CAPITOLO 2 – I principi del terzo pensiero

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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11) Principi permanenti come cardini della dottrina sociale e politica che ne deriva.

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I principi permanenti della terzo pensiero costituiscono i veri e propri cardini della visione politica e sociale che ne deriva.

Detti principi sono:

  • il principio della dignità della persona umana — già trattato nel capitolo precedente — nel quale ogni altro principio e contenuto della dottrina sociale trova fondamento,
  • il principio del bene comune,
  • il principio della sussidiarietà 
  • ed il principio della solidarietà.

Tali principi, espressione dell’idea di uomo su cui si basa il terzo pensiero, scaturiscono  dall’esigenza di armonizzare gli ideali di fratellanza e giustizia, con i problemi derivanti dalla vita della società.

La comunità umana, riflettendo sapientemente all’interno della propria tradizione, ha dovrà impegnarsi a dare a tali principi una fondazione ed una configurazione sempre più accurate, enucleandoli progressivamente, nello sforzo di rispondere con coerenza alle esigenze dei tempi e ai continui sviluppi della vita sociale.

 

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Questi principi hanno un carattere generale e fondamentale, poiché riguardano la realtà sociale nel suo complesso.

Essi regoleranno

  • le relazioni interpersonali caratterizzate da prossimità ed immediatezza;
  • le relazioni mediate dalla politica, dall’economia e dal diritto;
  • le relazioni tra comunità o gruppi ai rapporti tra i popoli e le Nazioni.

Per la loro permanenza nel tempo ed universalità di significato, essi sono il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali, necessario perché vi si possono attingere i criteri di discernimento e di guida dell’agire sociale, in ogni ambito.

 

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I principi della dottrina sociale devono essere apprezzati nella loro unitarietà, connessione e articolazione.

Tale esigenza si radica nell’intento del terzo pensiero di costituire un corpus dottrinale unitario che interpreti le realtà sociali in modo organico.

L’attenzione verso ogni singolo principio nella sua specificità non deve condurre ad un suo utilizzo parziale ed errato, che avviene qualora lo si invochi come fosse disarticolato e sconnesso rispetto a tutti gli altri.

L’approfondimento teorico e la stessa applicazione di anche uno solo dei principi sociali fanno emergere con chiarezza la reciprocità, la complementarità, i nessi che li strutturano.

Questi cardini fondamentali del terzo pensiero rappresentano, inoltre, ben più di un patrimonio permanente di riflessione poiché indicano a tutti le vie possibili per edificare una vita sociale buona, autenticamente rinnovata.

 

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I principi del terzo pensiero, nel loro insieme, costituiscono quella prima articolazione della verità della società, dalla quale ogni coscienza è interpellata e invitata ad interagire con ogni altra, nella libertà, in piena corresponsabilità con tutti e nei confronti di tutti.

Alla questione della verità e del senso del vivere sociale, infatti, l’uomo non può sottrarsi, in quanto la società non è una realtà estranea al suo stesso esistere.

Tali principi hanno un significato profondamente morale perché rinviano ai fondamenti ultimi e ordinatori della vita sociale.

Per una loro piena comprensione, occorre agire nella loro direzione, sulla via dello sviluppo da essi indicato per una vita degna dell’uomo.

L’esigenza morale insita nei grandi principi sociali riguarda sia l’agire personale dei singoli, in quanto primi ed insostituibili soggetti responsabili della vita sociale ad ogni livello, sia, al tempo stesso, le istituzioni, rappresentate da leggi, norme di costume e strutture civili, a causa della loro capacità di influenzare e condizionare le scelte di molti e per molto tempo.

I principi ricordano, infatti, che la società storicamente esistente scaturisce dall’intrecciarsi delle libertà di tutte le persone che in essa interagiscono, contribuendo, mediante le loro scelte, ad edificarla o ad impoverirla.

12) Il Principio del Bene comune.

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a) Significato e principali implicazioni

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Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. 

Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente.

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale.

Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro.

Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune.

Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale.

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Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.

La persona non può trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere « con » e « per » gli altri.

Tale verità le impone non una semplice convivenza ai vari livelli della vita sociale e relazionale, ma la ricerca senza posa, in forma pratica e non soltanto ideale, del bene ovvero del senso e della verità rintracciabili nelle forme di vita sociale esistenti.

Nessuna forma espressiva della socialità — dalla famiglia, al gruppo sociale intermedio, all’associazione, all’impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla comunità dei popoli e delle Nazioni — può eludere l’interrogativo circa il proprio bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d’essere della sua stessa sussistenza.

b) La responsabilità di tutti per il bene comune

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Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali.

Tali esigenze riguardano anzitutto

  • l’impegno per la pace,
  • l’organizzazione dei poteri dello Stato,
  • un solido ordinamento giuridico,
  • la salvaguardia dell’ambiente,
  • la prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo:
    • alimentazione,
    • abitazione,
    • lavoro,
    • educazione
    • e accesso alla cultura,
    • trasporti,
    • salute,
    • libera circolazione delle informazioni
    • e tutela della libertà religiosa.

Non va dimenticato l’apporto che ogni Nazione è in dovere di dare per una vera cooperazione internazionale, in vista del bene comune dell’intera umanità, anche per le generazioni future.

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Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo.

