinolfi ha fatto una interessante discussione del modo in cui i giornali condivano di “terrore” le titolazioni del giorno ed ha concluso affermando che “o capiamo o moriamo”.

Quest’ultima affermazione è importantissima in quanto contiene il seme dell’unica difesa che possiamo adottare nei confronti di questo fenomeno che dal 1968 inquina le nostre vite.

Il terrorismo è una sorta di grosso spot pubblicitario: una azione eclatante, pericolosa e costosa mirata a generare azioni collettive che altrimenti non sarebbero compiute.

D’altro canto, è molto più difficile manipolare chi è stato avvertito del tentativo in atto e, per questo motivo, è opportuno informare quanta più gente possibile di quanto sta accadendo in modo tale da evitare la reazione desiderata dai mandanti del terrorismo.

Il discorso però è complesso e merita di essere trattato percorrendo quattro più brevi passi successivi. Per ogni passo verrà scritto un articolo: nel primo passo, mostreremo che le vittime del terrorismo sono le comunità, nel secondo studieremo il contesto storico, economico e politico che ha generato il terrorismo, nel terzo passo, descriveremo gli atti di terrorismo stragista inserendoli in quel mondo, nel quarto passo, proporremo alcune azioni che potrebbero rendere inutili queste sanguinose strategie.

Ok… primo passo: gli atti di terrorismo stragista sono concepiti allo scopo di attaccare, indebolire e dissolvere le comunità.

Ma cosa sono le comunità?

Aristotele diceva che, per natura, l’uomo è un animale politico ed, in quanto tale, è portato a unirsi ai propri simili per formare “comunità”. Questa sua natura è generata dal fatto che ognuno di noi nasce in una comunità naturale che si chiama “famiglia”.

Grazie all’aumento della capacità di comunicazione e di dialogo, le famiglie tendono a sviluppare un insieme di regole di comportamento che permettono la convivenza di sempre più persone. Queste regole vengono affiancate da un apparato statale e, grazie a tutto ciò, la comunità cresce, si sviluppa, e genera una cultura ed una identità comune.

Noi facciamo nostra l’idea di Aristotele ma, purtroppo, altri sono di diversa idea e dicono che l’uomo è egoista ed agisce per profitto nell’ambito di una violenta giungla civile. Questa lotta per la sopravvivenza giustifica qualunque tragedia nell’etico (alienazione, precarietà, ingiustizia etc.) permettendo, al tempo stesso, l’accumulo di enormi profitti.

E’ fondamentale notare il legame tra la debolezza delle comunità e l’accaparramento di ricchezze infinite: dato che nessuno può produrre più di tanto, ne consegue che l’unico mondo per accumularle è rubare. Non si può però rubare ad un solo individuo in quanto i singoli possono essere privati solo di cifre limitate dopo di ché o si difendono o smettono di creare ricchezza. Conseguentemente, per accumulare ricchezze smisurate è necessario trovare il modo di assoggettare intere comunità.

C’è però un problema: le comunità sane si difendono. È quindi necessario disgregarle trasformandole il più possibile in aggregazioni di individui solitari. Per fare ciò si agisce da tre direzioni: dal basso, attaccando la famiglia, dall’alto, innescando guerre tra le diverse comunità, e dall’interno, seminando zizzania tra le diverse componenti di una singola comunità.

Il terrorismo è poco efficace nei confronti delle famiglie ma, purtroppo, è efficacissimo sia nel convincere comunità pacifiche a dichiarare guerra ad altre comunità, sia nel creare divisioni all’interno di una singola comunità, sia, attraverso la paura, a convincere intere comunità ad agire contro i loro interessi.

Per esempio, l’attacco dell’11 settembre 2001 fece sì che i cittadini degli Stati Uniti d’America, presumibilmente aggrediti da cittadini sauditi, non si opponessero alla perdita di numerose loro libertà fondamentali ed all’attacco di paesi quali l’Afganistan e l’Iraq i quali non avevano in alcun modo preso parte a detti attacchi.

Se veniamo a casa nostra, notiamo la strage di Piazza Fontana compiuta il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano che diede il via ad un periodo conosciuto come “gli anni di piombo” nel quale diverse parti della comunità che abitava la Repubblica Italiana iniziarono una lotta armata interna. Si accusarono alternativamente comunisti, fascisti, governo e servizi deviati, si uccisero giudici, giornalisti, sindacalisti e poliziotti. Recenti studi effettuati da Giovanni Fasanella su documenti del governo del Regno Unito declassificati in tempi recenti inquadrano quegli attentati nell’ambito di una guerra segreta compiuta dai servizi britannici intenti a limitare la crescente potenza economica della Repubblica Italiana. L’Italia resistette, ma si avviò verso un declino che ci condusse dal boom economico degli anni 60, all’epurazione politica di “mani pulite”, fino al governo Monti ed ai tristi giorni della crisi attuale.

Ora che abbiamo capito che, anche quando non perdiamo famigliari negli attentati, facciamo parte delle vittime, possiamo guardare al terrorismo da un altro punto di vista ed abbozzare una resistenza basata sulla difesa delle vittime, sulla tutela della coesione sociale e sulla lotta alla paura.

D’altro canto, potremo fare molto di più quando conosceremo meglio il fenomeno ed, a questo scopo, verranno presto pubblicati tre ulteriori articoli.

 

Articolo di Guido Mastrobuono scritto per il quotidiano La Croce e lì pubblicato il 11/01/2017

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