CAPITOLO 1 – La persona ed i suoi diritti

Questo scritto fa parte di un discorso più ampio composto dei seguenti capitoli


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1) Il principio personalista del terzo pensiero.

L’assioma iniziale da cui si dipana l’intero terzo pensiero è rappresentato dalla centralità della persona umana.

L’uomo è, deve essere, e deve rimanere il soggetto, il fondamento ed il fine dell’intera vita sociale.

Devendra...

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Tutta la vita sociale è espressione della sua inconfondibile protagonista: la persona umana.

Si riconosce e si afferma la centralità della persona umana in ogni ambito e manifestazione della socialità.

La società umana non si trova né al di fuori né al di sopra degli uomini socialmente uniti, ma esiste esclusivamente in essi e, quindi, per essi.

Questo importante riconoscimento trova espressione nell’affermazione che, lungi dall’essere l’oggetto (ed un elemento passivo della vita sociale), l’uomo ne è invece, e deve esserne e rimanerne, il soggetto, il fondamento e il fine.

Da lui pertanto ha origine la vita sociale, la quale non può rinunciare a riconoscerlo suo soggetto attivo e responsabile e a lui ogni modalità espressiva della società deve essere finalizzata.

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L’uomo, colto nella sua concretezza storica, rappresenta il cuore e l’anima del terzo pensiero.

Tutto si svolge, infatti, a partire dal principio che afferma l’intangibile dignità della persona umana.

La storia attesta che dalla trama delle relazioni sociali emergono alcune tra le più ampie possibilità di elevazione dell’uomo, ma vi si annidano anche i più esecrabili misconoscimenti della sua dignità.

L’attività politica deve essere svolta allo scopo di

  • tutelare la dignità umana di fronte a qualsivoglia tentativo di riproporne immagini riduttive e distorte;
  • denunciare gli atti, i programmi e i meccanismi che violano detta dignità.

2) Essenze della persona umana.

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Tutto il terzo pensiero ruota attorno al principio personalista e cioè attorno alla centralità della persona umana.

D’altro canto questa convinzione potrebbe, seppur con una certa elasticità, essere condivisa con le dottrine politiche preesistenti.

Le convinzioni circa l’essenza di questa persona, e cioè circa la natura umana, sono diverse da quelle che caratterizzano sia il pensiero socialista che il pensiero liberale.

Queste convinzioni devono essere considerate come postulati alla base del “terzo pensiero” politico e devono essere accettate (o rifiutate) insieme a tutte le considerazioni che ne deriveranno.

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Il primo presupposto è che l’umanità è composta da individui molto speciali ed unici.

Questi individui saranno posti al centro dell’universo politico del “terzo pensiero” ed essi, e solo loro,  avranno dignità di persona.

L’individuo umano non è (e non deve essere) considerato solamente qualcosa: è (e deve essere) soprattutto considerato qualcuno.

Ogni individuo umano è considerato, a suo modo, capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone.

 

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Ogni  individuo è chiamato a compiere un percorso unico e dare una risposta unica ed irripetibile alla sua propria esistenza.

Questa tensione verso il compimento di questo percorso è naturale e connaturato con l’essere umano e non è aggiunto dall’esterno od in un secondo tempo. Questa tensione può essere ignorata, oppure dimenticata o rimossa dalla mente cosciente, si tratta però di un’esigenza che non può mai però essere eliminata.

Questa tensione è parte dell’essenza dell’essere umano, di ogni essere umano, e solamente dell’essere umano.

 

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Questa tensione non può prescindere, ed è di fatto completata, dalla dimensione relazionale e sociale della natura umana.

Per sua intima natura, l’uomo non è un essere solitario, bensì è un essere sociale, e non può vivere né esplicare le sue doti senza relazioni con gli altri.

A questo riguardo risulta significativo il fatto che il genere umano è composto da uomini e donne.

L’uomo e la donna sono entità diverse e complementari sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Per alcuni individui, solo l’interazione fisica, intellettuale e spirituale con l’altro sesso placa  l’insoddisfazione di cui è preda la loro vita. Solo un’interazione esclusiva ed una fusione con una particolare persona dell’altro sesso può soddisfare l’esigenza di dialogo inter-personale che è così vitale per l’esistenza umana. Questi individui trovano nell’altro, uomo o donna che sia, il loro completamento ed approdo definitivo e appagante.

 

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L’uomo e la donna hanno la stessa dignità e sono di eguale valore, non solo perché ambedue, nella loro diversità, compongono il genere umano, ma ancor più profondamente per l’importanza del dinamismo di reciprocità che anima il noi della coppia umana.

