L’AUTOINGANNO DEL TECNICISMO “POP”. ORDOLIBERISMO E COLLABORAZIONISMO INVOLONTARIO (…?)

Nel prosequio della mi raccolta di materiale di studio, vi propongo un importante articolo di Orizzonte 48.

E’ fondamentale per tutti noi CAPIRE se vogliamo essere in grado di difenderci.

Inutile dire che, chi non ha tempo, non ha nemmeno speranza.

Guido

 

Con una reazione “a scoppio ritardato”, pervengono interessanti spunti dai commenti al post sul “batterio pop”E si rende così possibile una ulteriore focalizzazione (forse, ma non lo garantisco, rassegnatevi, più “pop”, nel senso di più chiara rispetto alla sintassi condivisa…di cui sono un pessimo esponente).
I passaggi fondamentali che riguardano i presupposti e la finalità dell’adozione dl linguaggio “pop” da parte dei “controllori dell’economia”, in attuazione meta-orwelliana, e quindi aggiornata alla contemporaneità, della strategia von Hayek,mi parrebbero i seguenti (ne possiamo discutere, ovviamente):
1. cominciamo col dire che nell’attuare il loro disegno, i “controllori dell’economia” prendono atto della realtà insaturatasi nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Si era infatti affermato un assetto socio-economico di tipo misto, cioè che aveva ibridato il modello produttivo e salariale di tipo “fordiano” (sul piano industriale) con gli elementi interventisti dello Stato post ’29”, che si estendevano dalla sua diretta presenza industriale all’odiato welfare “attivo” (attivo! non pietitistico di carità pubblica);
2. ne risultava la società dei consumi di massa,tollerata, nonostante il suo presunto carico inflazionistico determinato dalla crescita salariale (tipicamente “fordiana” e complementare alla istituzionalizzazione di forme salariali indirette e differite: prestazioni previdenziali, sanitarie e pensionistiche), per la sua capacità contrappositiva alla “maggior” minaccia dell’avanzata delle aree di influenza dei partiti comunisti;
3. ma lo stesso instaurarsi del consumismo di massa in sè, indicava una via di reazione che il sistema conteneva già in sè e consentiva, quindi, un’evoluzione adattativa che restaurasse il modello capitalista auspicato (quello del famoso passaggio di Kalecky): E questo nella coscienza che ciò potesse farsi con ladovuta gradualità necessaria per attendere sia il consolidarsi della imminente vittoria definitiva sul socialismo “reale” che lo sfaldamento della linea politico-elettorale incentrata su diversi livelli di concessione sul fronte del welfare (che pareva accomunare nella irreversibilità tutti i partiti in campo, nei limiti della funzionalità alla strategia di sedazione dell’avanzata dei partiti comunisti: inutile dire che era, specie in partiti come il Repubblicano USA, una linea “rebus sic stantibus e tatticamente accettata obtorto collo. Lo stesso, poteva dirsi di settori della democrazia cristiana, come dimostra la vicenda dell’evoluzione delle posizioni sulla banca centrale da quella di Carli anni ’70 a quella di Andreatta-Ciampi, primi anni ’80);
4. preso atto che il campo su cui operare era quello della società di consumi di massa, la strategia graduale – che abbiamo visto perfezionarsi progressivamente nella formula dell’ordoliberismo, che sconta in sè l’esistenza e la riconversione delle istituzioni democratiche nella forma precedente- si sviluppa connaturalmente attraverso la penetrazione nella cultura pop e la sua estensione ad ogni campo della comunicazioneattraendovi pure la politica. E ciò tramite la sua prevalente rappresentazione televisivo-mediatica, in una intensità senza precedenti;
5.  Cos’è dunque il “pop”? “Dagli anni Sessanta in poi, di qualsiasi manifestazione artistico-culturale rivolta alla massa: moda, musica“. Questa estensione progressiva diviene, come abbiamo detto, “metaorwelliana” nella misura in cui il linguaggio politicamente rilevante non è incentrato più direttamente sulla comunicazione del messaggio ideologico “condizionante”, ma appunto “indiretta”, riverberata attraverso la crescente centralità di modelli comportamentali  enfatizzati come conseguenza degli oggetti primari del “pop”: appunto la musica (e i divi musicali), la moda (e le modelle, come pure il possesso aggiornato di ciò che è trendy), in genere “l’immagine”.
E quindi, progressivamente, contamina ogni altro fenomeno comunicativo, come la psicologia, condensata nelle vulgate che spiegano fenomeni come crisi coniugali (svincolare dalla radice reale del mutamento del modello occupazionale), fatti di cronaca nera (in precedenza affidati ad analisi sociologiche, connettibili a condizioni di disagio economico),  e le vicende di personaggi sportivi e dello spettacoloIl tutto sempre ben al di là della considerazione della loro eccezionalità di posizione sociale (un grande salto dalla cronache tipo “Liz-Richard Burton” che atterra dalle parti di Hollande-affaires vari, puntualmente oscurando ben altri aspetti decisionali di interesse, molto più concretamente, economico-fiscale-occupazionale: specie per chi non crede alle coincidenze e pone attenzione sulle “sincronicità“);
