Per una riconversione della spazzatura in risorsa (una mia idea per il Popolo della Famiglia)

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Amiamo la nostra città come genitori adulti che amano la propria famiglia. Questo piccolo segreto ci permette di guardare i difetti di Roma ed, invece di reagire con rancore e rabbia, vederne la bellezza e l’enorme potenziale.

Roma è sporca… molto sporca. Capita troppo spesso di camminare tra rifiuti che debordano dai cassonetti. I dipendenti dell’AMA sembrano impegnati in una lotta impari che affrontano con una solerte disperazione.  I cittadini, imbarazzati con il sacchetto in mano, guardano cassonetti straripanti e non sanno che fare.

E poi ci sono i disperati che, con metà del corpo immersa nei cassonetti, cercano oggetti e materiali riciclabili gnorando il puzzo e lo sporco che gli rimane appiccicato alla pelle. E’ difficile resistere al fastidio provato quando li si vede spargere il contenuto dei sacchetti sul selciato oppure quando salgono sull’autobus riempiendolo dell’odore della loro miseria. Ed il passo dal fastidio all’odio è sempre molto breve.

E’ proprio in questi casi che noi siamo maggiormente grati dell’esistenza della nostra Dottrina Sociale che ci spinge a guardare la miseria del mondo e vedere un’occasione di fare il Bene Comune.

Quindi spegniamo l’odio, accendiamo il cervello ed iniziamo a cercare una soluzione.

Notiamo subito che i rifiuti potrebbero essere una ricchezza per i cittadini: si tratta infatti di una enorme quantità di materie prime pregiate e capaci di innescare proficue attività di estrazione ed utilizzo.

Queste attività sarebbero caratterizzate da una alta intensità lavorativa e sarebbero svolte da molte piccole imprese che, con intelligenza, inventiva e creatività, prenderebbero una parte di un problema e lo trasformerebbero in un reddito per sé stessi e per la collettività.

Inoltre, rifiuti oculatamente differenziati, potrebbero generare guadagni per coloro che li selezionano dando alla cittadinanza un premio immediato ed evidente per il suo impegno ambientale.

Vediamo come.

Sulla base della Dottrina Sociale della Chiesa, le proposte del Popolo della Famiglia partono dalla formazione di associazioni di cittadini che, in questo caso, avrebbero lo scopo di coordinare, ottimizzare e controllare le attività di differenziazione e raccolta dei rifiuti generati dai cittadini stessi.

Si tratterebbe di piccole associazioni, competenti su aree omogenee per popolazione e destinazione d’uso del territorio, capaci di garantire adeguata rappresentanza ed una forte comunanza di interessi fra i soci. Tutti i cittadini del territorio sarebbero invogliati ad associarsi in ragione del reddito generato.

A queste associazioni sarebbe riconosciuto il diritto di creare un proprio sistema di raccolta e differenziazione che sia premiante tanto per i cittadini, che forniscono i rifiuti differenziati, quanto per le imprese interessate ad acquistarli ed utilizzarli. Si tratterebbe di un sistema fortemente adattato al territorio di riferimento, al tipo di rifiuti prodotti, alle capacità di differenziazione degli abitanti, ed alle richieste degli acquirenti (che, se residenti nel territorio, potrebbero anche essere parte delle associazioni stesse).

Lo scopo principale di queste associazioni sarebbe quello di rimuovere la massima quantità possibile di rifiuti dal circuito di competenza delle municipalizzate e trasformalo in una fonte di reddito per i soci e per gli abitanti della zona. La loro forza sarebbe data dalla forte radicazione nel territorio e dal fatto che esse sono mosse dal desiderio di un ambiente pulito e di una sana creazione di occasioni di lavoro.

A questo scopo, le associazioni potrebbero anche effettuare direttamente attività di differenziazione, trasformazione e riciclo con l’obiettivo di vendere ciò che si è prodotto, retribuire i soci impegnati nelle attività ed investire il reddito rimanente in attività di educazione ambientale e riqualifica del territorio.

