Di programmi, progetti e #crateri nelle strade

Le buche ci sono, a Roma e altrove: il PdF sostiene però che potrà davvero occuparsi della sicurezza dei cittadini solo l’amministratore che alle proposte e alle promesse saprà (e potrà) premettere una visione dell’uomo e del mondo.

(articolo di Guido Mastrobuono pubblicato sul quotidiano La Croce il 23/04/2016)

di programmi progetti e vrateri

Le idee del Popolo della Famiglia piacciono: dopo anni in cui la gente ha dovuto digerire frottole agghiaccianti raccontate da tecnici senz’anima, le nostre parole sono come acqua fresca. Sono parole vere che generano libertà e giustizia. Chi le ascolta se ne accorge benissimo.

Poi però arriva il tema delle “buche”.

Il tema delle buche

Il dissesto delle strade della capite è una sorta di cavallo di battaglia di tutti i giornali on line.  C’è chi descrive le buche, chi le conta, chi addirittura mette a disposizione un artificio software per segnalarne la presenza su una mappa che oramai sembra una sorta di albero di natale. Alcuni commentatori più arditi, parlano di irregolarità nell’80% dei casi.

Mi viene un dubbio: come è possibile che l’80% dei casi possa essere definito “irregolare”? Se quattro strade su cinque non rispettano un determinato livello di qualità, non mi pare appropriato dire che l’unico caso di manto stradale decente costituisca la “regola”. Mi parrebbe  più appropriato dire che qualche strada, per qualche ragione, è stata pavimentata con particolare cura e fortuna.

La fandonia dell’impossibilità tecnologica

Secondo me, la parte più discutibile di questi articoli è quella nella quale i giornalisti danno giudizi di merito sul problema e, senza alcun approfondimento, la corruzione e l’incompetenza vengono presentate come le uniche possibili ragioni del problema.

Da vent’anni a questa parte, la corruzione è considerata un dato certo come il sorgere del sole.  D’altro canto, per quanto mi ricordo, nessuno ha realmente approfondito l’origine di questo fenomeno che, per i nostri giornalisti, pare originarsi dalla degenere cultura italiana o, addirittura, dalla stessa natura umana. Raramente, risulta necessario chiedersi chi sono i corrotti. Pare inutile domandarsi in quale momento e per quale motivo questi personaggi hanno perso la loro integrità. Soprattutto, l’indagine del motivo per tutte le amministrazioni e le municipalizzate sperimentino un totale fallimento nella selezione delle risorse umane è giudicata una totale perdita di tempo.

L’incompetenza, poi, è un altro fenomeno considerato lampante ed immeritevole di alcuna spiegazione.  Poco importa che la costruzione di strade è una tecnologia matura da più di 2000 anni: è lecito considerare normale che un tecnico comunale oppure un impresario si siano dimenticati l’ABC presente su qualunque manuale di ingegneria.

Ma se provassimo invece a pensare l’impensabile?

Proviamo a supporre che il problema non sia generato né da corruzione né da incompetenza.

Cosa rimane?

Rimane la possibilità che qualcosa non funzioni nella modalità in cui si pianificano e si assegnano i lavori e che il sistema fallisca nel momento in cui devono identificare i lavori da fare e le imprese esecutrici.

Gli appalti

Non tutti sanno che i lavori vengono assegnati alle imprese per mezzo di gare estremamente complesse e codificate che si chiamano “Appalti”.

Quando si parla di gare, si intende proprio un procedimento simile ad un contest televisivo nel quale diversi concorrenti devono

  • promettere di fare una determinata attività ad un dato prezzo,
  • e poi fare ciò che dicono (o affrontare le conseguenze di una mancata esecuzione).

Sulla base dell’attività prendono un certo numero di punti. Sulla base del prezzo prendono un altro numero di punti.  Chi prende più punti vince e si aggiudica il lavoro.

Le modalità di esecuzione della gara sono regolate da leggi molto dettagliate che, in generale, lasciano molta poca discrezionalità all’ente appaltante.

“Cosa c’è di male?” direte voi.

Si parla di prezzo e si parla di prodotto. Tutto viene ridotto ad una via di mezzo tra una transazione commerciale ed un gioco d’azzardo. In pratica l’appalto è un confronto agonistico tra un ente che non vuol pagare, un’impresa che vuol fare meno lavoro possibile, e tanti cittadini che non contano nulla.