6. questi personaggi di potere, divenuti strategicamente “pop” (per chi avvesse dubbi, si pensasse a Carlà e a Michelle Obama che fa fitness e prescrive diete) vengono inevitabilmente, da un lato, reinventati con le crisi psicologiche accomunanti le loro con le esperienze dei cittadini comuni; pensate alla “tette” della Jolie e, prima, alla vicenda Clinton-stagista (anch’esso dissimulante cosucce come l’abolizione del Glass-Steagall e l’introduzione del deficit-ceiling), in un processo ascendente e discendente di tipo circolare (si pensi al travaglio dell’adozione di bambini, possibilmente da parte di singles e possibilmente del terzo mondo), dall’altro con la frequentazione da parte dei “vips”, deidiritti cosmetici: si pensi a Lady D. (che rinvia alla traiettoria propagandistica su Madre Teresa!), ai concerti “for Africa” negli anni ’80 (mentre ben altro accadeva nelle società in cui i divi pop musicali distraevano i propri fruitori dalle trasformazioni isitituzionali in atto), all’attivismo contro il (generico) razzismo e pro-ambientalista di noti nomi della politica e dello spettacolo che si riveleranno poi dei convinti assertori delle soluzioni neo-liberiste...dall’alto di una legittimazione “impegnata”coltivata in una  condizione economica assolutamente privilegiata;
7. Ci siamo fin qui?
Lo stesso uso strumentale delle dottrine economiche neo-liberiste viene realizzato attraverso la loro trasposizione in vulgate mediatiche che utilizzano, naturalmente in modo graduale, lo stesso linguaggio “pop”: e per farlo si servono del complemento di quei messaggi culturali musicali, gossip, psicologisti, che intanto avevano creato una descrizione del mondo incentrata sulla “immagine”. Il culto della “immagine” rende economicamente e politicamente “neutro” il ruolo sociale di chi è protagonista delle vicende narrate: tanto cinema USA degli anni 80-90 lo attesta, lasciandoci pronti a identificarci più con le vicende umane che con le ben più importanti responsabilità delle scelte politiche, dirette ed indirette, implicite nei comportamenti dei vari “vips”. Ovvero, dei comportamenti “modello” offerti dal sistema mediatico-narrativo, che di fatto, ci rendono assuefatti ai primi; compreso quando ci mostrano i cattivi di Wall Street, risolvendo il problema in una traiettoria moralistica tanto improbabile quanto incapace di proporre una soluzione strutturale).
8. Se tutto è “pop”, o meglio offerto nella comune descrizione dell’involucro “pop”, e quindi a contenuto predeterminato sulla essenzialità dell’immagine e dello psicologismo fuorviante, tutto “appare” espresso in modo comprensibile e, date certe condizioni, giustificabile, e persino condivisibile, nel senso cheil messaggio, anche politico-economico, viene trasmesso quando è ormai maturo per un processo di identificazione: il “governato-medio” è portato a credere che avrebbe, lui stesso, nell’illusione di conoscere le premesse essenziali della decisione,  agito nello stesso modo.
Mi auguro che questa (parziale) focalizzazione della trasformazione “pop” di ogni aspetto della vita sociale ed economica, spieghi meglio come anche lo strumento delle dottrine economiche, quelle ritenute convenientemente funzionali, abbia subito lo stesso processo: la stragrande maggioranza del dibattito passa per slogan omogenei al linguaggio mediatico utilizzato nel restante spettro comunicativo e affidato a personaggi la cui immagine, più o meno, è credibile per via della stessa identificabilità “pop” che ne esclude una radicale diffidenza logico-critica. Così è avvenuto perdebitopubblicospesapubblicaimproduttiva-ridurreilperimetrodelloStato.castacriccacorruzione-brutto.
Potremmo parlare di un neo-tecnicismo “pop”, dello stesso segno di quello che consente a ciascuno di noi di sentirci, ingannevolmente, critici cinematografici o capaci di selezionare un viaggio culturalmente “interessante” (altro grande fenomeno decettivo che meriterebbe un discorso a sè).
Da tutto ciò è meglio percisato il senso della mia risposta a Frank:
“In realtà volevo esprimere un concetto un pò diverso: non “l’economia”, ma “i controllori” dell’economia, come fenomeno di potere, prima ancora che come disciplina accademica (anch’essa utilizzata strumentalmente), hanno, attraverso i media, creato un discorso globale con il linguaggio pop. Di cui la pubblicità è parte (ad es; “abbiamo l’escusiva”, e da lì in poi), fornendo ma anche facendosi rifornire, da accademia, cinema, gossip e, ovviamente, sintassi e contenuti giornalistici:tutti quanti insieme creano una sorta di ghost institution che predetermina e fertilizza a livello di massa, il pensiero acritico su cui attecchisce la trasformazione politico-istituzionale.
E questo, in modo tale che la trasformazione non incontri resistenze, dato che chi la conduce appare condividere tale linguaggio (prima gli affaticati negoziatori della costruzione europea, offerti, incredibilmente, come costruttori di “pace”, poi i neo-liberisti “alla mano”, impunemente ritenuti credibili nel voler tutelare l’occupazione).Si è creata così una sostanza apparente, un discorso-involucro indistinguibile dai fini dissimulati, che ha tramutato i vecchi valori in slogan che li svuotano in modo rassicurante, offrendo la continuità una illusoria identificazione comune: perchè tutto è pop, cioè sintetizzabile ingingles equiordinati nella loro rilevanza (“lo vuole l’Europa”, “combattiamo il razzismo”, “ridurre il debito assicura la stabilità finanziaria”, “occorre pensare alle fasce più deboli”, “il femminicidio”, “l’emergenza mal tempo”).

