La coscienza è una delle poche armi che tutti dovremmo continuare ad usare.

Raggi di sole tra le foglie!

Sviluppo del racconto “Adelmo ed il Conte Franchi” scritto per mostrare che, contro gli oligarchi, esistono possibilità di difesa.

La coscienza è la prima carta da giocare contro gli oligarchi.

Può capitare che la coscienza nasca nel cuore di un uomo.

E quello non è un evento straordinario.

Infatti, dopo che è nata, non è assolutamente detto che sbocci.

Capita spesso che essa si trasformi in triste autocommiserazione ed in masochistico desiderio di una impotenza.

La gente sembra godere di questa impotenza quasi considerandola un antidoto efficace contro la corresponsabilità.

D’altro canto, esistono ancora cuori innamorati e non ancora trasformati in sterile pietra dal desiderio di accaparrarsi parte del bottino.

Partendo da questi cuori, la storia umana ci racconta dello sbocciare di fiori fatti di tenero acciaio.

Fiori capaci di irrorare con pollini contagiosi.

Fiori capaci di dare quei frutti che, tanti anni fa, in quella che oggi appare una galassia lontana lontana, altri uomini innamorati hanno avuto il coraggio di descrivere come “Giustizia”, “Libertà” e “Bene Comune”.

Nella casa risuonavano i preparativi di una grande festa.

Una spolveratura di farina bianca profumava la cucina.

Nascoste sotto un tovagliolo cinese, fettuccine appena ammassate attendevano l’incontro con un profumatissimo sugo di funghi.

Da parte sua, quest’ultimo era intento a borbottare e macchiare la smaltatura bianca di una vecchia cucina a gas.

Adelmo attraversò la cucina distratto dalla risacca di sentimenti contrastanti.

Non appena saputo dell’arrivo del suo vecchio padre spirituale, gli occhi della moglie di Adelmo si erano accesi di gioia impaziente.

La gente ci metteva pochissimo a comprendere il motivo per cui quella ragazza fuggita da Roma per seguire il suo rozzo agricoltore era semplicemente chiamata Sorriso.

Allo stesso tempo, l’esistenza del Conte Franchi aleggiava su tutta la vallata e Adelmo la percepiva sotto forma di sottile inquietudine, un’incrinatura, qualcosa di sbagliato nel piccolo universo che egli chiamava semplicemente casa.

Nella vallata, parecchi abitanti erano tormentati dalla stessa sensazione.

Adelmo incrociò Sorriso.

I suoi occhi.

Niente più inquietudine.

Accadeva sempre così.

Purtroppo, non durava mai a lungo.

Abbaiare di cani. Rumore di ruote che schiacciano la ghiaia in cortile.

Il Don è arrivato” pensò Adelmo e si affrettò ad uscire.

Don Bernardo stava uscendo dal lato destro di un vecchio maggiolone bianco.

Alla guida, un uomo senza cappotto stava armeggiando con le luci dei fari.

Sorriso era già appesa al collo del grosso prelato e gli schioccava in bacio sulla guancia barbuta.

  • Anche a me fa piacere vederti Paoletta • sorrise allegro Don Bernardo a risposta del benvenuto della figlioccia.
  • Mi chiamo Andrea Due • disse l’uomo senza cappotto • ho accompagnato il nostro Don Bernardo per evitare che si schiantasse con questo vecchio macinino.

L’uomo senza cappotto strinse la mano di Adelmo.

  • Sono Adelmo, il marito di Sorriso.

L’uomo senza cappotto non chiese chi fosse Sorriso ed Adelmo pensò a Don Bernardo mentre parlava della figlioccia durante il viaggio da Roma.

(…)

  • Oggi non ho ancora celebrato la messa • disse Don Bernardo • devo chiedere al parroco se vuole che lo sostituisca questa sera.
  • Non c’è nessun parroco • rispose Adelmo sovrappensiero • poco dopo che è arrivato il Conte Franchi, la chiesetta del paese è stata dichiarata inagibile dalla Sovraintendenza… 

Gli occhi di Adelmo si illuminarono.