Non si parla di Bene Comune. Non si parla del fatto che l’ente è l’amministrazione di Roma Capitale, un ente etico e morale che ha il dovere di salvaguardare la vita ed il benessere dei suoi cittadini.

Il servizio pubblico è ridotto a merce e la sua erogazione è ridotta a una transazione definita nell’ambito di una gara. E nella gara vincono i più bravi a fare le gare.

Lo sapete chi sono i più bravi a fare le gare? Sono quelli che, offrendo il servizio “minimo sindacale” possono offrire il prezzo più basso.

E lo sapete chi è che può offrire il prezzo più basso in assoluto: chi ha trovato il modo di non fare il lavoro, di utilizzare i materiali più scadenti… e non pagare i lavoratori.

Studiare ogni virgola dei capitolati d’appalto è sempre e comunque meno costoso che fare i lavori.

Dopo un po’, come in ogni gioco duro e sporco, chi non è disposto ad accettare queste logiche si rende conto di non poter mai vincere e si trova di fronte a due opzioni: o cambia idea o cambia mestiere.

Ora verrebbe naturale parlare di corruzione ma sarebbe ingiusto in quanto l’applicazione puntigliosa delle regole del gioco non può essere definita in tale modo: è una applicazione perfetta di capitalismo in un perfetto libero mercato.

Facciamo qualche passo indietro: il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino, qualcuno dice che la storia è finita e che ha vinto il pensiero liberale e tutti i partiti italiani, a partire dal PCI, si sono immediatamente adeguati.

Però che il pensiero liberale è la concretizzazione della teoria di un certo Adam Smith che sosteneva che il contemporaneo impegno di tutti i cittadini intenti a fare egoisticamente  e competitivamente i propri interessi avrebbe generato un progresso della società. Di fronte alla obiezione scritta da Aristotele che associava un  comportamento del genere all’autodistruzione della società, il sig. Smith si inventò l’esistenza di una fantomatica “mano invisibile dei mercati” capace di trasformare l’egoismo in Bene Comune. L’idea fu accolta calorosamente da una classe mercantile che trovava in Smith un appiglio teorico per giustificare un comportamento proficuo, rapace e amorale.

Personalmente non trovo credibile che nessuno si fosse accorto che, come peraltro dimostrato dalla storia sanguinosa dei successivi 250 anni, la teoria della “mano invisibile dei mercati” era la più grossa idiozia concepita dalla filosofia occidentale. In ogni caso, gli enti appaltanti e gli impresari non sono per nulla corrotti e stanno bensì applicando con religioso fervore la dottrina della combinazione dei concorrenti egoismi.  Peccato che né la realtà né la rete viaria romana paiono intenzionate a reagire alle  carezze della mano invisibile del sig. Smith.

Per fortuna, il Popolo della Famiglia non è tanto legato al pensiero di Adam Smith quanto alle idee di altri pensatori che, seppur meno amati dagli economisti, hanno detto cose decisamente interessanti. Tra questi citiamo Aristotele, Gesù Cristo, San Tommaso d’Acquino, San Tommaso Moro, San Giovanni Paolo II.

La vulnerabilità all’imprevisto

Negli ultimi anni, è stato diffuso il mito dell’efficienza: in altre parole bisogna fare in modo che le attività vengano effettuate con il minor numero di risorse possibili considerando peccato mortale l’accantonamento di uomini e risorse di riserva.

Ecco quindi che un ulteriore fenomeno naturale ha reso ancora più difficile la scrittura di capitolati d’appalto che si traducano nell’effettiva ed efficiente erogazione di lavori, beni e servizi.

Nella società perfetta, tutto e tutti si devono muovere come alacri formichine e nulla deve rimanere fermo. L’unico problema è che Roma è ben più complessa di un formicaio e, per ottenere questa idilliaca operosità bisogna avere un controllo assoluto di ogni evento impattante sulla vita di una città enorme, complessa e viva.

In altre parole, bisogna conoscere il futuro.

Dato che agli esseri umani non è dato prevedere il futuro, quegli accordi perfetti (nel 100% dei casi in cui gli eventi, lo stato dei luoghi, la popolazione, il clima, la vita e la storia umana non si sono svolti precisamente come previsto) vengono sistematicamente funestati dall’imprevedibilità della vita.