Cioè, la scala delle priorità sfugge completamente, perchè LE CONNESSIONI TRA CAUSA ED EFFETTO SONO NASCOSTE DALL’URGENZA DEL MESSAGGIO ESPRESSO NEL LINGUAGGIO “pop“.
Cioè l’illusione è che sintassi e terminologia condivise siano un flusso di comunicazione che ciascuno di noi offrirebbe alla stessa maniera. In fondo, l’eurocheportaall’inflazioneatrecifre ne è il prodotto.
Ciò che è mutamento traumatico, è livellato in una percezione culturale condivisa (appunto pop), che non consente di non incrinare la senzazione di contiguità tra un’elite spietata e coloro che ne subiscono le conseguenze. Almeno nella percezione “media” e prevalente.
E in questo senso vi riporto il commento di Velo di Maya che aggiunge un buon coronamento del processo di elaborazione di questo aspetto culturale così essenziale a spiegare la situazione in cui ci troviamo e, al tempo stesso, la sua apparente irreversibilità:
 “…ricorda un po’ il Guenther Anders de “L’Uomo è antiquato”:
“Questa fornitura di mondo preoggettuale non può essere mai presa in sufficiente considerazione. Essa infatti è caratteristica della condizione d’”illibertà comoda” che regna nel mondo del conformismo odierno. Essa reprime ogni possibile azione e ciò vuol dire appunto sia possibilità di pigrizia che d’illibertà.- Oggi la maggioranza crede di possedere tutto grazie alle sue catene (di cui non si accorge)

-Ma ciò che ignoriamo è che questa nostra odierna “libertà” esiste solo perché alla “servitù precontrattuale” si è sostituito un “asservimento post-contrattuale”; una servitù che diventa incondizionata quando non lavoriamo; ed è incondizionata perchè non siamo neppure abbastanza liberi per avvertirla; e questa servitù post-contrattuale dovrebbe renderci invero terribilmente scettici nei confronti del nostro orgoglio di libertà”.

Non è che poi l’approfondimento possa concludersi qua: questo è solo un avvio e al tempo stesso uno stimolo di riflessione, che già ci consente di calibrare il tipo di percorso per arrivare al superamento di tutto ciò.
Comunque lo si voglia intendere, si tratta di una vasto recupero culturale del pensiero critico diffuso: diffuso ma non “di massa”, perchè se tale fosse, nell’immediatezza, esso sarebbe inevitabilmente guidato dalle stesse forze che dominano il mercato delle idee “pop”, e come tale rigenerato in altre forme.
E ci vorrà inevitabilmente del tempo. Forse più di quello che ci lasciano i fatti economici in inesosabile accelerazione: ma, d’altra parte, nel lungo periodo, inevitabilmente vincente.
Ma avete visto le facce di quelli che oggi si propongono alla guida del sistema ordoliberista (specialmente in Italia)? Suvvia, perdere si può, ma non per mano di pensatori di questo livello! Nella maggior parte dei secoli. gli italiani sono stati meglio di così, anche nell’oggi vituperato mondo della saggezza popolana…Non “pop”.

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