Il diritto al lavoro – Il lavoro è necessario

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Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo un bene utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la dignità umana.

Il terzo pensiero riconosce il valore del lavoro non solo perché esso è sempre personale, ma anche per il carattere di necessità.

Il lavoro è necessario per formare e mantenere una famiglia, per avere diritto alla proprietà, per contribuire al bene comune della famiglia umana.

La considerazione delle implicazioni morali che la questione del lavoro comporta nella vita sociale induce il terzo pensiero ad additare la disoccupazione come una «vera calamità sociale», soprattutto in relazione alle giovani generazioni.

 

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Il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che ne sono capaci.

La «piena occupazione» è, pertanto, un obiettivo doveroso per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune.

Una società in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale.

Un ruolo importante e, dunque, una responsabilità specifica e grave appartengono, in questo ambito, al «datore di lavoro indiretto», ossia a quei soggetti — persone o istituzioni di vario tipo — che sono in grado di orientare, a livello nazionale o internazionale, la politica del lavoro e dell’economia.

 

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La capacità progettuale di una società orientata verso il bene comune e proiettata verso il futuro si misura anche e soprattutto sulla base delle prospettive di lavoro che essa è in grado di offrire.

L’alto tasso di disoccupazione, la presenza di sistemi di istruzione obsoleti e di perduranti difficoltà nell’accesso alla formazione e al mercato del lavoro costituiscono, per molti giovani soprattutto, un forte ostacolo sulla strada della realizzazione umana e professionale.

Chi è disoccupato o sottoccupato, infatti, subisce le conseguenze profondamente negative che tale condizione determina nella personalità e rischia di essere posto ai margini della società, di diventare una vittima dell’esclusione sociale.

È questo un dramma che colpisce, in genere, oltre ai giovani, le donne, i lavoratori meno specializzati, i disabili, gli immigrati, gli ex-carcerati, gli analfabeti, tutti i soggetti che trovano maggiori difficoltà nella ricerca di una collocazione nel mondo del lavoro.

 

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Il mantenimento dell’occupazione dipende sempre di più dalle capacità professionali.

Il sistema di istruzione e di educazione non deve trascurare la formazione umana e tecnica, necessaria per svolgere con profitto le mansioni richieste.

La sempre più diffusa necessità di cambiare varie volte impiego, nell’arco della vita, impone al sistema educativo di favorire la disponibilità delle persone ad un aggiornamento e riqualificazione permanenti.

I giovani devono apprendere ad agire autonomamente, diventare capaci di assumersi responsabilmente il compito di affrontare con competenze adeguate i rischi legati ad un contesto economico mobile e spesso imprevedibile nei suoi scenari evolutivi.

È altrettanto indispensabile l’offerta di opportune occasioni formative agli adulti in cerca di riqualificazione e ai disoccupati.

Più in generale, il percorso lavorativo delle persone deve trovare nuove forme concrete di sostegno, a cominciare proprio dal sistema formativo, così che sia meno difficile attraversare fasi di cambiamento, di incertezza, di precarietà.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 32 in Rev. 0).
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31) La dignità del lavoro – Il riposo festivo. 33) Il diritto al lavoro – Il ruolo dello Stato e della società civile nella promozione del diritto al lavoro.

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