Nel rapporto di comunione reciproca, uomo e donna realizzano profondamente se stessi, ritrovandosi come persone attraverso il dono sincero di sé.

Il loro patto di unione è visto come parte fondamentale del loro percorso di individui e, al tempo stesso, come un servizio alla vita.

La coppia umana può partecipare compiere infatti l’atto creativo centrale per la dottrina politica del “terzo pensiero” dato dalla generazione e la formazione di nuove persone.

 

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L’uomo e la donna sono in relazione con gli altri innanzi tutto come affidatari della loro vita.

Da questa prospettiva deriva l’imperativo categorico di considerare la vita umana sacra e inviolabile.

Questo imperativo deve essere declinato sia in maniera diretta (« Non uccidere!») che nei termini di assoluta solidarietà («Nessuno deve rimanere indietro»).

Il sentimento che genera l’assoluta solidarietà è l’Amore.

 

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Con questa particolare vocazione alla vita, l’uomo e la donna si trovano di fronte anche a tutte le altre creature.

Essi possono e devono sottoporle al loro servizio e goderne, ma la loro signoria sul mondo richiede l’esercizio della responsabilità, non è una libertà di sfruttamento arbitrario ed egoistico.

Il pianeta deve essere considerato un bene altrui affidato alla comunità umana.

La comunità degli uomini deve scoprirne e rispettarne il valore: è questa una sfida meravigliosa alla sua intelligenza, la quale lo deve innalzare come un’ala  verso la contemplazione della verità di tutte le creature.

Il dominio dell’uomo sul mondo consiste nell’esplorazione, lo studio e la comprensione del senso di tutte le cose.  Soprattutto, questo dominio sul mondo è controbilanciato da un rapporto di responsabilità generato dalla necessità di consegnare un mondo integro nelle mani delle future generazioni.

 

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L’uomo è in relazione anche con se stesso ed è chiamato a riflettere su se stesso.

La dimensione relazionale si armonizza ed è completata con la dimensione intima di tutti gli esseri umani e con l’esigenza di sviluppare la propria interiorità spirituale.

Ogni uomo è chiamato a (ed ha diritto di) sviluppare e porre a frutto le proprie facoltà spirituali che sono: la ragione, il discernimento del bene e del male, la volontà libera.

3) L’Uomo ed il Male.

La Tua Libertà

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La storia mostra la facilità con la quale l’uomo cede al male ed anche la facilità con cui il male genera altro male.

Ciò non vuol dire necessariamente che l’uomo sia malvagio: vuol dire che questa tendenza deve essere presa in conto e mitigata per garantire la realizzazione di tutti i cittadini.

L’uomo, in momenti di debolezza psichica e morale, può lasciarsi sedurre dal male e da un insano desiderio di possesso.

Nonostante spesso questi abusi della propria libertà siano perpetrati nel tentativo di forzare i propri limiti, essi generano una spirale distruttiva ed autodistruttiva che impedisce la realizzazione umana di chi li perpetra e di chi li subisce.

 

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Alla radice delle lacerazioni personali e sociali, che offendono in varia misura il valore e la dignità della persona umana, si trova una ferita nell’intimo dell’uomo.

Per sottolineare il rammarico generato dall’accadimento di detti atti malvagi, essi sono chiamati “peccati”.

La conseguenza del peccato è soprattutto l’alienazione, cioè una perdita di armonia, pace e gioia, nonché la divisione dell’uomo da se stesso, dagli altri uomini e dal mondo circostante.

Ne deriva astio, rabbia, discriminazione e diffidenza reciproca.

Il peccato sfocia drammaticamente nella divisione tra i fratelli la rottura di quel filo dell’amicizia che unisce la famiglia umana.

 

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Il peccato genera una doppia ferita, che il peccatore apre nel proprio fianco e nel rapporto col prossimo. Perciò si può parlare di peccato personale e sociale.

Ogni peccato è personale sotto un aspetto; sotto un altro aspetto, ogni peccato è sociale, in quanto e perché ha anche conseguenze sociali.

Il peccato, in senso vero e proprio, è sempre un atto della persona, perché è un atto di libertà di un singolo uomo, e non propriamente di un gruppo o di una comunità, ma a ciascun peccato si può attribuire indiscutibilmente il carattere di peccato sociale, tenendo conto del fatto che, in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri.

Non è tuttavia legittima e accettabile un’accezione del peccato sociale che, più o meno consapevolmente, conduca a diluirne e quasi a cancellarne la componente personale, per ammettere solo colpe e responsabilità sociali.

Al fondo di ogni situazione di peccato si trova sempre la persona che pecca.

 

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Alcuni peccati, inoltre, costituiscono, per il loro oggetto stesso, un’aggressione diretta al prossimo.