Nel rispetto del principio della sussidiarietà, l’amministrazione di Roma Capitale dovrebbe fare la sua parte  occupandosi unicamente delle attività che le associazioni non possono effettuare da sole in ragione della loro dimensione limitata. Tra le altre cose, il comune potrebbe fornire un sistema di controllo e garanzia della qualità del servizio (magari associandolo ad un sistema premiante di finanziamenti). Potrebbe mettere a disposizione materiale formativo e spazi pubblici per gli incontri. Potrebbe inoltre sfruttare la sua maggiore forza contrattuale per trovare acquirenti dei materiali differenziati. Soprattutto, l’AMA dovrà comunque occuparsi del ritiro dei rifiuti che le associazioni non sono riuscite a differenziare e vendere.

Il ritorno economico per le casse comunali sarebbe immediato in quanto associazioni efficienti implicano minori spese per la tutela ambientale del territorio. Infatti, nelle aree coperte saranno prodotti meno rifiuti di cui sarà possibile razionalizzare la raccolta. Le associazioni, tra l’altro, si occuperanno di rimuovere dai cassonetti tutti quei materiali che sono considerati appetibili dai disperati che frugano nei cassonetti incurati di qualsivoglia precauzione sanitaria o ambientale.

Per mezzo di una distribuzione di finanziamenti condizionata alla sensibilità ambientale della cittadinanza, le associazioni potranno inoltre essere uno strumento per premiare i cittadini più sensibili alle tematiche ambientali ed, in questo modo, generare comportamenti più costruttivi dal punto di vista sociale.

Le controparti delle associazioni  sopra descritte dovrebbero essere piccoli e medi imprenditori intenti ad effettuare attività artigianali ed industriali localizzate nel territorio circostante. Oltre alla produzione di compost e mangimi, per mezzo di scarti alimentari, si potrebbero mettere in piedi attività di ricerca di parti di ricambio e riparazione elettrodomestici,  attività di valorizzazione di oggetti usati, estrazione delle materie prime più preziose, produzione di opere di arte ed artigianato capaci di arricchire l’offerta per i numerosi turisti che visitano la capitale. Tutte le attività artigianali, industriali e commerciali del territorio potrebbero inoltre fare riferimento alle associazioni per generare un utile dai loro scarti di produzione.

Si tratta di un mercato potenzialmente ampio il quale non viene sfruttato per il fatto che i “grandi imprenditori” preferiscono dare lavoro a meno gente possibile ed ottenere grandi utili da distribuire a creditori ed azionisti. A questo scopo, per loro, è meglio farsi pagare per smaltire grandi quantità di rifiuti tossici o indifferenziati  piuttosto che impegnarsi in complesse attività di trasformazione.

Soprattutto, le migliori condizioni per generare utili (a spese della comunità) si presentano in occasione delle così dette “emergenze rifiuti” e cioè quando non si sa più come smaltire grandi volumi di materiale indifferenziato ed inquinante. Per questo motivo, in passato, è stata fatta attività di lobbying per impedire che le decisioni su questo argomento venissero prese a livello locale da gente interessata dare lavoro ai cittadini ed a crescere le proprie famiglie in un ambiente meno avvelenato possibile.

Il Popolo della Famiglia è nato da madri e padri di famiglia intenti ad opporre il loro impegno politico agli intrighi di questi lobbisti nella certezza che il Bene Comune prevarrà sugli interessi dei pochi.

Noi preferiamo attività ad alto impatto culturale, lavorativo o tecnologico in quanto, dove le multinazionali ed i “grandi” imprenditori vedono antiestetici “costi” delle risorse umane, noi vediamo potenziali redditi per le nostre famiglie, i nostri fratelli ed i nostri concittadini.

Questo mio articolo uscito sul quotidiano “La Croce” il 30/04/2016

 

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