L’etica della felicità misurata in consumo.

(Rev.1.1 dell’originale datato 19-12-2014)

Qualcuno ha detto: « Dio è morto. Dio resta morto. E noi l’abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni? » .

Qualcuno continua a dirlo.

Io no.

Il mio Dio è vivissimo.

Mi parla in ogni istante dal didentro del mio cuore.

Mi risponde ogni istante dal di fuori degli sguardi di tutti i miei fratelli.

Miei fratelli che, almeno quando sono molto piccoli, non sono nient’altro che Lui.

E, proprio per quel motivo, la sua voce mi dice di indignarmi e di oppormi.

Per farlo, però, devo capire dove sono io e chi sono coloro che cercano di propinarci la morte di ogni speranza come se fosse in semplice dato di fatto.

 

Chiariamo quindi, per prima cosa, la funzione e l’essenza di tutte le ideologie.

Una ideologia è un insieme di convinzioni ed ideali (specialmente relativi alla funzione dell’Uomo nel Mondo ed al raggiungimento della Felicità) che vengono contrabbandati come se fossero il risultato di una ricerca scientifica inoppugnabile ed inemendabile.

In altre parole, si prende un opinione e la si contrabbanda come “natura”: come uno stato naturale delle cose che vanno prese così come sono.

Uno stato a cui ci si deve necessariamente adattare.

In genere, detto stato delle cose conviene a qualcuno (regnanti, militari, sacerdoti, oligarchi o mercanti).

In genere, questo qualcuno, tutela, finanza e protegge detta ideologia in modo da impedirne una critica di cui, evidentemente, viene temuta l’inevitabile carica distruttiva.

Quindi è importante tenere gli occhi ben aperti.

Provo a farlo.

Attorno a me, infiniti cartelloni ripetono lo stesso concetto: “Se mangerai di questo pane, potrai intravvedere i confini della tua felicità”.

Si tratta invero di un pani minuscoli (minuscoli in senso grammaticale: minuscoli se confrontati al Pane della vita ricercato dagli uomini nei secoli passati).

D’altro canto, si tratta di un pane ammiccante: vacanze in luoghi lontani, oggetti elettronici, vestiti caldi e comodi, automobili sicure e scintillanti.

Le pubblicità sono tutte diverse: il messaggio, però, è unico.

La felicità è data dal consumo di un determinato paniere di beni.

La quantità non è chiara.

Però è sempre superiore a quanto viene permesso dal mio portafoglio.

Oltre a me, esistono persone molto più ricche: gente che, in altri articoli, ho chiamato “oligarchi”.

Costoro possiedono enormi quantità di denaro: più denaro di quanto potranno spendere in tutta una vita.

Eppure, continuano a desiderare “sempre di più”.

Il denaro (e non più il consumo) sembra assere il veicolo della loro felicità.

Costoro sembrano aver trasceso la condizione che viene proposta a me (piccolo consumatore mortale).

E’ come se costoro avessero accettato l’impossibilità di consumare fisicamente ed avessero sostituito questa attività fisica con un’attività potenziale.

Non mirano più all’atto del consumo: si accontentano di una infinita potenzialità di consumo.

La potenzialità di consumo, nel mondo attuale, si chiama DENARO.

Ma il denaro, da solo, non basta.

Esistono diverse condizioni necessarie affinché il possesso di denaro permetta un’infinita potenzialità di consumo.

La prima è una condizione fisica esterna: tutto deve essere sul mercato ed avere un suo prezzo.

Tutto deve essere comprabile, vendibile e consumabile.

E nel tutto sono compresi anche la vita umana, l’ambiente, i diritti, la giustizia, la verità, la libertà (propria ed altrui), la responsabilità, i sentimenti, l’amore, la stessa identità (propria ed altrui).

La seconda condizione, invece, è interna e metafisica.

L’uomo deve essere intimamente privo di vincoli.

Deve essere libero e totalmente irresponsabile.

Niente morale, niente etica e, se possibile, niente verità.

Niente passato, niente futuro.

Solo presente nel quale godere della possibilità di usare il proprio denaro di comprare qualunque cosa, in qualunque quantità, senza alcun vincolo tranne l’obbligo di fare in modo di avere sempre più denaro.

L’unico obbligo dell’uomo che, col denaro, si è fatto dio (minuscolo come i pani di cui sopra) è quello di rimanere dio.

L’unica minaccia sono gli altri uomini permeati dallo stesso intento.

Altri uomini, quindi, che devono essere spogliati della loro dignità di esseri superiori alle semplici cose.

I cartelloni che ci circondano, quindi, hanno più scopi.

Per prima cosa, servono a convincerci a partecipare allo stesso gioco inibendo la nostra nostra capacità di criticarlo, negarne i presupposti ed, alla fine, sovvertirlo.

Poi, servono ad innescare una dipendenza bulimica dal possesso che, alla fine, ci sprofonda in un debito e ci tramuta in schiavi (e cioè ci rende oggetti che, quindi, possano essere comprati e venduti).

Infine, servono a rassicurare i “piccoli dei” (e cioè gli stessi oligarchi) che, come noi, hanno necessità di dimenticare il fatto che, come noi, sono ben lontani dal raggiungimento di qualunque felicità.

E’ evidente che il mio Dio è vivo e resta vivo.

Però, ritengo che la coscienza di quanto accade attorno a noi e della ideologia nella quale siamo immersi sia una condizione imprescindibile per ogni altra analisi.

Quindi, questo articolo, sarà un punto di partenza per tutti quelli che pubblicherò in seguito.

«Non abbiate paura.
Questo mondo può essere cambiato.
Questo mondo DEVE essere cambiato.»

Questo dicono i servi più degni del mio Signore.

E questo vi dico anch’io.

Lui, d’altro canto, ci ha detto che il mondo deve essere coltivato e custodito.

– E come? – direte voi.

Fede, Speranza, e Carità – se lo Spirito ve le dona – Stato, Legge, Comunità, Cittadinanza ed Ideali – in tutti gli altri casi.

In ogni caso, il futuro è nelle nostre mani.

Tutto nelle nostre mani.

 

2 pensieri su “L’etica della felicità misurata in consumo.

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