Tali peccati, in particolare, si qualificano come peccati sociali.

È sociale ogni peccato commesso contro la giustizia nei rapporti tra persona e persona, tra la persona e la comunità, ancora tra la comunità e la persona.

È sociale ogni peccato contro i diritti della persona umana, a cominciare dal diritto alla vita, incluso quello del nascituro, o contro l’integrità fisica di qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui, specialmente contro la libertà di realizzarsi umanamente e spiritualmente; ogni peccato contro la dignità e l’onore del prossimo.

Sociale è ogni peccato contro il bene comune e contro le sue esigenze, in tutta l’ampia sfera dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Infine, è sociale quel peccato che riguarda i rapporti tra le varie comunità umane minando la giustizia, la libertà e la pace tra gli individui, i gruppi, i popoli.

 

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Le conseguenze del peccato alimentano le strutture di peccato.

Esse si radicano nel peccato personale e, quindi, sono sempre collegate ad atti concreti delle persone, che le originano, le consolidano e le rendono difficili da rimuovere.

E così esse si rafforzano, si diffondono, diventano sorgente di altri peccati e condizionano la condotta degli uomini.

Si tratta di condizionamenti e ostacoli, che durano molto di più delle azioni compiute nel breve arco della vita di un individuo e che interferiscono anche nel processo dello sviluppo dei popoli, il cui ritardo o la cui lentezza vanno giudicati anche sotto questo aspetto.

Le azioni e gli atteggiamenti opposti al bene del prossimo, dell’ambiente e della società  e le strutture che essi inducono sembrano oggi soprattutto due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e, dall’altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l’espressione: “a qualsiasi prezzo”.

4) Il realismo, la concretezza e la speranza.

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Il presupposto dell’universalità del peccato, ha una fondamentale importanza.

Presupporre un uomo perfetto porta solo alla costruzione di false utopie.

Se ignoriamo la possibilità e l’inclinazione dell’uomo di fare il male, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.

Il terzo pensiero è animato dall’intento di indurre l’uomo a reagire alla sua inclinazione al male ed a evitare assolutamente di prenderla alla leggera, cercando di continuo capri espiatori negli altri uomini e giustificazioni nell’ambiente, nell’ereditarietà, nelle istituzioni, nelle strutture e nelle relazioni.

Chi condivide il terzo pensiero rigetta tali inganni.

Soprattuto, chi condivide il terzo pensiero è convinto della possibilità, per l’uomo di un riscatto ed una redenzione da questa condizione evitando quell’angoscia e quella visione pessimistica del mondo e della vita, che induce a disprezzare le realizzazioni culturali e civili dell’uomo.

 

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Il realismo del terzo pensiero vede chiaramente gli abissi del male, ma li illumina con una speranza, più grande di ogni male, e crede nella possibilità, per la società, l’uomo ed il mondo, di redimersi, migliorarsi, armonizzarsi e realizzarsi.

L’Umanità dispone di strumenti, energia, potenziale e capacità per raggiungere questo obiettivo.

In questo intento, grandi uomini ci hanno preceduto ed hanno fatto la loro parte per la redenzione del genere umano.

L’Umanità di oggi farà la sua parte per portare questo percorso ancora più avanti.

 

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La realtà nuova che il terzo pensiero desidera contribuire non rivoluzionerà la natura umana, non la muterà né le si aggiungerà alcunché dall’esterno.

Lavorerà alla maturazione verso lo stato a cui gli uomini sono da sempre orientati nel profondo del loro essere, grazie alla loro natura più profonda e la loro tensione verso la perfezione.

Il terzo pensiero non vuole “fare l’uomo nuovo” distruggendolo e riplasmandolo: intende invece far maturare naturalmente quelle potenzialità uniche che impreziosiscono ogni individuo.

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L’universalità della speranza propria del terzo pensiero include, oltre agli uomini e alle donne di tutti i popoli, anche i destini dell’intero ecosistema.

Si è infatti fermamente convinti della possibilità di uno sviluppo armonico di tutte le componenti dell’umanità insieme al pianeta che le ospita e tutte le altre realtà che con esse convivono.

E questa possibilità è da noi vista come un irresistibile invito a camminare, tutti assieme, in quella luminosa direzione.

5) Un pensiero politico per la tutela di anima e corpo ed il perseguimento della loro realizzazione.

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Per il terzo pensiero, l’uomo dovrà essere considerato come unità di anima e corpo.

Nelle accettabili differenze tra le diverse concezioni di “anima” derivanti da diverse concezioni filosofiche e religiose, il terzo pensiero rigetta sia una visione dell’uomo come ente prettamente materiale sia visioni che svalutino il corpo umano in favore di ipotetici beni superiori.