Il bene comune esige di essere servito pienamente, non secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare, ma in base a una logica che tende alla più larga assunzione di responsabilità.

Il bene comune è conseguente alle più elevate inclinazioni dell’uomo, ma è un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio.

Tutti hanno anche il diritto di fruire delle condizioni di vita sociale che risultano dalla ricerca del bene comune.

Bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale.

c) I compiti della comunità politica

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La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica.

Lo Stato, infatti, deve garantire coesione, unitarietà e organizzazione alla società civile di cui è espressione, in modo che il bene comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini.

L’uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi non sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno sviluppo; da ciò deriva la necessità di istituzioni politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni necessari — materiali, culturali, morali, spirituali — per condurre una vita veramente umana.

Il fine della vita sociale è il bene comune storicamente realizzabile.

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Per assicurare il bene comune, il governo di ogni Paese ha il compito specifico di armonizzare con giustizia i diversi interessi settoriali.

La corretta conciliazione dei beni particolari di gruppi e di individui è una delle funzioni più delicate del potere pubblico.

Non va dimenticato, inoltre, che nello Stato democratico, in cui le decisioni sono solitamente assunte a maggioranza dai rappresentanti della volontà popolare, coloro ai quali compete la responsabilità di governo sono tenuti ad interpretare il bene comune del loro Paese non soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza.

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Il bene comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera creazione.

Per nessun motivo si può privare il bene comune della sua dimensione intima, spirituale e trascendente, che eccede ma anche dà compimento a quella storica.

La ricchezza ed il benessere che le comunità possono eventualmente garantire, devono rimanere mezzi per la realizzazione personale e la tutela della dignità dei loro componenti.

Se la ricerca della ricchezza e del benessere viene trasformata in finalità sterile o, peggio, in giustificazione per azioni dannose e parassitarie, essa rischia di risultare una controproducente fonte di insensibilità, infelicità e bulimia.

In altre parole, finisce per essere un male per la comunità tutta.

Una visione puramente storica e materialistica finirebbe per trasformare il bene comune in semplice benessere socio-economico, privo di ogni finalizzazione trascendente ovvero della sua più profonda ragion d’essere.

13) La destinazione universale dei beni.

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a) Origine e significato

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 Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il principio della destinazione universale dei beni.

La terra con tutto quello che in essa è contenuto è destinata all’uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la giustizia e per compagna la carità.

Tale principio si basa sulla convinzione circa l’opportunità di comportarsi come se all’uomo sia stata data la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti.

La terra è stata data a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno.

È qui la radice dell’universale destinazione dei beni della terra.

Questa, in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell’uomo, è da considerarsi come un bene affidato all’umanità tutta per il sostentamento della vita umana.

La persona, infatti, non può fare a meno dei beni materiali che rispondono ai suoi bisogni primari e costituiscono le condizioni basilari per la sua esistenza; questi beni le sono assolutamente indispensabili per alimentarsi e crescere, per comunicare, per associarsi e per poter conseguire le più alte finalità cui è chiamata.

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 Il principio della destinazione universale dei beni della terra è alla base del diritto universale all’uso dei beni.

Ogni uomo deve avere la possibilità di usufruire del benessere necessario al suo pieno sviluppo: il principio dell’uso comune dei beni è il primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale e principio tipico del terzo pensiero politico.

Per questa ragione è doveroso precisarne la natura e le caratteristiche.

Si tratta innanzi tutto di un diritto naturale, inscritto nella natura dell’uomo, e non di un diritto solo positivo, legato alla contingenza storica; inoltre, tale diritto è originario.

Esso inerisce alla singola persona, ad ogni persona, ed è prioritario rispetto a qualunque intervento umano sui beni, a qualunque ordinamento giuridico degli stessi, a qualunque sistema e metodo economico-sociale.

Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli della proprietà e del libero commercio, sono subordinati ad essa [e cioè alla destinazione universale dei beni]: non devono quindi intralciarne, bensì al contrario facilitarne la realizzazione, ed è un dovere sociale grave e urgente restituirli alla loro finalità originaria.

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 L’attuazione concreta del principio della destinazione universale dei beni, secondo i differenti contesti culturali e sociali, implica una precisa definizione dei modi, dei limiti, degli oggetti.

Destinazione ed uso universale non significano che tutto sia a disposizione di ognuno o di tutti, e neppure che la stessa cosa serva o appartenga ad ognuno o a tutti.

Se è vero che tutti nascono con il diritto all’uso dei beni, è altrettanto vero che, per assicurarne un esercizio equo e ordinato, sono necessari interventi regolamentati, frutto di accordi nazionali e internazionali, ed un ordinamento giuridico che determini e specifichi tale esercizio.

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 Il principio della destinazione universale dei beni invita a coltivare una visione dell’economia ispirata a valori morali che permettano di non perdere mai di vista né l’origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un mondo equo e solidale, in cui la formazione della ricchezza possa assumere una funzione positiva.

La ricchezza, in effetti, presenta questa valenza nella molteplicità delle forme che possono esprimerla come il risultato di un processo produttivo di elaborazione tecnico-economica delle risorse disponibili, naturali e derivate, guidato dall’inventiva, dalla capacità progettuale, dal lavoro degli uomini, e impiegato come mezzo utile per promuovere il benessere degli uomini e dei popoli e per contrastare la loro esclusione e il loro sfruttamento.

