CAPITOLO 4 – Il lavoro umano

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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SEZIONE 4.1 – La dignità del lavoro

a) La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro

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Il lavoro umano ha una duplice dimensione: oggettiva e soggettiva.

In senso oggettivo è l’insieme di attività, risorse, strumenti e tecniche di cui l’uomo si serve per produrre, per manutenere e per gestire il territorio da lui occupato.

Il lavoro in senso soggettivo è l’agire dell’uomo in quanto essere dinamico, capace di compiere varie azioni che appartengono al processo del lavoro e che corrispondono alla sua vocazione personale.

L’uomo, per sua natura, si realizza quando lascia un segno sulla “sua” terra e quando, in un certo senso, la domina e controlla, perché, proprio in quanto persona, egli è un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso.

Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro.

Il lavoro in senso oggettivo costituisce l’aspetto contingente dell’attività dell’uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche. 

In senso soggettivo si configura, invece, come la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel che l’uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale.

La distinzione è decisiva sia per comprendere qual è il fondamento ultimo del valore e della dignità del lavoro, sia in ordine al problema di un’organizzazione dei sistemi economici e sociali rispettosa dei diritti dell’uomo.

 

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 La soggettività conferisce al lavoro la sua peculiare dignità, che impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale dell’organizzazione produttiva.

Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è « actus personae ».

Qualsiasi forma di materialismo e di economicismo che tentasse di ridurre il lavoratore a mero strumento di produzione, a semplice forza-lavoro, a valore esclusivamente materiale, finirebbe per snaturare irrimediabilmente l’essenza del lavoro, privandolo della sua finalità più nobile e profondamente umana.

La persona è il metro della dignità del lavoro.

Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona.

La dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella oggettiva, perché è quella dell’uomo stesso che compie il lavoro, determinandone la qualità e il valore più alto.

Se manca questa consapevolezza oppure non si vuole riconoscere questa verità, il lavoro perde il suo significato più vero e profondo: in questo caso, purtroppo frequente e diffuso, l’attività lavorativa e le stesse tecniche utilizzate diventano più importanti dell’uomo stesso e, da alleate, si trasformano in nemiche della sua dignità.

 

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Il lavoro umano non soltanto procede dalla persona, ma è anche essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa.

Indipendentemente dal suo contenuto oggettivo, il lavoro deve essere orientato verso il soggetto che lo compie, perché lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro, rimane sempre l’uomo.

Anche se non può essere ignorata l’importanza della componente oggettiva del lavoro sotto il profilo della sua qualità, tale componente, tuttavia, va subordinata alla realizzazione dell’uomo, e quindi alla dimensione soggettiva, grazie alla quale è possibile affermare che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro e che lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo — fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante — rimane sempre l’uomo stesso.

 

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Il lavoro umano possiede anche un’intrinseca dimensione sociale.

Il lavoro di un uomo, infatti, si intreccia naturalmente con quello di altri uomini.

Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno.

Anche i frutti del lavoro offrono occasione di scambi, di relazioni e d’incontro.

Il lavoro, pertanto, non si può valutare giustamente se non si tiene conto della sua natura sociale giacché se non sussiste un corpo veramente sociale e organico, se un ordine sociale e giuridico non tutela l’esercizio del lavoro, se le varie parti, le une dipendenti dalle altre, non si collegano fra di loro e mutuamente non si compiono, se, quel che è di più, non si associano, quasi a formare una cosa sola, l’intelligenza, il capitale, il lavoro, l’umana attività non può produrre i suoi frutti, e quindi non si potrà valutare giustamente né retribuire adeguatamente, dove non si tenga conto della sua natura sociale e individuale.

 

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Il lavoro è anche un obbligo cioè un dovere dell’uomo.

L’uomo deve lavorare sia per evitare lo status di parassita, sia per rispondere alle esigenze di mantenimento e sviluppo della sua stessa umanità.

Il lavoro si profila come obbligo morale in relazione al prossimo, che è in primo luogo la propria famiglia, ma anche la società, alla quale si appartiene, la Nazione, della quale si è figli o figlie, l’intera famiglia umana, di cui si è membri: siamo eredi del lavoro di generazioni e insieme artefici del futuro di tutti gli uomini che vivranno dopo di noi.

 

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 Il lavoro conferma la profonda identità dell’uomo.

 Diventando — mediante il suo lavoro — sempre di più padrone della terra, e confermando — ancora mediante il lavoro — il suo dominio sul mondo visibile, l’uomo, in ogni caso ed in ogni fase di questo processo, persegue la sua naturale propensione, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato dotato di innata capacità creativa e generativa.

Ciò qualifica l’attività dell’uomo nell’universo di cui egli non è il padrone, ma bensì il fiduciario e, per quanto possibile, il custode ed il gestore.

b) I rapporti tra lavoro e capitale

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Il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale.

Oggi, il termine «capitale» ha diverse accezioni: talvolta indica i mezzi materiali di produzione nell’impresa, talvolta le risorse finanziarie impegnate in un’iniziativa produttiva o anche in operazioni nei mercati borsistici.

Si parla anche, in modo non del tutto appropriato, di «capitale umano», per significare le risorse umane, cioè gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di un’organizzazione.

Ci si riferisce al «capitale sociale» quando si vuole indicare la capacità di collaborazione di una collettività, frutto dell’investimento in legami fiduciari reciproci.

Questa molteplicità di significati offre spunti ulteriori per riflettere su cosa possa significare, oggi, il rapporto tra lavoro e capitale.

 

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Il terzo pensiero considera i rapporti tra lavoro e capitale, mettendo in evidenza sia la priorità del primo sul secondo, sia la loro complementarità.

Il lavoro ha una priorità intrinseca rispetto al capitale.

Questo principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il “capitale” essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale.

Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo.

Tra lavoro e capitale ci deve essere complementarità.

E’ la stessa logica intrinseca al processo produttivo a dimostrare la necessità della loro reciproca compenetrazione e l’urgenza di dare vita a sistemi economici nei quali l’antinomia tra lavoro e capitale venga superata.