La persona deve essere concepita nella sua unità e nella sua esistenza come un tutto e ciò implica che la società deve tutelare ogni suo componente sia in termini di integrità fisica che in termini di realizzazione spirituale.

 

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Si considererà il fatto che,  mediante la sua corporeità, l’uomo perpetra una essenziale sperimentazione del mondo materiale.

E questa dimensione permette all’uomo di inserirsi e fare esperienza mondo materiale, che deve essere luogo della sua realizzazione e della sua libertà, e non luogo di prigionia o esilio.

La sola dimensione corporale, non può essere considerato veicolo unico di realizzazione, in quanto ciò ridurrebbe la vita umana ad una sequenza di egoistici bisogni, fugaci soddisfazioni, ed inevitabili frustrazioni.

Soprattutto, non si dovrà mai sottovalutare la tendenza a deviare nel peccato, che genera ed è generato nell’uomo dalle ribellioni del corpo e dalle perverse inclinazioni del cuore, su cui egli deve sempre vigilare per non rimanerne schiavo e per non restare vittima d’una visione puramente terrena della sua vita.

Allo stesso tempo, non si dovrà mai sottovalutare il fatto che, con la sua spiritualità, l’uomo può supera la totalità delle cose e penetrare nella struttura più profonda della realtà dal quale deriva la sua soddisfazione e realizzazione.

Quando si volge al cuore, quando, cioè, riflette sul proprio destino, l’uomo si scopre superiore al mondo materiale per la sua dignità unica.

Egli, nella sua vita interiore, riconosce di avere in se stesso un’anima spirituale e sa di non essere soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana.

 

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Si rispetterà quindi l’obbligo di considerare l’uomo come dotato di due caratteristiche diverse: è un essere materiale, legato a questo mondo mediante il suo corpo, e un essere spirituale, aperto alla trascendenza ed alla scoperta di « una verità più profonda».

Né lo spiritualismo, che disprezza la realtà del corpo, né il materialismo, che considera lo spirito mera manifestazione della materia, rendono ragione della complessità, della totalità e dell’unità dell’essere umano.

6) L’uomo come essere potenzialmente infinito, unico ed irripetibile (e la dignità che necessariamente ne deriva).

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a) Apertura verso l’infinito

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 Alla persona umana appartiene l’apertura alla trascendenza: l’uomo è aperto verso l’infinito e verso tutti gli esseri creati.

Può aprirsi anzitutto verso l’infinito perché con la sua intelligenza e la sua volontà si può elevare al di sopra di tutto il creato e di se stesso, si può rendere indipendente dalle creature, può essere libero di fronte a tutte le cose create e si protende verso la verità ed il bene assoluti.

Può essere aperto anche verso l’altro, gli altri uomini e il mondo, perché solo in quanto si comprende in riferimento a un tu può dire io.

Può uscire da sé, dalla conservazione egoistica della propria vita, per entrare in una relazione di dialogo e di comunione con l’altro.

La persona è aperta alla totalità dell’essere, all’orizzonte illimitato dell’essere.

Essa ha in sé la capacità di trascendere i singoli oggetti particolari che conosce, in effetti, grazie a questa sua apertura all’essere senza confini.

b) Unicità ed irripetibilità della persona

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 L’uomo esiste come essere unico e irripetibile, esiste come un « io », capace di autocomprendersi, di autopossedersi, di autodeterminarsi.

La persona umana è un essere intelligente e cosciente, capace di riflettere su se stesso e quindi di aver coscienza di sé e dei propri atti. Non sono, tuttavia, l’intelligenza, la coscienza e la libertà a definire la persona, ma è la persona che sta alla base degli atti di intelligenza, di coscienza, di libertà. Tali atti possono anche mancare, senza che per questo l’uomo cessi di essere persona.

La persona umana va sempre compresa nella sua irripetibile ed ineliminabile singolarità.

L’uomo esiste, infatti, anzitutto come soggettività, come centro di coscienza e di libertà, la cui vicenda unica e non paragonabile ad alcun’altra esprime la sua irriducibilità a qualunque tentativo di costringerlo entro schemi di pensiero o sistemi di potere, ideologici o meno.

Questo impone anzitutto l’esigenza non soltanto del semplice rispetto da parte di chiunque, e specialmente delle istituzioni politiche e sociali e dei loro responsabili nei riguardi di ciascun uomo di questa terra, ma ben più, ciò comporta che il primo impegno di ciascuno verso l’altro e soprattutto di queste stesse istituzioni, vada posto precisamente nella promozione dello sviluppo integrale della persona.