  • Sarebbe splendido se la volessi celebrare qui da noi!
    Ti preparo uno splendido altare di fronte a casa!

Don Bernardo osservò il contadino.

  • Perché non in casa?
  • Perché in casa non c’è posto.

Don Bernardo alzò un sopracciglio ma non fece domande.

(…)

Il sacerdote fu stupito nel vedere Adelmo che preparava una tavola nell’aia e la ricopriva con una tovaglia candida di lino.

Le sedie che uscivano da ogni capannone parevano decisamente troppe.

Eppure, poco a poco, la gente incominciò ad arrivare alla cascina ed il sacerdote si trovò a celebrare davanti ad una trentina di fedeli.

Meditando nel seguito, ritenne che molti sperassero di essere contagiati dalla fede gioiosa della piccola Sorriso.

(…)

  • Dalla seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi… 

Adelmo pensò che l’uomo senza cappotto sapeva come leggere e si capiva proprio bene.

  • Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.
    Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare.
    E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi.

“Bastardo!” la mente di Adelmo stava andando in ebollizione “Maledetto pezzo di nobile letame. Lui ed il re che ce l’ha messo”.

“Se non vuole lavorare, allora che nemmeno mangi”.

Nella coscienza dell’agricoltore qualcosa saltò ad un orbitale più alto.

Quell’inquietudine non era più paura per una catastrofe naturale incombente, era l’eco di una voce interna che urlava infuriata da un’angolino della sua anima.

La Parola aveva aperto una finestra attraverso la quale quella voce era riuscita a farsi sentire distintamente.

“Giustizia e legge… dovrebbero coincidere… quando ciò non accade… bisogna fare… è necessario che uomini dedicati al Bene Comune si impegnino per drizzare ciò che è sviato.”

Il conte, la sua rendita, e l’intero sistema a cui quell’uomo faceva riferimento erano sviati ed era arrivato il momento che la gente trovasse il mondo di drizzarli.

Adelmo era un padre di famiglia: sapeva quindi che “la gente” poteva benissimo iniziare da lui.

(…)

Briciole e macchie di sugo macchiavano il bianco della lunga tovaglia, testimoniando la fine di un pranzo di amici… invero parecchio apprezzato.

Era giorno di festa, una parte dei commensali si godeva quel primo meriggio nell’ombra sonnolenta del verde pergolato davanti alla casa colonica.

“L’Amaro del Capo scorre possente nella nostra famiglia”… quella era una battuta di Angelo.

Prima che decidesse di smettere di combattere.

Di spiccare il volo.

Nonostante qualcosa (o qualcuno) avesse stretto al suo collo una corda.

Una maledetta corda.

Angelo sosteneva di aver adottato la famiglia di Adelmo: probabilmente era più vero il contrario.

Il male fu che Angelo non aveva alcuna famiglia sua propria, di quelle fatte di una donna e qualche bambino e nessuno era stato lì presente a ricordargli la necessità di continuare a lottare.

Adelmo, osservando il liquore untuoso nel bicchiere, decise che avrebbe parlato.

E lo avrebbe fatto anche a nome dell’amico.

  • Non è giusto…

All’inizio il contadino pareva esitante.

Appena iniziato, al contrario, la sua faccia si fece più dura.

  • Non è giusto e basta! E noi dobbiamo dirlo tutti assieme… e con forza!
  • E cosa otterremmo?

L’ometto che aveva parlato… un amico… un vicino di Adelmo, anche lui “inquilino” del conte.

E anch’egli era stato stupito dopo aver dissodato la terra per anni.

Ed aveva iniziato a pagare.

  • Coscienza!

Adelmo era ora molto sicuro di quanto stava dicendo.

  • Saremo sicuri, una volta per tutte, che noi, liberandoci del Franchi, non ci staremo sottraendo ad un nostro dovere: staremo semplicemente curando una malattia.
  • E questo cambierà qualcosa?

L’ometto non rinunciava ad opporsi, Adelmo notava in lui una sorta di disperazione, comunque continuò.