In tempi in cui, all’interno di un sistema economico meno complesso, il «capitale» e il «lavoro salariato» identificavano con una certa precisione non solo due fattori produttivi, ma anche e soprattutto due concrete classi sociali, il terzo pensiero riconosce che entrambi sono in sé legittimi.

Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale.

Si tratta di una verità che vale anche per il presente, perché è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è assolutamente ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa, negando l’efficacia dell’altro.

 

149 – 278 

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Nella considerazione dei rapporti tra lavoro e capitale, soprattutto di fronte alle imponenti trasformazioni dei nostri tempi, si deve ritenere che la «principale risorsa» e il «fattore decisivo» in mano all’uomo è l’uomo stesso.

L’integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso.

Il mondo del lavoro, infatti, sta scoprendo sempre di più che il valore del «capitale umano» trova espressione nelle conoscenze dei lavoratori, nella loro disponibilità a tessere relazioni, nella creatività, nell’imprenditorialità di se stessi, nella capacità di affrontare consapevolmente il nuovo, di lavorare insieme e di saper perseguire obiettivi comuni.

Si tratta di qualità prettamente personali, che appartengono al soggetto del lavoro più che agli aspetti oggettivi, tecnici, operativi del lavoro stesso.

Tutto questo comporta una prospettiva nuova nei rapporti tra lavoro e capitale: si può affermare che, contrariamente a quanto accadeva nella vecchia organizzazione del lavoro dove il soggetto finiva per venire appiattito sull’oggetto, sulla macchina, al giorno d’oggi la dimensione soggettiva del lavoro tende ad essere più decisiva e importante di quella oggettiva.

 

150 – 279 

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Il rapporto tra lavoro e capitale presenta spesso i tratti della conflittualità, che assume caratteri nuovi con il mutare dei contesti sociali ed economici.

Ieri, il conflitto tra capitale e lavoro era originato, soprattutto, dal fatto che i lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori, e che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione, cercava di stabilire il salario più basso possibile per il lavoro eseguito dagli operai.

Attualmente, il conflitto presenta aspetti nuovi e, forse, più preoccupanti: i progressi scientifici e tecnologici e la mondializzazione dei mercati, di per sé fonte di sviluppo e di progresso, espongono i lavoratori al rischio di essere sfruttati dagli ingranaggi dell’economia e dalla ricerca sfrenata di produttività.

 

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Non si deve erroneamente ritenere che il processo di superamento della dipendenza del lavoro dalla materia sia capace di per sé di superare l’alienazione sul lavoro e del lavoro.

Il riferimento non è solo alle tante sacche di non lavoro, di lavoro nero, di lavoro minorile, di lavoro sottopagato, di lavoro sfruttato, che ancora persistono, ma anche alle nuove forme, molto più sottili, di sfruttamento dei nuovi lavori, al super-lavoro, al lavoro- carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona, all’eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la vita familiare, alla modularità lavorativa che rischia di avere pesanti ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza e sulla stabilità delle relazioni familiari.

Se l’uomo è alienato quando inverte mezzi e fini, anche nel nuovo contesto di lavoro immateriale, leggero, qualitativo più che quantitativo, si possono dare elementi di alienazione a seconda che cresca la … partecipazione dell’uomo in un’autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione.

c) Il lavoro, titolo di partecipazione

One Billion Rising !

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Il rapporto tra lavoro e capitale trova espressione anche attraverso la partecipazione dei lavoratori alla proprietà, alla sua gestione, ai suoi frutti.

È questa un’esigenza troppo spesso trascurata, che occorre invece valorizzare al meglio.

Ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il “comproprietario” del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti.

E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita.

La nuova organizzazione del lavoro, in cui il sapere conta di più della sola proprietà dei mezzi di produzione, attesta in maniera concreta che il lavoro, a motivo del suo carattere soggettivo, è titolo di partecipazione: è indispensabile ancorarsi a questa consapevolezza per valutare la giusta posizione del lavoro nel processo produttivo e per trovare modalità di partecipazione consone alla soggettività del lavoro nelle peculiarità delle varie situazioni concrete.

d) Rapporto tra lavoro e proprietà privata

Parcometro

153-282

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Il terzo pensiero articola il rapporto tra lavoro e capitale anche rispetto all’istituto della proprietà privata, al relativo diritto e all’uso di questa.

Il diritto alla proprietà privata è subordinato al principio delladestinazione universale dei beni e non deve costituire motivo di impedimento al lavoro e allo sviluppo altrui.

La proprietà, che si acquista anzitutto mediante il lavoro, deve servire al lavoro.

Ciò vale in modo particolare per il possesso dei mezzi di produzione; ma tale principio concerne anche i beni propri del mondo finanziario, tecnico, intellettuale, personale.

I mezzi di produzione non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per possedere.

Il loro possesso diventa illegittimo quando la proprietà non viene valorizzata o serve ad impedire il lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall’espansione globale del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione, dall’illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel mondo del lavoro.

 

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La proprietà privata e pubblica nonché i vari meccanismi del sistema economico devono essere predisposti per un’economia a servizio dell’uomo, in modo che contribuiscano ad attuare il principio della destinazione universale dei beni.

In tale prospettiva diventa rilevante la questione relativa alla proprietà e all’uso delle nuove tecnologie e conoscenze, che costituiscono, nel nostro tempo, un’altra forma particolare di proprietà, di importanza non inferiore a quella della terra e del capitale.

Tali risorse, come tutti gli altri beni, hanno una destinazione universale; anch’esse vanno inserite in un contesto di norme giuridiche e di regole sociali che ne garantiscano un uso ispirato a criteri di giustizia, di equità e di rispetto dei diritti dell’uomo.

I nuovi saperi e le tecnologie, grazie alle loro enormi potenzialità, possono dare un contributo decisivo alla promozione del progresso sociale, ma rischiano di divenire fonte di disoccupazione e di allargare il distacco tra zone sviluppate e zone di sottosviluppo, se rimangono accentrati nei Paesi più ricchi o nelle mani di ristretti gruppi di potere.

e) Il riposo festivo

Berlino, un "Bier Bike" sulla Ebertstraße

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Il riposo festivo è un diritto.

Gli uomini devono poter godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa.