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 La destinazione universale dei beni comporta uno sforzo comune teso ad ottenere per ogni persona e per tutti i popoli le condizioni necessarie allo sviluppo integrale.

In questo modo tutti potranno contribuire alla promozione di un mondo più umano, in cui ciascuno possa dare e ricevere, ed in cui il progresso degli uni non sarà un ostacolo allo sviluppo degli altri, né un pretesto per il loro assoggettamento.

Questo principio corrisponde all’appello incessantemente rivolto  alle persone e alle società di ogni tempo, sempre esposte alle tentazioni della brama del possesso.

b) Destinazione universale dei beni e proprietà privata

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 Mediante il lavoro, l’uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la terra e a farne la sua degna dimora.

In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro.

È qui l’origine della proprietà individuale.

La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei beni assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per l’autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un prolungamento della libertà umana.

Costituiscono in definitiva una delle condizioni delle libertà civili, in quanto producono stimoli ad osservare il dovere e la responsabilità.

La proprietà privata è elemento essenziale di una politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un retto ordine sociale. 

Il terzo pensiero politico annovera tra i suoi obiettivi l’accessibilità alla proprietà dei beni equamente offerta a tutti, così che tutti diventino, almeno in qualche misura, proprietari, ed esclude il ricorso a forme di comune e promiscuo dominio.

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Il terzo pensiero politico non riconosce il diritto alla proprietà privata come assoluto ed intoccabile.

Al contrario, essa l’ha sempre inteso nel più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell’intera creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell’uso comune, alla destinazione universale dei beni.

Il principio della destinazione universale dei beni afferma l’esigenza che i beni del creato rimangano finalizzati e destinati allo sviluppo di tutto l’uomo e dell’intera umanità.

Tale principio non si oppone al diritto di proprietà, ma indica la necessità di regolamentarlo. 

La proprietà privata, infatti, quali che siano le forme concrete dei regimi e delle norme giuridiche ad essa relative, è, nella sua essenza, solo uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo.

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Il terzo pensiero riconosce la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato, con il chiaro riferimento alle esigenze imprescindibili del bene comune.

L’uomo deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono essere utili non solo a lui ma anche agli altri.

La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli sul loro uso da parte dei legittimi proprietari.

La singola persona non può operare a prescindere dagli effetti dell’uso delle proprie risorse, ma deve agire in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il bene comune.

Ne consegue il dovere da parte dei proprietari di non tenere inoperosi i beni posseduti e di destinarli all’attività produttiva, anche affidandoli a chi ha desiderio e capacità di avviarli a produzione.

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L’attuale fase storica, mettendo a disposizione della società beni nuovi, del tutto sconosciuti fino ai tempi recenti, impone una rilettura del principio della destinazione universale dei beni della terra, rendendone necessaria un’estensione che comprenda anche i frutti del recente progresso economico e tecnologico.

La proprietà dei nuovi beni, che provengono dalla conoscenza, dalla tecnica e dal sapere, diventa sempre più decisiva, perché su di essa si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali.

Le nuove conoscenze tecniche e scientifiche devono essere poste a servizio dei bisogni primari dell’uomo, affinché possa gradualmente accrescersi il patrimonio comune dell’umanità.

La piena attuazione del principio della destinazione universale dei beni richiede, pertanto, azioni a livello internazionale e iniziative programmate da parte di tutti i Paesi.

Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo, assicurare a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base, che consentano di partecipare allo sviluppo.

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 Se nel processo di sviluppo economico e sociale acquistano notevole rilievo forme di proprietà sconosciute in passato, non si possono dimenticare, tuttavia, quelle tradizionali.

La proprietà individuale non è la sola forma legittima di possesso.

Riveste particolare importanza anche l’antica forma di proprietà comunitaria che, pur presente anche nei Paesi economicamente avanzati, caratterizza, in modo peculiare, la struttura sociale di numerosi popoli indigeni.

È una forma di proprietà che incide tanto profondamente nella vita economica, culturale e politica di quei popoli da costituire un elemento fondamentale della loro sopravvivenza e del loro benessere.

La difesa e la valorizzazione della proprietà comunitaria non devono escludere, tuttavia, la consapevolezza del fatto che anche questo tipo di proprietà è destinato ad evolversi.

Se si agisse in modo da garantire solo la sua conservazione, si correrebbe il rischio di legarla al passato e, in questo modo, di comprometterla.

Resta sempre cruciale, specie nei Paesi in via di sviluppo o che sono usciti da sistemi collettivistici o di colonizzazione, l’equa distribuzione della terra.

Nelle zone rurali, la possibilità di accedere alla terra tramite le opportunità offerte anche dai mercati del lavoro e del credito è condizione necessaria per l’accesso agli altri beni e servizi; oltre a costituire una via efficace per la salvaguardia dell’ambiente, tale possibilità rappresenta un sistema di sicurezza sociale realizzabile anche nei Paesi che hanno una struttura amministrativa debole.

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 Dalla proprietà deriva al soggetto possessore, sia esso il singolo oppure una comunità, una serie di obiettivi vantaggi: condizioni di vita migliori, sicurezza per il futuro, più ampie opportunità di scelta.

Dalla proprietà, d’altro canto, può provenire anche una serie di promesse illusorie e tentatrici.