La realtà è spietata con gli arroganti e l’eccessiva “ottimizzazione” trasforma gli imprevisti in incidenti e gli incidenti in catastrofi.

Nei primi anni del millennio, questo problema era affrontabile con costose varianti. Ora non ci sono più i soldi e quindi ci teniamo i buchi insieme a soloni liberisti intenti a fare la morale all’asfalto, alla città ed a noi cittadini per la nostra incapacità di adeguarci alle loro dettagliate previsioni.

La risposta: umiltà organizzativa, responsabilità sociale e controllo popolare

Noi del Popolo della Famiglia abbiamo una serie di possibilità in più rispetto ai partiti liberali e liberisti che popolano il panorama politico romano: non abbiamo dogmi da dimostrare. Conseguentemente non dobbiamo stringere la “mano invisibile dei mercati” e non ci tremano le vane ai polsi quando constatiamo che, a volte, il pubblico fa meglio del privato.

Inoltre, noi sappiamo che non si può prevedere il futuro e, di conseguenza, bisogna restare umili e non pretendere eccessi inumani di efficienza.

Oltre a ciò abbiamo letto gli studi che dimostrano, dati alla mano, che facendo in questo modo si risparmiano pure i soldi.

Ecco quindi le nostre quattro proposte concrete.

  • Inserire negli appalti clausole di responsabilità sociale.

Chi l’ha detto che il punteggio nelle gare deve essere dato solo dalla fornitura e dal costo?

Noi terremo conto del comportamento delle società nei confronti dei loro dipendenti, di quanto del fatturato va a pagare gli stipendi dei lavoratori e quanto viene distribuito tra creditori ed azionisti, dell’efficacia dell’impegno nella garanzia di qualità, sicurezza e rispetto dell’ambiente.

Premieremo i comportamenti etici e rimetteremo in gioco gli imprenditori per bene.

Favoriremo, allo stesso modo, le imprese piccole e medie e quelle che danno lavoro ai residenti locali.

  • Controllo popolare dei servizi e dei lavori.

Gli appaltatori avranno l’obbligo di informare la popolazione su quanto stanno facendo.

Noi favoriremo la creazione, a livello municipale, di associazioni di cittadini dedicate al controllo del territorio.  Queste associazioni indicheranno, per mezzo di procedure democratiche (ma scegliendo tra tecnici laureati e qualificati), una commissione di controllo e collaudo popolare delle infrastrutture essenziali alla vita del municipio.

Questi tecnici informeranno i cittadini di quanto accade ed esprimeranno un parere sulla qualità, la sicurezza ed il rispetto dell’ambiente da parte degli appaltatori.

Il parere negativo della commissione di controllo e collaudo popolare ridurrà significativamente il compenso dell’appaltatore.

  • Acquistare strade integre al posto del semplice riempimento delle buche.

Non chiederemo più agli appaltatori di riempire le buche: chiederemo loro di garantirci che la strada rimarrà aperta e libera da buche per un certo numero di giorni l’anno (in gergo, si chiama “disponibilità” della strada) e per un certo numero di anni.

E questa garanzia dovrà essere data anche in caso di eventi come i lavori sulle condotte del gas e dell’acqua, stesura cavi telefonici, gelo etc. Starà all’appaltatore l’onere di tenere risorse e lavoratori di riserva per affrontare le emergenze.

Soprattutto, i pagamenti saranno effettuati anno per anno e non sarà quindi più possibile “prendere i soldi e scappare”.

Alla fine dell’appalto, l’appaltatore dovrà “riconsegnare” la strada completamente riparata ed in perfette condizioni. Potrà quindi sbloccare l’ultima rata dei pagamenti.

  • Creazione di un dipartimento comunale in concorrenza con i privati.

Un dipartimento comunale sarà attrezzato con risorse, uomini e mezzi adatti alla manutenzione della rete viaria e parteciperà alle gare.

Gli obiettivi degli amministratori di questo dipartimento saranno quelli di:

  • vincere più gare possibile ed effettuare il maggior numero possibile di interventi,
  • dare lavoro a più cittadini romani possibile,
  • chiudere il bilancio in pareggio.

Questo dipartimento, di fatto, romperà tutte le condizioni di sostanziale monopolio nel quale i privati sono usi ricattare i loro clienti e, se abbiamo ragione, dimostrerà con i fatti che il privato non è sempre più efficiente del pubblico.

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