A ciò contribuisce l’istituzione di più giorni di riposo nei quali i cittadini possano astenersi da lavori o attività che impediscano pratiche religiose, la letizia propria del giorni di festa, la pratica di opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo.

Necessità familiari o esigenze di utilità sociale possono legittimamente esentare dal riposo domenicale, ma non devono creare abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute.

 

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Il giorno di riposo è un giorno da dedicare ad un’operosa carità, riservando attenzioni alla famiglia e ai parenti, come anche ai malati, agli infermi, agli anziani.

E’ un tempo nel quale ci si può dedicare a quei fratelli che hanno i medesimi bisogni e i medesimi diritti e non possono riposarsi a causa della povertà e della miseria.

E inoltre è un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio, che favoriscano la crescita della vita interiore.

 

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Le autorità pubbliche hanno il dovere di vigilare affinché ai cittadini non sia sottratto, per motivi di produttività economica, un tempo destinato al riposo e al culto divino.

I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro dipendenti.

I cittadini si devono adoperare, nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, affinché le leggi riconoscano le domeniche e le altre solennità liturgiche come giorni festivi.

SEZIONE 4.2 – Il diritto al lavoro

a) Il lavoro è necessario

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Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana.

Il terzo pensiero riconosce il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il carattere di necessità.

Il lavoro è necessario per formare e mantenere una famiglia, per avere diritto alla proprietà, per contribuire al bene comune della famiglia umana.

La considerazione delle implicazioni morali che la questione del lavoro comporta nella vita sociale induce il terzo pensiero ad additare la disoccupazione come una «vera calamità sociale», soprattutto in relazione alle giovani generazioni.

 

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Il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci.

La «piena occupazione» è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune.

Una società in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale.

Un ruolo importante e, dunque, una responsabilità specifica e grave appartengono, in questo ambito, al «datore di lavoro indiretto», ossia a quei soggetti — persone o istituzioni di vario tipo — che sono in grado di orientare, a livello nazionale o internazionale, la politica del lavoro e dell’economia.

 

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La capacità progettuale di una società orientata verso il bene comune e proiettata verso il futuro si misura anche e soprattutto sulla base delle prospettive di lavoro che essa è in grado di offrire.

L’alto tasso di disoccupazione, la presenza di sistemi di istruzione obsoleti e di perduranti difficoltà nell’accesso alla formazione e al mercato del lavoro costituiscono, per molti giovani soprattutto, un forte ostacolo sulla strada della realizzazione umana e professionale.

Chi è disoccupato o sottoccupato, infatti, subisce le conseguenze profondamente negative che tale condizione determina nella personalità e rischia di essere posto ai margini della società, di diventare una vittima dell’esclusione sociale.

È questo un dramma che colpisce, in genere, oltre ai giovani, le donne, i lavoratori meno specializzati, i disabili, gli immigrati, gli ex-carcerati, gli analfabeti, tutti i soggetti che trovano maggiori difficoltà nella ricerca di una collocazione nel mondo del lavoro.

 

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Il mantenimento dell’occupazione dipende sempre di più dalle capacità professionali.

Il sistema di istruzione e di educazione non deve trascurare la formazione umana e tecnica, necessaria per svolgere con profitto le mansioni richieste.

La sempre più diffusa necessità di cambiare varie volte impiego, nell’arco della vita, impone al sistema educativo di favorire la disponibilità delle persone ad un aggiornamento e riqualificazione permanenti.

I giovani devono apprendere ad agire autonomamente, diventare capaci di assumersi responsabilmente il compito di affrontare con competenze adeguate i rischi legati ad un contesto economico mobile e spesso imprevedibile nei suoi scenari evolutivi.

È altrettanto indispensabile l’offerta di opportune occasioni formative agli adulti in cerca di riqualificazione e ai disoccupati.

Più in generale, il percorso lavorativo delle persone deve trovare nuove forme concrete di sostegno, a cominciare proprio dal sistema formativo, così che sia meno difficile attraversare fasi di cambiamento, di incertezza, di precarietà.

b) Il ruolo dello Stato e della società civile nella promozione del diritto al lavoro

2 Giugno

 

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I problemi dell’occupazione chiamano in causa le responsabilità dello Stato, al quale compete il dovere di promuovere politiche attive del lavoro, cioè tali da favorire la creazione di opportunità lavorative all’interno del territorio nazionale, incentivando a questo scopo il mondo produttivo.

Il dovere dello Stato non consiste tanto nell’assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i cittadini, irreggimentando l’intera vita economica e mortificando la libera iniziativa dei singoli, quanto piuttosto nell’assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi.

 

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Di fronte alle dimensioni planetarie rapidamente assunte dalle relazioni economico-finanziarie e dal mercato del lavoro, si deve promuovere un’efficace collaborazione internazionale tra gli Stati, mediante trattati, accordi e piani di azione comuni che salvaguardino il diritto al lavoro anche nelle fasi più critiche del ciclo economico, a livello nazionale ed internazionale.

Bisogna avere consapevolezza del fatto che il lavoro umano è un diritto da cui dipendono direttamente la promozione della giustizia sociale e della pace civile.

Importanti compiti in questa direzione spettano alle Organizzazioni internazionali e a quelle sindacali: collegandosi nelle forme più opportune, esse si devono impegnare, prima di tutto, a tessere una trama sempre più fitta di disposizioni giuridiche che proteggono il lavoro degli uomini, delle donne, dei giovani, e gli assicurano una conveniente retribuzione.

 

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Per la promozione del diritto al lavoro è importante che vi sia un libero processo di auto-organizzazione della società.

Significative testimonianze ed esempi di auto-organizzazione si possono rintracciare nelle numerose iniziative, imprenditoriali e sociali, caratterizzate da forme di partecipazione, di cooperazione e di autogestione, che rivelano la fusione di energie solidali.

Esse si offrono al mercato come un variegato settore di attività lavorative che si distinguono per un’attenzione particolare nei confronti della componente relazionale dei beni prodotti e dei servizi erogati in molteplici ambiti: istruzione, tutela della salute, servizi sociali di base, cultura.