L’uomo o la società che giungono al punto di assolutizzarne il ruolo finiscono per fare l’esperienza della più radicale schiavitù.

Nessun possesso, infatti, può essere considerato indifferente per l’influsso che ha tanto sui singoli, quanto sulle istituzioni: il possessore che incautamente idolatra i suoi beni  ne viene più che mai posseduto e asservito.

Solo riconoscendone la concessione condizionata e finalizzandoli conseguentemente al bene comune, è possibile conferire ai beni materiali la funzione di strumenti utili alla crescita degli uomini e dei popoli.

c) Destinazione universale dei beni e opzione preferenziale per i poveri

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 Il principio della destinazione universale dei beni richiede che si guardi con particolare sollecitudine ai poveri, a coloro che si trovano in situazioni di marginalità e, in ogni caso, alle persone a cui le condizioni di vita impediscono una crescita adeguata. 

A tale proposito va ribadita, in tutta la sua forza, l’opzione preferenziale per i poveri.

È, questa, una opzione, o una forma speciale di primato nell’esercizio della carità.

Essa si riferisce alla vita di ciascun cittadino e si applica egualmente alle nostre responsabilità sociali e, perciò, al nostro vivere, alle decisioni da prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni.

Oggi poi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore.

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 La miseria umana è il segno evidente della condizione di debolezza dell’uomo e del suo bisogno di salvezza.

Per questo motivo, uno dei principali metri di giudizio dell’attività politica dovrà essere basata su quanto avranno fatto per i poveri.

D’altro canto, non dovrà essere abbandonato il realismo e la conoscenza della natura umana che, mentre da una parte apprezzerà sempre i lodevoli sforzi che si faranno per sconfiggere la povertà, dall’altra metterà in guardia da posizioni ideologiche e da messianismi che alimentano l’illusione che si possa sopprimere da questo mondo in maniera totale il problema della povertà.

Il terzo pensiero politico contempla la possibilità che, a seguito della natura umana e dello stato delle cose, la povertà possa anche essere ineliminabile.

In ogni caso, prima che essa sia eliminata, i poveri restano a noi affidati e su questa responsabilità saremo giudicati.

Non sarà considerata tollerabile alcuna azione politica che non preveda il soccorso dei poveri e degli ultimi nei loro gravi bisogni.

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 L’amore per i poveri deve riguardare sia la povertà materiale che anche le numerose forme di povertà culturale e religiosa.

Non si riconoscono condizioni che giustifichino l’interruzione dell’impegno mirato a sollevare i poveri, a difenderli ed a liberarli.

Ciò deve essere fatto con innumerevoli opere di beneficenza, che rimangono sempre e dappertutto indispensabili nonché con altrettanto  innumerevoli opere di misericordia corporali e spirituali.

Tra queste opere, l’elemosina ai poveri (ovvero il dono gratuito di qualcosa di proprio) è una delle principali testimonianze della carità fraterna.

E’ fondamentale che la pratica della carità non si riduca alla semplice fornitura dei minimi beni materiali, ma deve implicare l’attenzione alla dimensione sociale e politica del problema della povertà.

Deve essere sottolineato inoltre il rapporto tra carità e giustizia: quando si doneranno ai poveri le cose indispensabili, non dovrà essere considerata una semplice elargizione personale, ma bensì una restituzione di ciò che è loro.

Più che un atto di carità, la cura dei poveri è l’adempimento di un dovere di giustizia.

E’ considerato inevitabile che l’amore per i poveri sia inconciliabile con lo smodato amore per le ricchezze o con il loro uso egoistico.

14) Il principio di sussidiarietà.

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a) Origine e significato

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 La sussidiarietà è tra le più costanti e caratteristiche direttive del terzo pensiero.

È impossibile promuovere la dignità della persona se non prendendosi cura della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale.

È questo l’ambito della società civile, intesa come l’insieme dei rapporti tra individui e tra società intermedie, che si realizzano in forma originaria e grazie alla soggettività creativa del cittadino.

La rete di questi rapporti innerva il tessuto sociale e costituisce la base di una vera comunità di persone, rendendo possibile il riconoscimento di forme più elevate di socialità.

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Il principio di sussidiarietà, e cioè l’esigenza di tutelare e di promuovere le espressioni originarie della socialità deve essere considerato come principio importantissimo della  filosofia sociale.

Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare.

Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.

In base a tale principio, tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto (subsidium— quindi di sostegno, promozione, sviluppo — rispetto alle minori.

In tal modo, i corpi sociali intermedi possono adeguatamente svolgere le funzioni che loro competono, senza doverle cedere ingiustamente ad altre aggregazioni sociali di livello superiore, dalle quali finirebbero per essere assorbiti e sostituiti e per vedersi negata, alla fine, dignità propria e spazio vitale.

Alla sussidiarietà intesa in senso positivo, come aiuto economico, istituzionale, legislativo offerto alle entità sociali più piccole, corrisponde una serie di implicazioni in negativo, che impongono allo Stato di astenersi da quanto restringerebbe, di fatto, lo spazio vitale delle cellule minori ed essenziali della società.

La loro iniziativa, libertà e responsabilità non devono essere soppiantate.

b) Indicazioni concrete

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 Il principio di sussidiarietà protegge le persone dagli abusi delle istanze sociali superiori e sollecita queste ultime ad aiutare i singoli individui e i corpi intermedi a sviluppare i loro compiti.

