La cinica regola del marketing fatto sul sangue dei civili

Il terrorismo si distingue dalla guerriglia per il suo non mirare a vittorie militari ma di propaganda

di Guido Mastrobuono

In due precedenti articoli, pubblicati su questo stesso giornale l’11 ed il 12 di gennaio di quest’anno, ho cercato di delineare due elementi che ci permetteranno di guardare in faccia il terrorismo stragista e vederlo per ciò che è.

Ora ci vogliamo chiedere: ma che cosa è? A cosa serve?

Per prima cosa, voglio rimuovere alcune sorgenti di confusione.

Nell’ambito di conflitti quali la guerra in Siria, la guerra in Ucraina, la guerra tra israeliani e palestinesi e la guerra tra Regno Unito ed IRA, la fazione governativa ha avuto interesse a definire “terrorista” la controparte ribelle. E’ bene rifiutare questa definizione in quanto i ribelli hanno un comportamento completamente diverso dai terroristi di Nizza o Berlino. I loro attacchi sono diretti contro gli apparati militari, economici e statali e sono chiari e rivendicati in quanto vengono effettuati per ottenere l’apertura di un tavolo di trattativa con uno o più governi.

Non bisogna inoltre confondere il terrorismo con gli atti violenti compiuti da stati in guerra contro le popolazioni avversarie allo scopo di spezzarne la volontà di combattere: atti quali i bombardamenti a tappeto, le deportazioni o le rappresaglie generano ansia nella popolazione colpita ma, anche in questo caso, il conflitto è chiaro e gli autori della violenza rivendicano sempre le loro azioni.

Un mercatino di Natale non c’entra nulla con quanto sopra esposto e l’attacco che lo ha riguardato non ha fatto parte di alcuna guerra guerreggiata.

In questo articolo, ci interessano attacchi anonimi, violenti ed indiscriminati che colpiscono popolazioni non impegnate in alcuna guerra: ci interessano gli attentati di Madrid, Londra, Parigi, Nizza, Bruxelles e Berlino.

Di cosa si è trattato?

L’amara ed agghiacciante verità è che si è trattato di un enorme evento pubblicitario.

Capita spesso che una campagna pubblicitaria incominci con un evento reale sul quale si costruirà una operazione mediatica per spingere il pubblico a compiere alcune azioni. Si può utilizzare un campionato mondiale di calcio, un superbowl, un concerto, una convetion o una grande sfilata di moda.

E’ inoltre evidente che, tanto più grande sarà l’impatto emozionale dell’evento, tanto più efficace può essere l’effetto della campagna mediatica conseguente.

L’uccisione di una grande quantità di persone genera un’enorme impatto emozionale ed esistono pubblicitari che, a partire da eventi di questo genere, sono specializzati nella manipolazione delle comunità. Questi personaggi si chiamano “spin doctor” e lavorano al servizio di tutte le lobby ed i centri di potere.

Il più grosso ostacolo alla decifrazione dei singoli attentati è generato dal fatto che gli “spin doctor” non sono quasi mai gli autori degli eventi utilizzati: sono maestri nel prendere ciò che accade e modificarne la percezione del pubblico favorendo così i loro datori di lavoro.

La morte, specialmente se violenta ed inaspettata, è un ottimo strumento su cui costoro possono lavorare in quanto studi hanno mostrato che, quando siamo soggetti ad un’emozione negativa, per prima cosa, cerchiamo di “spegnerla” e, solo dopo, iniziamo a ragionare. Le emozioni, in genere, possono essere spente da un’azione compiuta in prima persona o dalla vista di un “eroe” che fa “qualche cosa”.

Quindi, dopo che la popolazione di una comunità è soggetta ad una forte emozione, gli “spin doctor” devono convincerla che un’azione di loro scelta curerà il malessere: ecco quindi che la popolazione eseguirà quell’azione in maniera acritica ed, a volte, persino masochistica.

Nel momento in cui qualcuno esegue un atto violento ed indiscriminato su un obiettivo che abbia una grande valenza simbolica ed identitaria per una qualche comunità, immediatamente inizierà la contemporanea manipolazione di giornali, media e social network. Ognuno cercherà di utilizzare l’evento per i suoi scopi ed attiverà i propri mezzi di propaganda per far ottenere i massimi vantaggi per i propri clienti. Chiaramente, i più favoriti saranno coloro che conoscevano l’evento in anticipo e coloro che ne conoscono i particolari ma, se si ha un sufficiente controllo dei media, questi particolari possono essere variati a piacimento.