Le iniziative del cosiddetto «terzo settore» costituiscono un’opportunità sempre più rilevante di sviluppo del lavoro e dell’economia.

c) La famiglia e il diritto al lavoro

joie de vivre

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Il lavoro è «il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo»: esso assicura i mezzi di sussistenza e garantisce il processo educativo dei figli.

Famiglia e lavoro, così strettamente interdipendenti nell’esperienza della grande maggioranza delle persone, meritano finalmente una considerazione più adeguata alla realtà, un’attenzione che li comprenda insieme, senza i limiti di una concezione privatistica della famiglia ed economicistica del lavoro.

A questo riguardo, è necessario che le imprese, le organizzazioni professionali, i sindacati e lo Stato si rendano promotori di politiche del lavoro che non penalizzino, ma favoriscano il nucleo familiare dal punto di vista occupazionale.

La vita di famiglia e il lavoro, infatti, si condizionano reciprocamente in vario modo.

Il pendolarismo, il doppio lavoro e la fatica fisica e psicologica riducono il tempo dedicato alla vita familiare.

Le situazioni di disoccupazione hanno ripercussioni materiali e spirituali sulle famiglie, così come le tensioni e le crisi familiari influiscono negativamente sugli atteggiamenti e sul rendimento in campo lavorativo.

d) Le donne e il diritto al lavoro

la ragazza dal cappello rosso peperone

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Il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale, perciò va garantita la presenza delle donne anche in ambito lavorativo.

Il primo indispensabile passo in tale direzione è la concreta possibilità di accesso alla formazione professionale. 

Il riconoscimento e la tutela dei diritti delle donne nel contesto lavorativo dipendono, in generaledall’organizzazione del lavoro, che deve tener conto della dignità e della vocazione della donna, la cui « vera promozione… esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l’abbandono della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile».

È una questione su cui si misurano la qualità della società e l’effettiva tutela del diritto al lavoro delle donne.

La persistenza di molte forme di discriminazione offensive della dignità e vocazione della donna nella sfera del lavoro è dovuta ad una lunga serie di condizionamenti penalizzanti per la donna, che è stata ed è ancora «travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in schiavitù».

Queste difficoltà, purtroppo, non sono superate, come dimostrano ovunque le diverse situazioni che avviliscono le donne, assoggettandole anche a forme di vero e proprio sfruttamento.

L’urgenza di un effettivo riconoscimento dei diritti delle donne nel lavoro si avverte specialmente sotto l’aspetto retributivo, assicurativo e previdenziale.

e) Lavoro minorile

:-)

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Il lavoro minorile, nelle sue forme intollerabili, costituisce un tipo di violenza meno appariscente di altri, ma non per questo meno terribile.

Una violenza che, al di là di tutte le implicazioni politiche, economiche e giuridiche, resta essenzialmente un problema morale.

La piaga del lavoro minorile non è stata ancora debellata.

Pur nella consapevolezza che, almeno per ora, in certi Paesi il contributo portato dal lavoro dei bambini al bilancio familiare e alle economie nazionali è irrinunciabile e che, comunque, alcune forme di lavoro, svolte a tempo parziale, possono essere fruttuose per i bambini stessi, il terzo pensiero denuncia l’aumento dello «sfruttamento lavorativo dei minori in condizioni di vera schiavitù».

Tale sfruttamento costituisce una grave violazione della dignità umana di cui ogni individuo, per piccolo o apparentemente insignificante che sia in termini di utilità, è portatore.

f) L’emigrazione e il lavoro

Ciao ....

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L’immigrazione può essere una risorsa, anziché un ostacolo per lo sviluppo.

Nel mondo attuale, in cui si aggrava lo squilibrio fra Paesi ricchi e Paesi poveri e in cui lo sviluppo delle comunicazioni riduce rapidamente le distanze, crescono le migrazioni di persone in cerca di migliori condizioni di vita, provenienti dalle zone meno favorite della terra: il loro arrivo nei Paesi sviluppati è spesso percepito come una minaccia per gli elevati livelli di benessere raggiunti grazie a decenni di crescita economica.

Gli immigrati, tuttavia, nella maggioranza dei casi, rispondono a una domanda di lavoro che altrimenti resterebbe insoddisfatta, in settori e in territori nei quali la manodopera locale è insufficiente o non disposta a fornire il proprio contributo lavorativo.

 

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Le istituzioni dei Paesi ospiti devono vigilare accuratamente affinché non si diffonda la tentazione di sfruttare la manodopera straniera, privandola dei diritti garantiti ai lavoratori nazionali, che devono essere assicurati a tutti senza discriminazioni.

La regolamentazione dei flussi migratori secondo criteri di equità e di equilibrio è una delle condizioni indispensabili per ottenere che gli inserimenti avvengano con le garanzie richieste dalla dignità della persona umana.

Gli immigrati devono essere accolti in quanto persone e aiutati, insieme alle loro famiglie, ad integrarsi nella vita sociale.

In tale prospettiva va rispettato e promosso il diritto al ricongiungimento familiare.

Nello stesso tempo, per quanto è possibile, vanno favorite tutte quelle condizioni che consentono accresciute possibilità di lavoro nelle proprie zone di origine.

g) Il mondo agricolo e il diritto al lavoro

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170-299 

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Una particolare attenzione merita il lavoro agricolo, per il ruolo sociale, culturale ed economico che esso mantiene nei sistemi economici di molti Paesi, per i numerosi problemi che deve affrontare nel contesto di un’economia sempre più globalizzata, per la sua importanza crescente nella salvaguardia dell’ambiente naturale.

Sono dunque necessari cambiamenti radicali ed urgenti per ridare all’agricoltura — ed agli uomini dei campi — il giusto valore come base di una sana economia, nell’insieme dello sviluppo della comunità sociale.

I profondi e radicali mutamenti in atto a livello sociale e culturale, anche nell’agricoltura e nel più vasto mondo rurale, ripropongono con urgenza un approfondimento sul significato del lavoro agricolo nelle sue molteplici dimensioni.

Si tratta di una sfida di notevole importanza, che va affrontata con politiche agricole e ambientali capaci di superare una certa concezione residuale e assistenziale e di elaborare nuove prospettive per un’agricoltura moderna, in grado di svolgere un ruolo significativo nella vita sociale ed economica.