Questo principio si impone perché ogni persona, famiglia e corpo intermedio ha qualcosa di originale da offrire alla comunità.

L’esperienza attesta che la negazione della sussidiarietà, o la sua limitazione in nome di una pretesa democratizzazione o uguaglianza di tutti nella società, limita e talvolta anche annulla lo spirito di libertà e di iniziativa.

Con il principio della sussidiarietà contrastano forme di accentramento, di burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato e dell’apparato pubblico.

Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese.

Il mancato o inadeguato riconoscimento dell’iniziativa privata, anche economica, e della sua funzione pubblica, nonché i monopoli, concorrono a mortificare il principio della sussidiarietà.

All’attuazione del principio di sussidiarietà corrispondono:

  • il rispetto e la promozione effettiva del primato della persona e della famiglia;
  • la valorizzazione delle associazioni e delle organizzazioni intermedie, nelle proprie scelte fondamentali e in tutte quelle che non possono essere delegate o assunte da altri;
  • l’incoraggiamento offerto all’iniziativa privata, in modo tale che ogni organismo sociale rimanga a servizio, con le proprie peculiarità, del bene comune;
  • l’articolazione pluralistica della società e la rappresentanza delle sue forze vitali;
  • la salvaguardia dei diritti umani e delle minoranze;
  • il decentramento burocratico e amministrativo;
  • l’equilibrio tra la sfera pubblica e quella privata, con il conseguente riconoscimento della funzione sociale del privato;
  • un’adeguata responsabilizzazione del cittadino nel suo essere parte attiva della realtà politica e sociale del Paese.

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 Diverse circostanze possono consigliare che lo Stato eserciti una funzione di supplenza.

Si pensi, ad esempio, alle situazioni in cui è necessario che lo Stato stesso promuova l’economia, a causa dell’impossibilità per la società civile di assumere autonomamente l’iniziativa; si pensi anche alle realtà di grave squilibrio e ingiustizia sociale, in cui solo l’intervento pubblico può creare condizioni di maggiore eguaglianza, di giustizia e di pace.

Alla luce del principio di sussidiarietà, tuttavia, questa supplenza istituzionale non deve prolungarsi ed estendersi oltre lo stretto necessario, dal momento che trova giustificazione soltanto nell’eccezionalità della situazione.

In ogni caso, il bene comune correttamente inteso, le cui esigenze non dovranno in alcun modo essere in contrasto con la tutela e la promozione del primato della persona e delle sue principali espressioni sociali, dovrà rimanere il criterio di discernimento circa l’applicazione del principio di sussidiarietà.

15) La partecipazione.

CAPIZZI SAN GIACOMO 2013.

a) Significato e valore

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Caratteristica conseguenza della sussidiarietà è la partecipazioneche si esprime, essenzialmente, in una serie di attività mediante le quali il cittadino, come singolo o in associazione con altri, direttamente o a mezzo di propri rappresentanti, contribuisce alla vita culturale, economica, sociale e politica della comunità civile cui appartiene.

La partecipazione è un dovere da esercitare consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune.

Essa non può essere delimitata o ristretta a qualche contenuto particolare della vita sociale, data la sua importanza per la crescita, innanzi tutto umana, in ambiti quali il mondo del lavoro e le attività economiche nelle loro dinamiche interne, l’informazione e la cultura e, in massimo grado, la vita sociale e politica fino ai livelli più alti, quali sono quelli da cui dipende la collaborazione di tutti i popoli per l’edificazione di una comunità internazionale solidale.

In tale prospettiva, diventa imprescindibile l’esigenza di favorire la partecipazione soprattutto dei più svantaggiati e l’alternanza dei dirigenti politici, al fine di evitare che si instaurino privilegi occulti; è necessaria inoltre una forte tensione morale, affinché la gestione della vita pubblica sia il frutto della corresponsabilità di ognuno nei confronti del bene comune.

b) Partecipazione e democrazia

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La partecipazione alla vita comunitaria non è soltanto una delle maggiori aspirazioni del cittadino, chiamato ad esercitare liberamente e responsabilmente il proprio ruolo civico con per gli altri, ma anche uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democraticioltre che una delle maggiori garanzie di permanenza della democrazia.

Il governo democratico, infatti, è definito a partire dall’attribuzione, da parte del popolo, di poteri e funzioni, che vengono esercitati a suo nome, per suo conto e a suo favore; è evidente, dunque, che ogni democrazia deve essere partecipativa.

Ciò comporta che i vari soggetti della comunità civile, ad ogni suo livello, siano informati, ascoltati e coinvolti nell’esercizio delle funzioni che essa svolge.

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 La partecipazione si può ottenere in tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni: a questo fine, particolare attenzione deve essere rivolta ai contesti storici e sociali nei quali essa dovrebbe veramente attuarsi.

Il superamento degli ostacoli culturali, giuridici e sociali, che spesso si frappongono come vere barriere alla partecipazione solidale dei cittadini alle sorti della propria comunità, richiede un’opera informativa ed educativa.