 

c) Il rispetto della dignità umana

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Una società giusta può essere realizzata soltanto nel rispetto della dignità trascendente della persona umana. Essa rappresenta il fine ultimo della società, la quale è ad essa ordinata.

Pertanto l’ordine sociale e il suo progresso devono sempre far prevalere il bene delle persone, perché l’ordine delle cose dev’essere adeguato all’ordine delle persone e non viceversa.

Il rispetto della dignità umana non può assolutamente prescindere dal rispetto di questo principio: bisogna considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente.

Occorre che tutti i programmi sociali, scientifici e culturali, siano presieduti dalla consapevolezza del primato di ogni essere umano.

 

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In nessun caso la persona umana può essere strumentalizzata per fini estranei al suo stesso sviluppo.

Né la sua vita, né lo sviluppo del suo pensiero, né i suoi beni, né quanti condividono la sua vicenda personale e familiare, possono essere sottoposti a ingiuste restrizioni nell’esercizio dei propri diritti e della propria libertà.

La persona non può essere finalizzata a progetti di carattere economico, sociale e politico imposti da qualsivoglia autorità, sia pure in nome di presunti progressi della comunità civile nel suo insieme o di altre persone, nel presente o nel futuro.

È necessario pertanto che le autorità pubbliche vigilino con attenzione, affinché ogni restrizione della libertà o comunque ogni onere imposto all’agire personale non sia mai lesivo della dignità personale e affinché venga garantita l’effettiva praticabilità dei diritti umani.

Tutto questo, ancora una volta, si fonda sulla visione dell’uomo come persona, vale a dire come soggetto attivo e responsabile del proprio processo di crescita, insieme alla comunità di cui è parte.

 

26-134

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Gli autentici mutamenti sociali sono effettivi e duraturi soltanto se fondati su decisi cambiamenti della condotta personale.

Non sarà mai possibile un’autentica moralizzazione della vita sociale, se non a partire dalle persone e facendo riferimento ad esse: infatti, l’esercizio della vita morale attesta la dignità della persona.

Alle persone compete evidentemente lo sviluppo di quegli atteggiamenti morali, fondamentali in ogni convivenza che voglia dirsi veramente umana (giustizia, onestà, veracità, ecc.), che in nessun modo potrà essere semplicemente attesa da altri o delegata alle istituzioni.

A tutti, e in modo particolare a coloro che in varia forma detengono responsabilità politiche, giuridiche o professionali nei riguardi di altri, spetta di essere coscienza vigile della società e per primi testimoni di una convivenza civile e degna dell’uomo.

7) La libertà della persona, la legge naturale, e la realtà delle cose.

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a) Valore e limiti della libertà

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L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.

L’uomo è in balia del suo proprio volere e ciò gli permette di procedere, autonomamente ed, appunto, liberamente, alla ricerca della propria realizzazione.

Perciò la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo una scelta consapevole e libera, cioè mosso e indotto personalmente dal di dentro, e non per un incontrollato impulso interno o per mera coazione esterna.

L’uomo giustamente apprezza la libertà e con passione la cerca: giustamente vuole, e deve, formare e guidare, di sua libera iniziativa, la sua vita personale e sociale, assumendosene personalmente la responsabilità.

La libertà, infatti, non solo permette all’uomo di mutare convenientemente lo stato di cose a lui esterno, ma determina la crescita del suo essere persona, mediante scelte conformi al vero bene:  in tal modo, l’uomo genera se stesso, è padre del proprio essere, e costruisce l’ordine sociale.

 

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La libertà dell’uomo non gli permette però di trascendere dalla realtà delle cose e, soprattutto, non ha il potere di determinare il bene ed il male.

L’uomo è, e deve rimanere quanto più possibile, libero.

Questa libertà non può e non deve essere confusa con la potestà di travisare (o persino modificare) la realtà delle cose.

Soprattutto, questa libertà non permette all’uomo di stabilire arbitrariamente cosa è bene e cosa è male in quanto questa conoscenza deve essere sviluppata e perfezionata per mezzo di un continuo processo di ricerca.

In realtà, è proprio nell’accettazione di questi limiti umani che la libertà dell’uomo trova la sua vera e piena realizzazione.

 

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 Il retto esercizio della libertà personale esige precise condizioni di ordine economico, sociale, giuridico, politico e culturale che troppo spesso sono misconosciute e violate.

…situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità (e cioè di mancare di quell’amore che è dovuto nei confronti del proprio prossimo e del mondo intero).

Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, e spezza la fraternità coi suoi simili.