 

171-300 

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In alcuni Paesi è indispensabile una ridistribuzione della terra, nell’ambito di efficaci politiche di riforma agraria, al fine di superare l’impedimento che il latifondo improduttivo, condannato dal terzo pensierofrappone ad un autentico sviluppo economico.

I Paesi in via di sviluppo possono contrastare efficacemente l’attuale processo di concentrazione della proprietà della terra se affrontano alcune situazioni che si connotano come veri e propri nodi strutturali.

Tali sono le carenze e i ritardi a livello legislativo in tema di

  • riconoscimento del titolo di proprietà della terra e in relazione al mercato del credito;
  • il disinteresse per la ricerca e la formazione in agricoltura;
  • la negligenza a proposito di servizi sociali e di infrastrutture nelle aree rurali.

La riforma agraria diventa pertanto, oltre che una necessità politica, un obbligo morale, dato che la sua mancata attuazione ostacola in questi Paesi gli effetti benefici derivanti dall’apertura dei mercati e, in genere, da quelle proficue occasioni di crescita che la globalizzazione in atto può offrire.

SEZIONE 4.3 – Diritti dei lavoratori

a) Dignità dei lavoratori e rispetto dei loro diritti

Mattia&Igor

172-301
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I diritti dei lavoratori, come tutti gli altri diritti, si basano sulla natura della persona umana e sulla sua trascendente dignità.

Il terzo pensiero ha ritenuto di elencarne alcuni, auspicandone il riconoscimento negli ordinamenti giuridici:

  • il diritto ad una giusta remunerazione;
  • il diritto al riposo;
  • il diritto ad ambienti di lavoro ed a processi produttivi che non rechino pregiudizio alla sanità fisica dei lavoratori e non ledano la loro integrità morale;
  • il diritto che venga salvaguardata la propria personalità sul luogo di lavoro, senza essere violati in alcun modo nella propria coscienza o nella propria dignità;
  • il diritto a convenienti sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie;
  • il diritto alla pensione nonché all’assicurazione per la vecchiaia, la malattia e in caso di incidenti collegati alla prestazione lavorativa;
  • il diritto a provvedimenti sociali collegati alla maternità;
  • il diritto di riunirsi e di associarsi.

Tali diritti vengono spesso offesi, come confermano i tristi fenomeni del lavoro sottopagato, privo di tutela o non rappresentato in maniera adeguata.

Spesso accade che le condizioni di lavoro per uomini, donne e bambini, specie nei Paesi in via di sviluppo, siano talmente inumane da offendere la loro dignità e nuocere alla loro salute.

b) Il diritto all’equa remunerazione e distribuzione del reddito

Natale

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La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro.

Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro.

Commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto.

Il salario è lo strumento che permette al lavoratore di accedere ai beni della terra.

Il lavoro va ricompensato in misura tale da garantire all’uomo la possibilità di disporre dignitosamente la vita materiale, sociale, culturale e spirituale sua e dei suoi, in relazione ai compiti e al rendimento di ognuno, alle condizioni dell’azienda e al bene comune.

Il semplice accordo tra lavoratore e datore di lavoro circa l’entità della remunerazione non basta per qualificare giusta la remunerazione concordata, perché essa non deve essere inferiore al sostentamento del lavoratore: la giustizia naturale è anteriore e superiore alla libertà del contratto.

 

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Il benessere economico di un Paese non si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbe consentire di avere a disposizione ciò che serve allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona.

Un’equa distribuzione del reddito va perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di giustizia sociale, considerando cioè, oltre al valore oggettivo delle prestazioni lavorative, la dignità umana dei soggetti che le compiono.

Un benessere economico autentico si persegue anche attraverso adeguate politiche sociali di ridistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino.

c) Il diritto di sciopero

resistono

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Il terzo pensiero riconosce la legittimità dello sciopero quando appare lo strumento inevitabile, o quanto meno necessario, in vista di un vantaggio proporzionato, dopo che si sono rivelate inefficaci tutte le altre modalità di superamento dei conflitti.

Lo sciopero, una delle conquiste più travagliate dell’associazionismo sindacale, può essere definito come il rifiuto collettivo e concertato, da parte dei lavoratori, di svolgere le loro prestazioni, allo scopo di ottenere, per mezzo della pressione così esercitata sui datori di lavoro, sullo Stato e sull’opinione pubblica, migliori condizioni di lavoro e della loro situazione sociale.

Anche lo sciopero, per quanto si profili come una specie di ultimatum, deve essere sempre un metodo pacifico di rivendicazione e di lotta per i propri diritti.

Esso diventa moralmente inaccettabile allorché è accompagnato da violenze oppure gli si assegnano obiettivi non direttamente connessi con le condizioni di lavoro o in contrasto con il bene comune.

SEZIONE 4.4 – Solidarietà tra i lavoratori

a) L’importanza dei sindacati

CGIL in manifestazione.

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Il terzo pensiero riconosce il ruolo fondamentale svolto dai sindacati dei lavoratori, la cui ragion d’essere consiste nel diritto dei lavoratori a formare associazioni o unioni per difendere gli interessi vitali degli uomini impiegati nei vari lavori.

I sindacati sono cresciuti sulla base della lotta dei lavoratori, del mondo del lavoro e, prima di tutto, dei lavoratori industriali, per la tutela dei loro giusti diritti nei confronti degli imprenditori e dei proprietari dei mezzi di produzione.

Le organizzazioni sindacali, perseguendo il loro fine specifico al servizio del bene comune, sono un fattore costruttivo di ordine sociale e di solidarietà e quindi un elemento indispensabile della vita sociale.

Il riconoscimento dei diritti del lavoro costituisce da sempre un problema di difficile soluzione, perché si attua all’interno di processi storici e istituzionali complessi, e ancora oggi si può dire incompiuto.

Ciò rende più che mai attuale e necessario l’esercizio di un’autentica solidarietà tra i lavoratori.