Meritano una preoccupata considerazione, in questo senso, tutti gli atteggiamenti che inducono il cittadino a forme partecipative insufficienti o scorrette e alla diffusa disaffezione per tutto quanto concerne la sfera della vita sociale e politica: si pensi, ad esempio, ai tentativi dei cittadini di contrattare le condizioni più vantaggiose per sé con le istituzioni, quasi che queste fossero al servizio dei bisogni egoistici, e alla prassi di limitarsi all’espressione della scelta elettorale, giungendo anche, in molti casi, ad astenersene.

Sul fronte della partecipazione, un’ulteriore fonte di preoccupazione è data

  • dai Paesi a regime totalitario o dittatoriale, in cui il fondamentale diritto a partecipare alla vita pubblica è negato alla radice, perché considerato una minaccia per lo Stato stesso;
  • dai Paesi in cui tale diritto è enunciato soltanto formalmente, ma concretamente non si può esercitare;
  • da altri ancora in cui l’elefantiasi dell’apparato burocratico nega di fatto al cittadino la possibilità di proporsi come un vero attore della vita sociale e politica.

16) Il principio della solidarietà.

Saint Sebastian Day ....

a) Significato e valore

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 La solidarietà conferisce particolare risalto all’intrinseca socialità della persona umana, all’uguaglianza di tutti in dignità e diritti, al comune cammino degli uomini e dei popoli verso una sempre più convinta unità. 

Mai come oggi c’è stata una consapevolezza tanto diffusa del legame di interdipendenza tra gli uomini e i popoli, che si manifesta a qualsiasi livello.

Il rapidissimo moltiplicarsi delle vie e dei mezzi di comunicazione « in tempo reale », quali sono quelli telematici, gli straordinari progressi dell’informatica, l’accresciuto volume degli scambi commerciali e delle informazioni, stanno a testimoniare che, per la prima volta dall’inizio della storia dell’umanità, è ormai possibile, almeno tecnicamente, stabilire relazioni anche tra persone lontanissime o sconosciute.

A fronte del fenomeno dell’interdipendenza e del suo costante dilatarsi, persistono, d’altra parte, in tutto il mondo, fortissime disuguaglianze tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, alimentate anche da diverse forme di sfruttamento, di oppressione e di corruzione che influiscono negativamente sulla vita interna e internazionale di molti Stati. 

Il processo di accelerazione dell’interdipendenza tra le persone e i popoli deve essere accompagnato da un impegno sul piano etico-sociale altrettanto intensificato, per evitare le nefaste conseguenze di una situazione di ingiustizia di dimensioni planetarie, destinata a ripercuotersi assai negativamente anche negli stessi Paesi attualmente più favoriti.

b) La solidarietà come principio sociale e come virtù morale

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Le nuove relazioni di interdipendenza tra uomini e popoli, che sono, di fatto, forme di solidarietà, devono trasformarsi in relazioni tese ad una vera e propria solidarietà etico-sociale, che è l’esigenza morale insita in tutte le relazioni umane.

La solidarietà si presenta, dunque, sotto due aspetti complementari: quello di principio sociale e quello di virtù morale.

La solidarietà deve essere colta, innanzi tutto, nel suo valore di principio sociale ordinatore delle istituzioni, in base al quale le modalità di interazione basate sui rapporti di forza e di prepotenza, che dominano i rapporti tra le persone e i popoli, devono essere superate e trasformate in strutture di solidarietà, mediante la creazione o l’opportuna modifica di leggi, regole del mercato, ordinamenti.

La solidarietà è anche una vera e propria virtù morale, non un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane.

Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

La solidarietà assurge al rango di virtù sociale fondamentale poiché si colloca nella dimensione della giustizia, virtù orientata per eccellenza al bene comune, e nell’impegno per il bene del prossimo con la disponibilità a sacrificarsi a favore dell’altro invece di sfruttarlo, e a “servirlo” invece di opprimerlo per il proprio tornaconto.

c) Solidarietà e crescita comune degli uomini

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Il messaggio della terzo pensiero circa la solidarietà mette in evidenza il fatto che esistono stretti vincoli tra solidarietà e bene comune, solidarietà e destinazione universale dei beni, solidarietà e uguaglianza tra gli uomini e i popoli, solidarietà e pace nel mondo.

Il termine «solidarietà» esprime in sintesi l’esigenza di riconoscere nell’insieme dei legami che uniscono gli uomini e i gruppi sociali tra loro, lo spazio offerto alla libertà umana per provvedere alla crescita comune, condivisa da tutti.

L’impegno in questa direzione si traduce nell’apporto positivo da non far mancare alla causa comune e nella ricerca dei punti di possibile intesa anche là dove prevale una logica di spartizione e frammentazione, nella disponibilità a spendersi per il bene dell’altro al di là di ogni individualismo e particolarismo.

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 Il principio della solidarietà comporta che gli uomini del nostro tempo coltivino maggiormente la consapevolezza del debito che hanno nei confronti della società entro la quale sono inseriti.

Sono debitori di quelle condizioni che rendono vivibile l’umana esistenza, come pure di quel patrimonio, indivisibile e indispensabile, costituito dalla cultura, dalla conoscenza scientifica e tecnologica, dai beni materiali e immateriali, da tutto ciò che la vicenda umana ha prodotto.

Un simile debito va onorato nelle varie manifestazioni dell’agire sociale, così che il cammino degli uomini non si interrompa, ma resti aperto alle generazioni presenti e a quelle future, chiamate insieme, le une e le altre, a condividere, nella solidarietà, lo stesso dono.