La liberazione dalle ingiustizie promuove la libertà e la dignità umana: tuttavia essa non può essere semplicemente data dall’esterno o dall’alto.

E’ infatti necessario che si creino le condizioni per l’attivazione delle capacità spirituali e morali e dell’esigenza permanente della raffinazione interiore delle persone che compongono la popolazione, se si vogliono ottenere cambiamenti economici e sociali che siano veramente a servizio dell’uomo.

 

b) Il vincolo della libertà con la verità e la legge naturale

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Nell’ esercizio della libertà, l’uomo compie atti moralmente buoni, costruttivi della sua persona e della società, quando obbedisce alla verità, ossia quando non pretende di essere creatore e padrone assoluto di quest’ultima e delle norme etiche.

La libertà, infatti, non ha il suo punto di partenza assoluto e incondizionato in se stessa, ma nell’esistenza dentro cui si trova e che rappresenta per essa, nello stesso tempo, un limite e una possibilità.

È la libertà di una creatura, ossia una libertà donata, da accogliere come un germe e da far maturare con responsabilità.

In caso contrario, muore come libertà, distrugge l’uomo e la società.

 

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 La verità circa il bene e il male è riconosciuta praticamente e concretamente dal giudizio della coscienza, il quale porta ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso.

Così nel giudizio pratico della coscienza, che impone alla persona l’obbligo di compiere un determinato atto, si rivela il vincolo della libertà con la verità.

Proprio per questo la coscienza si esprime con atti di “giudizio” che riflettono la verità sul bene, e non come “decisioni” arbitrarie.

E la maturità e la responsabilità di questi giudizi — e, in definitiva, dell’uomo, che ne è il soggetto — si misurano non con la liberazione della coscienza dalla verità oggettiva, in favore di una presunta autonomia delle proprie decisioni, ma, al contrario, con una pressante ricerca della verità e con il farsi guidare da essa nell’agire.

 

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L’esercizio della libertà implica il riferimento ad una legge morale naturale, di carattere universale, che precede e accomuna tutti i diritti e i doveri.

La legge naturale è presente dentro ognuno di noi.

Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare.

Questa legge è chiamata naturale perché la ragione che la promulga è propria della natura umana.

Essa è universale, si estende a tutti gli uomini in quanto stabilita dalla ragione.

Nei suoi precetti principali, la legge naturale indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale.

Essa ha come perno l’aspirazione e la sottomissione alla realtà delle cose, e altresì il senso dell’altro come uguale a noi stessi.

La legge naturale esprime la dignità della persona e pone la base dei suoi diritti e dei suoi doveri fondamentali.

 

33-141

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 Nella diversità delle culture, la legge naturale lega gli uomini tra loro, imponendo dei principi comuni.

Per quanto la sua applicazione richieda adattamenti alla molteplicità delle condizioni di vita, secondo i luoghi, le epoche e le circostanze, essa è immutabile, rimane sotto l’evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso…

Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere, né strappare dal cuore dell’uomo. Sempre risorge nella vita degli individui e delle società.

I suoi precetti, tuttavia, non sono percepiti da tutti con chiarezza ed immediatezza.

Le verità morali possono essere conosciute da tutti e senza difficoltà, con ferma certezza e senza alcuna mescolanza di errore, ma ciò avviene solo a valle di un percorso di crescita e maturazione.

 

34-142

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 La legge naturale non può essere cancellata dalla malvagità umana.

Essa pone il fondamento morale indispensabile per edificare la comunità degli uomini e per elaborare la legge civile, che trae le conseguenze di natura concreta e contingente dai principi della legge naturale.

Se si oscura la percezione dell’universalità della legge morale naturale, non si può edificare una reale e duratura comunione con l’altro, perché, quando manca una convergenza verso la verità e il bene, in maniera imputabile o no, i nostri atti feriscono la comunione delle persone, con pregiudizio di ciascuno.

Solo una libertà radicata nella comune natura, infatti, può rendere tutti gli uomini responsabili ed è in grado di giustificare la morale pubblica.

Chi si autoproclama misura unica delle cose e della verità non può convivere pacificamente e collaborare con i propri simili.

 

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 La libertà può generare una debolezza o cioè l’inclinazione a tradire l’apertura alla verità e al bene umano e troppo spesso preferisce il male e la chiusura egoistica, facendo sì che alcuni si illudano di avere la possibilità di far passare (o addirittura trasformare) il male compiuto in qualcosa di assimilabile al bene.

L’uomo fin dall’inizio della storia abusò della sua libertà nella speranza di potersi sottrarre alle conseguenze delle sue azioni.

Ciò ha anche sconvolto il giusto ordine riguardante il suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e tutte le cose create.