 

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Il terzo pensiero ritiene che i rapporti all’interno del mondo del lavoro vanno improntati alla collaborazione: l’odio e la lotta per eliminare l’altro costituiscono metodi del tutto inaccettabili, anche perché, in ogni sistema sociale, sono indispensabili al processo di produzione tanto il lavoro quanto il capitale.

Alla luce di questa concezione, la dottrina sociale non ritiene che i sindacati costituiscano solamente il riflesso della struttura “di classe” della società e che siano l’esponente della lotta di classe, che inevitabilmente governa la vita sociale.

I sindacati sono propriamente i promotori della lotta per la giustizia sociale, per i diritti degli uomini del lavoro, nelle loro specifiche professioni.

Questa “lotta” deve essere vista come un normale adoperarsi “per” il giusto bene; […] non è una lotta “contro” gli altri.

Il sindacato, essendo anzitutto strumento di solidarietà e di giustizia, non può abusare degli strumenti di lotta; in ragione della sua vocazione, deve vincere le tentazioni del corporativismo, sapersi autoregolamentare e valutare le conseguenze delle proprie scelte rispetto all’orizzonte del bene comune.

 

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Al sindacato, oltre alle funzioni difensive e rivendicative, competono sia una rappresentanza finalizzata ad organizzare nel giusto ordine la vita economicasia l’educazione della coscienza sociale dei lavoratori, affinché essi si sentano parte attiva, secondo le capacità e le attitudini di ciascuno, in tutta l’opera dello sviluppo economico e sociale e della costruzione del bene comune universale.

Il sindacato e le altre forme di associazionismo dei lavoratori devono assumersi una funzione di collaborazione con gli altri soggetti sociali ed interessarsi alla gestione della cosa pubblica.

Le organizzazioni sindacali hanno il dovere di influenzare il potere politico, così da sensibilizzarlo debitamente ai problemi del lavoro e da impegnarlo a favorire la realizzazione dei diritti dei lavoratori.

I sindacati, tuttavia, non hanno il carattere di partiti politici che lottano per il potere, e non devono neppure essere sottoposti alle decisioni dei partiti politici o avere con essi dei legami troppo stretti.

In una tale situazione essi perdono facilmente il contatto con ciò che è il loro compito specifico, che è quello di assicurare i giusti diritti degli uomini del lavoro nel quadro del bene comune dell’intera società, e diventano, invece, uno strumento per altri scopi.

b) Nuove forme di solidarietà

non tagliare i salari ma le spese militari

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Il contesto socio-economico odierno, caratterizzato da processi di globalizzazione economico-finanziaria sempre più rapidi, spinge i sindacati a rinnovarsi. 

Oggi i sindacati sono chiamati ad agire in forme nuove, ampliando il raggio della propria azione di solidarietà in modo che siano tutelati, oltre alle categorie lavorative tradizionali, i lavoratori con contratti atipici o a tempo determinato.

I lavoratori il cui impiego è messo in pericolo dalle fusioni di imprese che sempre più frequentemente avvengono, anche a livello internazionale; coloro che non hanno un’occupazione, gli immigrati, i lavoratori stagionali, coloro che per mancanza di aggiornamento professionale sono stati espulsi dal mercato del lavoro e non vi possono rientrare senza adeguati corsi di riqualificazione.

Di fronte ai cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro, la solidarietà potrà essere recuperata e forse anche meglio fondata rispetto al passato se si opera per una riscoperta del valore soggettivo del lavoro.

Bisogna continuare a interrogarsi circa il soggetto del lavoro e le condizioni in cui egli vive.

Per questo, sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro.

 

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Perseguendo nuove forme di solidarietàle associazioni dei lavoratori devono orientarsi verso l’assunzione di maggiori responsabilità.

E ciò non avverrà  soltanto in relazione ai tradizionali meccanismi della ridistribuzione, ma anche nei confronti della produzione della ricchezza e della creazione di condizioni sociali, politiche e culturali che consentano a tutti coloro che possono e desiderano lavorare di esercitare il loro diritto al lavoro, nel pieno rispetto della loro dignità di lavoratori.

Il superamento graduale del modello organizzativo basato sul lavoro salariato nella grande impresa rende opportuno, inoltre, un aggiornamento delle norme e dei sistemi di sicurezza sociale, mediante i quali i lavoratori sono stati finora tutelati, fatti salvi i loro fondamentali diritti.

SEZIONE 4.5 – Nuovi lavori

a) Una fase di transizione epocale

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Uno degli stimoli più significativi all’attuale cambiamento dell’organizzazione del lavoro è dato dal fenomeno della globalizzazione, che consente di sperimentare nuove forme di produzione, con la dislocazione degli impianti in aree diverse da quelle in cui vengono assunte le decisioni strategiche e lontane dai mercati di consumo.

Due sono i fattori che danno impulso a questo fenomeno: la straordinaria velocità di comunicazione senza limiti di spazio e di tempo e la relativa facilità di trasportare merci e persone da una parte all’altra del globo.

Ciò comporta una conseguenza fondamentale sui processi produttivi: la proprietà è sempre più lontana, spesso indifferente agli effetti sociali delle scelte che compie.

D’altro canto, se è vero che la globalizzazione, a priori, non è buona o cattiva in sé, ma dipende dall’uso che l’uomo ne fa, si deve affermare che è necessaria una globalizzazione delle tutele, dei diritti minimi essenziali, dell’equità.

 

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Una delle caratteristiche più rilevanti della nuova organizzazione del lavoro è la frammentazione fisica del ciclo produttivo, promossa per conseguire una maggiore efficienza e maggiori profitti.

In questa prospettiva, le tradizionali coordinate spazio-tempo entro le quali si configurava il ciclo produttivo subiscono una trasformazione senza precedenti, che determina un cambiamento nella struttura stessa del lavoro.

Tutto ciò ha conseguenze rilevanti nella vita dei singoli e delle comunità, sottoposti a cambiamenti radicali sia sul piano delle condizioni materiali, sia su quello culturale e dei valori.

Questo fenomeno sta coinvolgendo, a livello globale e locale, milioni di persone, indipendentemente dalla professione che svolgono, dalla loro condizione sociale, dalla preparazione culturale.