17) I valori fondanti del terzo pensiero.

a) Rapporto tra principi e valori

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Il terzo pensiero, oltre ai principi che devono presiedere all’edificazione di una società degna dell’uomo, indica anche dei valori fondamentali.

Il rapporto tra principi e valori è indubbiamente di reciprocità, in quanto i valori sociali esprimono l’apprezzamento da attribuire a quei determinati aspetti del bene morale che i principi intendono conseguire, offrendosi come punti di riferimento per l’opportuna strutturazione e la conduzione ordinata della vita sociale.

I valori richiedono, pertanto, sia la pratica dei principi fondamentali della vita sociale, sia l’esercizio personale delle virtù, e quindi degli atteggiamenti morali corrispondenti ai valori stessi.

Tutti i valori sociali sono inerenti alla dignità della persona umana, della quale favoriscono l’autentico sviluppo, e sono, essenzialmente: la verità, la libertà, la giustizia, l’amore.

La loro pratica è via sicura e necessaria per raggiungere il perfezionamento personale e una convivenza sociale più umana; essi costituiscono l’imprescindibile riferimento per i responsabili della cosa pubblica, chiamati ad attuare le riforme sostanziali delle strutture economiche, politiche, culturali e tecnologiche e i necessari cambiamenti nelle istituzioni.

b) La verità

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 Gli uomini sono tenuti in modo particolare a tendere di continuo alla verità, a rispettarla e ad attestarla responsabilmente.

Vivere nella verità ha un significato speciale nei rapporti sociali: la convivenza fra gli esseri umani all’interno di una comunità, infatti, è ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità.

Quanto più le persone e i gruppi sociali si sforzano di risolvere i problemi sociali secondo verità, tanto più si allontanano dall’arbitrio e si conformano alle esigenze obiettive della moralità.

Il nostro tempo richiede un’intensa attività educativa e un corrispondente impegno da parte di tutti, affinché la ricerca della verità, non riconducibile all’insieme o a qualcuna delle diverse opinioni, sia promossa in ogni ambito, e prevalga su ogni tentativo di relativizzarne le esigenze o di recarle offesa.

È una questione che investe in modo particolare il mondo della comunicazione pubblica e quello dell’economia.

In essi, l’uso spregiudicato del denaro fa emergere degli interrogativi sempre più pressanti, che rimandano necessariamente a un bisogno di trasparenza e di onestà nell’agire, personale e sociale.

c) La libertà

Senza titolo

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 La libertà è nell’uomo segno altissimo dell’immagine divina e, di conseguenza, segno della sublime dignità di ogni persona umana.

La libertà si esercita nei rapporti tra gli esseri umani.

Ogni persona umana ha il diritto naturale di essere riconosciuta come un essere libero e responsabile.

Tutti hanno verso ciascuno il dovere di questo rispetto.

Il diritto all’esercizio della libertà è un’esigenza inseparabile dalla dignità della persona umana.

Non si deve restringere il significato della libertà, considerandola in una prospettiva puramente individualistica e riducendola a esercizio arbitrario e incontrollato della propria personale autonomia.

Lungi dal compiersi in una totale autarchia dell’io e nell’assenza di relazioni, la libertà non esiste veramente se non là dove legami reciproci, regolati dalla verità e dalla giustizia, uniscono le persone.

La comprensione della libertà diventa profonda e ampia quando essa viene tutelata, anche a livello sociale, nella totalità delle sue dimensioni.

91 – 200
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 Il valore della libertà, in quanto espressione della singolarità di ogni persona umana, viene rispettato quando a ciascun membro della società è consentito di realizzare la propria personale vocazione.

Cercare la verità e professare le proprie idee religiose, culturali e politiche; esprimere le proprie opinioni; decidere il proprio stato di vita e, per quanto possibile, il proprio lavoro; assumere iniziative di carattere economico, sociale e politico.

Ciò deve avvenire entro un solido contesto giuridico, nei limiti del bene comune e dell’ordine pubblico e, in ogni caso, all’insegna della responsabilità.

La libertà deve esplicarsi, d’altra parte, anche come capacità di rifiuto di ciò che è moralmente negativo, sotto qualunque forma si presenti, come capacità di effettivo distacco da tutto ciò che può ostacolare la crescita personale, familiare e sociale.

La pienezza della libertà consiste nella capacità di disporre di sé in vista dell’autentico bene, entro l’orizzonte del bene comune universale.

d) La giustizia

There is no more Virgilio to guide us through hell

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 La giustizia è un valore, che si accompagna all’esercizio della corrispondente virtù morale.

Secondo la sua più classica formulazione, essa consiste nella costante e ferma volontà di dare al prossimo, alla società, ed all’ambiente ciò che è loro dovuto.

Dal punto di vista soggettivo la giustizia si traduce nell’atteggiamento determinato dalla volontà di riconoscere l’altro come persona, mentre, dal punto di vista oggettivo, essa costituisce il criterio determinante della moralità nell’ambito inter-soggettivo e sociale.

Il terzo pensiero richiama al rispetto delle forme classiche della giustizia: quella commutativa, quella distributiva, quella legale.

Un rilievo sempre maggiore ha in esso acquisito la giustizia sociale, che rappresenta un vero e proprio sviluppo della giustizia generale, regolatrice dei rapporti sociali in base al criterio dell’osservanza della legge.