  • Per alcuni è ancora importante sapere di stare facendo la cosa giusta.
    Per altri è sufficiente capire che impedire a quella sanguisuga di Franchi di mettersi in tasca il frutto del nostro lavoro è come ripulire il frutteto da parassiti destinati sicuramente ad ammazzare gli alberi.

Adelmo fece una pausa, prese un sorso di liquore e quindi appoggiò il bicchiere rumorosamente sul tavolo.

  • Piaccia o non piaccia bisogna farlo, altrimenti il frutteto muore.
  • E cosa possiamo fare? Anche se la giustizia e dalla nostra parte, la legge è dalla sua!
  • Per prima cosa, dobbiamo pensare alla comunità, poi penseremo alla condivisione della giustizia, poi penseremo alla legge.

Ricordando come tutto questo discorso fosse partito dalla lettera di San Paolo, l’uomo senza cappotto pensò: “non mi stupisce che qualcuno abbia pensato di far chiudere la chiesa”.

  • Nessuno deve più morire.

Adelmo mando giù il liquore in un sorso.

Era un ottimo amaro, ma egli lo trattò fosse una amara medicina.

Come fosse pegno di un giuramento fatto a sé stesso e ad un amico lontano.

(…)

  • Come pensi di impedire la morte.

Disse Fabio più tardi all’amico agricoltore.

  • Incontrandoci regolarmente.
    Raccogliendo più gente possibile.
    E dicendo tutti assieme che “nessuno deve più morire”.

Adelmo parlava con fare deciso.

Come se tutto, nelle poche ore trascorse dopo il pranzo, si fosse fatto d’un tratto più chiaro.

  • E la gente smetterà di morire?
  • Intanto, per prima cosa, smetterà di morire sola.

Le ultime parole furono dette con solida calma.

Quasi scandite.

Fabio comprese che si trattava di un perno: un punto fisso attorno cui sarebbe ruotato parecchio futuro.

  • Inoltre, se tante persone si accodano sullo stesso obiettivo, è più probabile che qualcuno trovi la soluzione.
    Infine, ho l’impressione che la maggior parte del problema venga dal fatto che nessuno di noi lo percepisce come tale.

Gli occhi di Adelmo si fecero più freddi, e sembrava guardasse attraverso l’amico.

Fabio lo conosceva.

Sapeva che si stava guardando dentro.

Lo ascoltò aspettandosi una cosa importante.

  • Quando quel pezzo di merda di Franchi si è presentato davanti a me con i suoi sgherri ed il suo pezzo di carta con la firma svolazzante, non mi è passato nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea che pagare non fosse giusto.

Adelmo ora guardava l’amico.

  • Non capisci?
    Io ero dalla sua parte.
    Ritenevo che lui potesse farlo e che quindi avesse il diritto di farlo.
    Pensavo fosse giusto che lui si insinuasse nelle mia vita e togliesse ai miei figli una parte di ciò che io avevo coltivato: non mi ero reso conto che “non si buttavia il frutto del proprio lavoro!”.
  • E non era vero…

Fabio incominciava a capire ed a chiedersi il motivo per il quale non ci aveva pensato.

Si rese conto che ci aveva pensato.

Proprio mentre l’amico continuava.

  • No. Non è vero!
  • E noi che ci possiamo fare?
  • Intanto possiamo demolire la leggenda dietro la quale questo parassiti si annidano.
  • Si… ok… dimmi qualcosa di pratico…
  • Vediamoci per parlare. Facciamo in modo che diventi un impegno periodico per tutti i capi famiglia.
  • Ma dove vivi? Non esistono più i capi famiglia.
  • E non penso che ciò sia avvenuto per caso… dovremo lavorare anche su quello…
    … comunque… tu ci stai?
  • Proviamo.

Fabio, in fondo, aveva voglia di fare qualcosa.

  • Tanto peggio di così.

La coscienza passa da uno a due.

E da due a quattro.

E c’è tanta strada da fare.

Ma lasciate che vi dica in anteprima una cosa: “è quando la COSCIENZA diventa SPERANZA che essa diviene veramente pericolosa”.

La vostra opinione mi interessa ed i vostri commenti mi danno al forza di scrivere: Lasciate un segno del vostro passaggio!