La riorganizzazione del tempo, la sua regolarizzazione e i cambiamenti in atto nell’uso dello spazio — paragonabili, per la loro entità, alla prima rivoluzione industriale, in quanto coinvolgono tutti i settori produttivi, in tutti i continenti, a prescindere dal loro grado di sviluppo — sono da considerarsi, pertanto, una sfida decisiva, anche a livello etico e culturale, nel campo della definizione di un sistema rinnovato di tutela del lavoro.

 

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La globalizzazione dell’economia, con la liberalizzazione dei mercati, l’accentuarsi della concorrenza, l’accrescersi di imprese specializzate nel fornire prodotti e servizi, richiede maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e nell’organizzazione e gestione dei processi produttivi.

Nella valutazione di questa delicata materia, sembra opportuno riservare una maggiore attenzione morale, culturale e progettuale nell’orientare l’agire sociale e politico sulle tematiche connesse all’identità e ai contenuti del nuovo lavoro, in un mercato e in una economia essi stessi nuovi. I mutamenti del mercato del lavoro sono spesso, infatti, un effetto del cambiamento del lavoro stesso e non una sua causa.

 

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Il lavoro, soprattutto all’interno dei sistemi economici dei Paesi più sviluppati, attraversa una fase che segna il passaggio da un’economia di tipo industriale ad un’economia essenzialmente centrata sui servizi e sull’innovazione tecnologica.

Accade cioè che i servizi e le attività caratterizzate da un forte contenuto informativo crescono in modo più rapido rispetto a quelle dei tradizionali settori primario e secondario, con conseguenze di ampia portata nell’organizzazione della produzione e degli scambi, nel contenuto e nella forma delle prestazioni lavorative e nei sistemi di protezione sociale.

Grazie alle innovazioni tecnologiche, il mondo del lavoro si arricchisce di professioni nuove, mentre altre scompaiono.

Nell’attuale fase di transizione, infatti, si assiste ad un continuo passaggio di occupati dall’industria ai servizi.

Mentre perde terreno il modello economico e sociale legato alla grande fabbrica e al lavoro di una classe operaia omogenea, migliorano le prospettive occupazionali nel terziario e aumentano, in particolare, le attività lavorative nel comparto dei servizi alla persona, delle prestazioni part time, interinali e «atipiche», ossia forme di lavoro che non sono inquadrabili né come lavoro dipendente né come lavoro autonomo.

 

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La transizione in atto segna il passaggio dal lavoro dipendente a tempo indeterminato, inteso come posto fisso, a un percorso lavorativo caratterizzato da una pluralità di attività lavorative.

Da un mondo del lavoro compatto, definito e riconosciuto, si passa ad un universo di lavori, variegato, fluido, ricco di promesse, ma anche carico di interrogativi preoccupanti, specie di fronte alla crescente incertezza circa le prospettive occupazionali, a fenomeni persistenti di disoccupazione strutturale, all’inadeguatezza degli attuali sistemi di sicurezza sociale.

Le esigenze della competizione, della innovazione tecnologica e della complessità dei flussi finanziari vanno armonizzate con la difesa del lavoratore e dei suoi diritti.

L’insicurezza e la precarietà non riguardano soltanto la condizione lavorativa degli uomini che vivono nei Paesi più sviluppati, ma investono anche, e soprattutto, le realtà economicamente meno avanzate del pianeta, i Paesi in via di sviluppo e i Paesi con economie in transizione.

Questi ultimi, oltre ai complessi problemi connessi al cambiamento dei modelli economici e produttivi, devono affrontare quotidianamente le difficili esigenze che provengono dalla globalizzazione in atto.

La situazione risulta particolarmente drammatica per il mondo del lavoro, investito da vasti e radicali cambiamenti culturali e strutturali, in contesti spesso privi di supporti legislativi, formativi e di assistenza sociale.

 

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Il decentramento produttivo, che assegna alle aziende minori molteplici compiti, in precedenza concentrati nelle grandi unità produttive, fa acquistare vigore e imprime nuovo slancio alle piccole e medie imprese.

Emergono così, accanto all’artigianato tradizionale, nuove imprese caratterizzate da piccole unità produttive operanti in settori di produzione moderni oppure in attività decentrate dalle aziende maggiori.

Molte attività che ieri richiedevano lavoro dipendente, oggi sono realizzate in forme nuove, che favoriscono il lavoro indipendente e si caratterizzano per una maggiore componente di rischio e di responsabilità.

Il lavoro nelle piccole e medie imprese, il lavoro artigianale e il lavoro indipendente possono costituire un’occasione per rendere più umano il vissuto lavorativo, sia per la possibilità di stabilire positive relazioni interpersonali in comunità di piccole dimensioni, sia per le opportunità offerte da una maggiore iniziativa e imprenditorialità.

Non sono però pochi, in questi settori, i casi di trattamenti ingiusti, di lavoro mal pagato e soprattutto insicuro.

 

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Nei Paesi in via di sviluppo, inoltre, si è diffuso, in questi ultimi anni, il fenomeno dell’espansione di attività economiche «informali» o «sommerse», che rappresenta un segnale di crescita economica promettente, ma solleva problemi etici e giuridici.

Il significativo aumento dei posti di lavoro suscitato da tali attività è dovuto, infatti, all’assenza di specializzazione di gran parte dei lavoratori locali e allo sviluppo disordinato dei settori economici formali.

Un elevato numero di persone è così costretto a lavorare in condizioni di grave disagio e in un quadro privo delle regole che tutelano la dignità del lavoratore.

I livelli di produttività, reddito e tenore di vita sono estremamente bassi e spesso si rivelano insufficienti a garantire ai lavoratori e alle loro famiglie il raggiungimento del livello di sussistenza.

b) Terzo pensiero e «mondo del lavoro 2.0»

Last step

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Di fronte alle imponenti e sostanziali modifiche del mondo del lavoro, il terzo pensiero rifiuta la falsa convinzione che i mutamenti in atto avvengano in modo deterministico.

Il fattore decisivo e « l’arbitro » di questa complessa fase di cambiamento è ancora una volta l’uomo, che deve restare il vero protagonista del suo lavoro.

Egli può e deve farsi carico in modo creativo e responsabile delle attuali innovazioni e riorganizzazioni, così che esse giovino alla crescita della persona, della famiglia, delle società e dell’intera famiglia umana.