La libertà dell’uomo ha bisogno, pertanto, di essere liberata.

L’uomo può e deve essere liberato dall’amore disordinato di se stesso, che è fonte del disprezzo del prossimo e dei rapporti improntati al dominio sull’altro.

Al contrario, la storia ha mostrato che la piena libertà si realizza nel dono di sé.

8) L’Uguaglianza in dignità di tutte le persone.

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 Tutti gli uomini hanno la stessa dignità di persone impegnate in un cammino di maturazione e realizzazione che, seppur differente da persona a persona, è comune a tutta l’umanità. 

E ciò deve essere riconosciuto davanti al mondo, davanti alla società, e davanti agli altri uomini.

E questo è il fondamento ultimo della radicale uguaglianza e fraternità fra gli uomini, indipendentemente dalla loro razza, Nazione, sesso, origine, cultura, classe.

 

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 Solo il riconoscimento della dignità umana può rendere possibile la crescita comune e personale di tutti.

Per favorire una simile crescita è necessario, in particolare, sostenere gli ultimi, assicurare effettivamente condizioni di pari opportunità tra uomo e donna, garantire un’obiettiva eguaglianza tra le diverse classi sociali davanti alla legge.

Anche nei rapporti tra popoli e Stati, condizioni di equità e di parità sono il presupposto per un autentico progresso della comunità internazionale.

Malgrado gli avanzamenti verso tale direzione, non bisogna dimenticare che esistono ancora molte disuguaglianze e forme di dipendenza.

A un’uguaglianza nel riconoscimento della dignità di ciascun uomo e di ciascun popolo, deve corrispondere la consapevolezza che la dignità umana potrà essere custodita e promossa soltanto in forma comunitaria, da parte dell’umanità intera.

Soltanto con l’azione concorde di uomini e di popoli sinceramente interessati al bene di tutti gli altri, si può raggiungere un’autentica fratellanza universale; viceversa, il permanere di condizioni di gravissima disparità e disuguaglianza impoverisce tutti.

 

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 Il « maschile » e il « femminile » differenziano due individui di uguale dignità, che non riflettono però un’uguaglianza statica, perché lo specifico femminile è diverso dallo specifico maschile e questa diversità nell’uguaglianza è arricchente e indispensabile per un’armoniosa convivenza umana.

La condizione per assicurare la giusta presenza della donna nella società è una considerazione più penetrante e accurata dei fondamenti antropologici della condizione maschile e femminile, destinata a precisare l’identità personale propria della donna nel suo rapporto di diversità e di reciproca complementarità con l’uomo, non solo per quanto riguarda i ruoli da tenere e le funzioni da svolgere, ma anche e più profondamente per quanto riguarda la sua struttura e il suo significato personale.

 

39-147

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 La donna è il complemento dell’uomo, come l’uomo è il complemento della donna:donna e uomo si completano a vicenda, non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma anche ontologico.

È soltanto grazie alla dualità del « maschile » e del « femminile » che l’« umano » si realizza appieno.

È « l’unità dei due », ossia una « unidualità » relazionale, che consente a ciascuno di sentire il rapporto interpersonale e reciproco come un dono che è al tempo stesso una missione.

A questa “unità dei due” è affidata  non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia .

La donna è “aiuto” per l’uomo, come l’uomo è “aiuto” per la donna: nel loro incontro si realizza una concezione unitaria della persona umana, basata non sulla logica dell’egocentrismo e dell’autoaffermazione, ma su quella dell’amore e della solidarietà.

 

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 Le persone handicappate sono soggetti pienamente umani, titolari di diritti e doveri.

Pur con le limitazioni e le sofferenze inscritte nel loro corpo e nelle loro facoltà, pongono in maggior rilievo la dignità e la grandezza dell’uomo.

Poiché la persona portatrice di handicap è un soggetto con tutti i suoi diritti, essa deve essere aiutata a partecipare alla vita familiare e sociale in tutte le dimensioni e a tutti i livelli accessibili alle sue possibilità.

Bisogna promuovere con misure efficaci ed appropriate i diritti della persona handicappata.

Sarebbe radicalmente indegno dell’uomo, e negazione della comune umanità, ammettere alla vita della società, e dunque al lavoro, solo i membri pienamente funzionali perché, così facendo, si ricadrebbe in una grave forma di discriminazione, quella dei forti e dei sani contro i deboli ed i malati.

Una grande attenzione dovrà essere rivolta non solo alle condizioni di lavoro fisiche e psicologiche, alla giusta rimunerazione, alla possibilità di promozioni ed all’eliminazione dei diversi ostacoli, ma anche alle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata.