La giustizia sociale, esigenza connessa alla questione sociale, che oggi si manifesta in una dimensione mondiale, concerne gli aspetti sociali, politici ed economici e, soprattutto, la dimensione strutturale dei problemi e delle correlative soluzioni.

93 – 202
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 La giustizia risulta particolarmente importante nel contesto attuale, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni d’intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità e dell’avere.

Anche la giustizia, sulla base di tali criteri, viene considerata in modo riduttivo, mentre acquista un più pieno e autentico significato in un’antropologia che riconosca il primato del criterio dell’essere.

La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, perché quello che è «giusto» non è originariamente determinato dalla legge, ma dall’identità profonda dell’essere umano.

94 – 203
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La piena verità sull’uomo permette di superare la visione contrattualistica della giustizia, che è visione limitata, e di aprire anche per la giustizia l’orizzonte della solidarietà e dell’amore.

Da sola, la giustizia non basta.

Può anzi arrivare a negare se stessa, se non si apre a quella forza più profonda che è l’amore.

Al valore della giustizia, infatti, la dottrina sociale accosta quello della solidarietà, in quanto via privilegiata della pace.

Se la pace è frutto della giustizia, oggi si potrebbe dire, con la stessa esattezza e la stessa forza, che la pace come frutto della solidarietà.

Il traguardo della pace, infatti, sarà certamente raggiunto con l’attuazione della giustizia sociale e internazionale, ma anche con la pratica delle virtù che favoriscono la convivenza e ci insegnano a vivere uniti, per costruire uniti, dando e ricevendo, una società nuova e un mondo migliore.

18) La via della carità (e cioè l’amore fraterno tra cittadini).

If your dreams don't scare you they aren't big enough

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 Tra le virtù nel loro complesso, e in particolare tra virtù, valori sociali e carità, sussiste un profondo legame, che deve essere sempre più accuratamente riconosciuto.

Per “carità” si intende l’amore fraterno tra cittadini e cioè quella capacità umana di volere il bene del proprio prossimo senza che da esso discenda alcun beneficio immediato per sé stessi.

La carità, attualmente ristretta all’ambito delle relazioni di prossimità, o limitata agli aspetti soltanto soggettivi dell’agire per l’altro, deve essere riconsiderata nella sua autentica valenza di criterio supremo e universale dell’intera etica sociale.

In altre parole, il terzo pensiero riconosce la valenza della carità come virtù civica che è possibile diffondere al punto tale da permettere di basarvi un completo sistema sociale.

Tra tutte le vie, anche quelle ricercate e percorse per affrontare le forme sempre nuove dell’attuale questione sociale, la migliore di tutte è la via tracciata dalla carità.

96 – 205

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I valori della verità, della giustizia, della libertà nascono e si sviluppano dalla sorgente interiore della carità.

La convivenza umana

  • è ordinata, feconda di bene e rispondente alla dignità dell’uomo, quando si fonda sulla verità;
  • si attua secondo giustizia, ossia nell’effettivo rispetto dei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri;
  • è attuata nella libertà che si addice alla dignità degli uomini,
  • spinti dalla loro stessa natura razionale ad assumersi la responsabilità del proprio operare;
  • è vivificata dall’amore, che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui
  • e rende sempre più intense la comunione dei valori spirituali e la sollecitudine per le necessità materiali.

Questi valori costituiscono dei pilastri dai quali riceve solidità e consistenza l’edificio del vivere e dell’operare: sono valori che determinano la qualità di ogni azione e istituzione sociale.

97 – 206

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La carità presuppone e trascende la giustizia.

La giustizia deve trovare il suo completamento nella carità.

Se la giustizia è di per sé idonea ad “arbitrare” tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l’equa misura, l’amore fraterno invece, e soltanto l’amore (anche quell’amore benigno, che chiamiamo “misericordia”), è capace di tutelare e valorizzare l’umanità dei cittadini.

Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia.

L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa…

È stata appunto l’esperienza storica che, fra l’altro, ha portato a formulare l’asserzione: summum ius, summa iniuria.

La giustizia, infatti, in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole “correzione” da parte di quell’amore, il quale è “paziente” e “benigno” o, in altre parole, porta in sé i caratteri dell’amore misericordioso.

Fallen angel

98 – 207

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Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità.

Soltanto la carità, intesa come virtù civica, può animare e plasmare l’agire sociale in direzione della pace nel contesto di un mondo sempre più complesso.

Affinché tutto ciò avvenga, occorre però che si provveda a mostrare la carità non solo come ispiratrice dell’azione individuale, ma anche come forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici.

In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce.

99 – 208

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La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti si inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme.

Per tanti aspetti, il prossimo da amare si presenta «in società», così che amarlo realmente, sovvenire al suo bisogno o alla sua indigenza può voler dire qualcosa di diverso dal bene che gli si può volere sul piano puramente inter-individuale: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza.

È indubbiamente un atto di carità l’opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale ed impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria, soprattutto quando questa diventa la situazione in cui si dibatte uno sterminato numero di persone e perfino interi popoli, situazione che assume, oggi, le proporzioni di una vera e propria questione sociale mondiale.

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(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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2 pensieri su “CAPITOLO 2 – I principi del terzo pensiero

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