Illuminante è per tutti il richiamo alla dimensione soggettiva del lavoro, a cui bisogna dare la dovuta priorità, perché il lavoro umano proviene immediatamente da persone  chiamate a portare avanti, le une con e per le altre, un’opera di creazione cura e tutela dell’ambiente a loro affidato.

 

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Le interpretazioni di tipo meccanicistico ed economicistico dell’attività produttiva, sebbene prevalenti e comunque influenti, risultano superate dalla stessa analisi scientifica dei problemi connessi con il lavoro.

Tali concezioni si rivelano oggi più di ieri del tutto inadeguate a interpretare i fatti, che dimostrano ogni giorno di più la valenza del lavoro in quanto attività libera e creativa dell’uomo.

Anche dai riscontri concreti deve derivare la spinta a superare senza indugio orizzonti teorici e criteri operativi ristretti e insufficienti rispetto alle dinamiche in atto, intrinsecamente incapaci di individuare i concreti e pressanti bisogni umani nella loro vasta gamma, che si estende ben oltre le categorie soltanto economiche.

L’uomo, a differenza di ogni altro essere vivente, ha bisogni certo non limitati soltanto all’«avere», perché la sua natura e la sua vocazione sono in relazione inscindibile col Trascendente.

La persona umana affronta l’avventura della trasformazione delle cose mediante il suo lavoro per soddisfare necessità e bisogni innanzi tutto materiali, ma lo fa seguendo un impulso che la spinge sempre oltre i risultati conseguiti, alla ricerca di ciò che può corrispondere più profondamente alle sue ineliminabili esigenze interiori.

 

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Cambiano le forme storiche in cui si esprime il lavoro umano, ma non devono cambiare le sue esigenze permanenti, che si riassumono nel rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo che lavora.

Di fronte al rischio di vedere negati questi diritti, devono essere immaginate e costruite nuove forme di solidarietà, tenendo conto dell’interdipendenza che lega tra loro gli uomini del lavoro.

Quanto più profondi sono i cambiamenti, tanto più deciso deve essere l’impegno dell’intelligenza e della volontà per tutelare la dignità del lavoro, rafforzando, ai diversi livelli, le istituzioni interessate.

Questa prospettiva consente di orientare al meglio le attuali trasformazioni nella direzione, tanto necessaria, della complementarità

  • tra la dimensione economica locale e quella globale;
  • tra economia « vecchia » e « nuova »;
  • tra l’innovazione tecnologica e l’esigenza di salvaguardare il lavoro umano;
  • tra la crescita economica e la compatibilità ambientale dello sviluppo.

 

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Alla soluzione delle problematiche vaste e complesse del lavoro, che in alcune aree assumono dimensioni drammatiche, gli scienziati e gli uomini di cultura sono chiamati ad offrire il loro contributo specifico, tanto importante per la scelta di soluzioni giuste.

È una responsabilità che richiede loro di evidenziare le occasioni e i rischi che nei cambiamenti si profilano e soprattutto di suggerire linee di azione per guidare il cambiamento nel senso più favorevole allo sviluppo dell’intera famiglia umana.

A loro spetta il grave compito di leggere e di interpretare i fenomeni sociali con intelligenza ed amore della verità, senza preoccupazioni dettate da interessi di gruppo o personali.

Il loro contributo, infatti, proprio perché di natura teorica, diventa un riferimento essenziale per l’agire concreto delle politiche economiche.

 

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Gli scenari attuali di profonda trasformazione del lavoro umano rendono ancor più urgente uno sviluppo autenticamente globale e solidale, in grado di coinvolgere tutte le zone del mondo, comprese quelle meno favorite.

Per queste ultime, l’avvio di un processo di sviluppo solidale di vasta portata non solo rappresenta una concreta possibilità per creare nuovi posti di lavoro, ma si configura anche come una vera e propria condizione di sopravvivenza per interi popoli: Occorre globalizzare la solidarietà.

Gli squilibri economici e sociali esistenti nel mondo del lavoro vanno affrontati ristabilendo la giusta gerarchia dei valori e ponendo al primo posto la dignità della persona che lavora.

Mai le nuove realtà, che investono con forza il processo produttivo, quali la globalizzazione della finanza, dell’economia, dei commerci e del lavoro, devono violare la dignità e la centralità della persona umana né la libertà e la democrazia dei popoli.

La solidarietà, la partecipazione e la possibilità di governare questi radicali cambiamenti costituiscono, se non la soluzione, certamente la necessaria garanzia etica perché le persone ed i popoli diventino non strumenti, ma protagonisti del loro futuro.

Tutto ciò può essere realizzato e, poiché è possibile, diventa doveroso.

 

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Risulta sempre più necessaria un’attenta considerazione della nuova situazione del lavoro nell’attuale contesto della globalizzazione, in una prospettiva che valorizzi la naturale propensione degli uomini a stabilire relazioni.

A questo proposito si deve affermare che l’universalità è una dimensione dell’uomo, non delle cose.

La tecnica potrà essere la causa strumentale della globalizzazione, ma è l’universalità della famiglia umana la sua causa ultima.

Anche il lavoro, pertanto, ha una sua dimensione universale, in quanto fondato sulla relazionalità umana.

Le tecniche, specialmente elettroniche, hanno permesso di dilatare tale aspetto relazionale del lavoro a tutto il pianeta, imprimendo alla globalizzazione un ritmo particolarmente accelerato.

Il fondamento ultimo di questo dinamismo è l’uomo che lavora, è sempre l’elemento soggettivo e non quello oggettivo.

Anche il lavoro globalizzato trae origine, pertanto, dal fondamento antropologico dell’intrinseca dimensione relazionale del lavoro.

Gli aspetti negativi della globalizzazione del lavoro non devono mortificare le possibilità che si sono aperte per tutti di dare espressione ad un umanesimo del lavoro a livello planetario, ad una solidarietà del mondo del lavoro a questo livello, affinché lavorando in un simile contesto, dilatato ed interconnesso, l’uomo capisca sempre di più la sua vocazione unitaria e solidale.

 

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).


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