Proviamo ad analizzare in quest’ottica l’attentato di Parigi del 7 gennaio 2015.

Per farlo, dobbiamo partire da due anni prima.

Novembre 2012, il Ministro della Giustizia Christiane Taubira promuove un disegno di legge di apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso.

Il 13 gennaio 2013, l’associazione Manif por Tous organizza, nella capitale francese, una protesta contro la proposta di legge, a cui hanno partecipato, secondo stime delle forze dell’ordine, tra i 150.000 ai 300.000 sostenitori. Il governo Hollande si dimostra incapace di contrapporre ad eventi di questo genere alcuna significativa contro-manifestazione in quanto le masse laiche e socialiste gli sono ostili a seguito delle sue politiche sul lavoro.

Il provvedimento diventa comunque legge.

Passa il tempo e la parabola discendente del governo Hollande diventa una caduta verticale fino a ché, il 7 gennaio 2015, viene attaccata la sede di un ignoto giornale satirico intitolato “Charlie Hebdo” e specializzato in vignette blasfeme.

Il giorno successivo, sui social, tutti dicevano di essere “Charlie”.

La campagna pubblicitaria fu contraddistinta dall’efficace slogan “Je suis Charlie” che era stato preparato con stupefacente prontezza da Joachim Roncin, direttore artistico della rivista Stylist.

Detto slogan è apparso su Twitter alle 12:52, cioè a meno di un’ora dopo l’inizio degli attacchi nel gennaio 2015. Immediatamente è stato rilanciato, condiviso ed amplificato arrivando nei PC di tutto il mondo.

Fu così possibile una manifestazione con oltre due milioni di persone che si stringevano attorno alle vittime degli attentati, al loro governo ed ai leader di tutto il “mondo libero”. Dato che la vittima era un giornale specializzato in blasfemia, per gli spin doctor fu facilissimo alludere ad una connessione tra religione e violenza fornendo in questo modo una dignità posticcia alle politiche laiciste del governo Hollande.

Impagabile, la cronaca del Sole 24 Ore che ci informava di come “Tutti i leader sono stretti l’uno accanto all’altro senza mediazione di interpreti o uomini della sicurezza tra di loro. In prima fila anche il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, i premier di Gran Bretagna, David Cameron, Spagna, Mariano Rajoy, il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, il presidente Ue Jean Claude-Junker, l’ucraino Petro Poroshenko, il premier turco Ahmet Davutoglu. In secondo linea, non troppo lontano da Abu Mazen, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu”. Negli anni successivi è stato evidente che una buona parte dei leader fotografati era già collusa o collaborante (quantomeno in Siria e Yemen) con fazioni legate ad al-Qāʿida nella Penisola Arabica e cioè con l’organizzazione non governativa che ha rivendicato la strage.

Già nei giorni successivi, comunque, è apparsa la foto che mostrava i leader, da soli, in una strada deserta, intenti a far finta di partecipare alla manifestazione.

La tragedia, come d’uso, divenne farsa ma gli spin doctor fecero in modo di non farlo sapere alla gente.

Dato che, come si diceva più sopra, gli attentati sono sfruttati da tutte le parti in causa: lo sfruttamento fatto dal governo francese non può essere usato come indizio di una loro partecipazione all’attentato. Semplicemente, si può dire che la loro prontezza nello sfruttamento degli attentati a finalità propagandistiche è molto superiore alla loro capacità di evitare gli attentati stessi. Tant’è vero che, sempre in Francia, sono seguiti altri due eventi di grosse dimensioni (di nuovo a Parigi nel 2015 ed a Nizza nel 2016).

E’ probabile che l’organizzazione terroristica che ha rivendicato l’attentato abbia avuto un tornaconto nella penisola araba dove essa è più attiva ed, al tempo stesso, decine di altre organizzazioni (governative e non) abbiano potuto lucrare sulle stesse stragi.

Per questo motivo, questo articolo non dice nulla su chi ha materialmente sterminato la redazione di Charlie Hebdo. Invece, dobbiamo renderci conto che si stanno mettendo in scena enormi spot pubblicitari in cui molta gente perde la vita.

Sono convinto che l’analisi di queste operazioni possa aprire la discussione su una serie di atti politici capaci di rendere questi eventi meno proficui per gli sciacalli che se ne servono.

A questo scopo, verrà scritto il prossimo articolo. 

Articolo di Guido Mastrobuono scritto per il quotidiano La Croce e lì pubblicato il 19/01/2017Abbonatevi a La Croce cliccando qui!

 

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