Anch’essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità, secondo le proprie possibilità e nel rispetto dell’ordine morale, che è lo stesso per i sani e per coloro che portano un handicap.

9) La socialità umana.

 

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La persona è, per sua natura e formazione, un essere sociale.

La natura dell’uomo si manifesta, infatti, come natura di un essere che risponde ai propri bisogni sulla base di una soggettività relazionale, ossia alla maniera di un essere libero e responsabile, il quale riconosce la necessità di integrarsi e di collaborare con i propri simili ed è capace di comunione con loro nell’ordine della conoscenza e dell’amore.

Una società è un insieme di persone legate in modo organico da un principio di unità che supera ognuna di loro.

Assemblea insieme visibile e spirituale, una società dura nel tempo: è erede del passato e prepara l’avvenire.

Occorre pertanto sottolineare che la vita comunitaria è una caratteristica naturale che distingue l’uomo dalle altre creature terrene.

L’agire sociale porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, quello di una persona operante in una comunità di persone: questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.

La vita sociale non è, dunque, estrinseca all’uomo: egli non può crescere né realizzare la sua vocazione se non in relazione con gli altri.

 

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La socialità umana non sfocia automaticamente verso la comunione delle persone, verso il dono di sé.

A causa della superbia e dell’egoismo, l’uomo scopre in se stesso germi di asocialità, di chiusura individualistica e di sopraffazione dell’altro.

Ogni società, degna di tal nome, può ritenersi nella verità quando ogni suo membro, grazie alla propria capacità di conoscere il bene, lo persegue per sé e per gli altri.

È per amore del proprio e dell’altrui bene che ci si unisce in gruppi stabili, aventi come fine il raggiungimento di un bene comune.

Anche le varie società devono entrare in relazioni di solidarietà, di comunicazione e di collaborazione, a servizio dell’uomo e del bene comune.

 

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La socialità umana non è uniforme, ma assume molteplici espressioni.

Il bene comune dipende, infatti, da un sano pluralismo sociale.

Le molteplici società sono chiamate a costituire un tessuto unitario ed armonico, al cui interno sia possibile ad ognuna conservare e sviluppare la propria fisionomia e autonomia.

Alcune società, come la famiglia, la comunità civile e la comunità religiosa sono più immediatamente rispondenti all’intima natura dell’uomo, altre procedono piuttosto dalla libera volontà.

Al fine di favorire la partecipazione del maggior numero possibile di persone alla vita sociale, si deve incoraggiare la creazione di associazioni e di istituzioni “a scopi economici, culturali, sociali, sportivi, ricreativi, professionali, politici, tanto all’interno delle comunità politiche, quanto sul piano mondiale.

Tale “socializzazione” esprime parimenti la tendenza naturale che spinge gli esseri umani ad associarsi, al fine di conseguire obiettivi che superano le capacità individuali.

Essa sviluppa le doti della persona, in particolare, il suo spirito di iniziativa e il suo senso di responsabilità.

Concorre a tutelare i suoi diritti.

10) I diritti umani.

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a) Il valore dei diritti umani

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Il movimento verso l’identificazione e la proclamazione dei diritti dell’uomo è uno dei più rilevanti sforzi per rispondere efficacemente alle esigenze imprescindibili della dignità umana.

In tali diritti, bisogna cogliere la straordinaria occasione che il nostro tempo offre affinché, mediante il loro affermarsi, la dignità umana sia più efficacemente riconosciuta e promossa universalmente quale caratteristica della persona.

Si valuta quindi positivamente la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che viene considerata una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità.

 

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 La radice dei diritti dell’uomo, infatti, è da ricercare nella dignità che appartiene ad ogni essere umano.

Tale dignità, connaturale alla vita umana e uguale in ogni persona, si coglie e si comprende anzitutto con la ragione.

La fonte ultima dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umaninella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo stesso e nella sua natura.

Tali diritti sono « universali, inviolabili, inalienabili ».

Universali, perché sono presenti in tutti gli esseri umani, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e di soggetti. 

Inviolabili, in quanto inerenti alla persona umana e alla sua dignità e perché sarebbe vano proclamare i diritti, se al tempo stesso non si compisse ogni sforzo affinché sia doverosamente assicurato il loro rispetto da parte di tutti, ovunque e nei confronti di chiunque.

Inalienabili, in quanto nessuno può legittimamente privare di questi diritti un suo simile, chiunque egli sia, perché ciò significherebbe fare violenza alla sua natura.

 

46-154

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 I diritti dell’uomo vanno tutelati non solo singolarmente, ma nel loro insieme: una loro protezione parziale si tradurrebbe in una sorta di mancato riconoscimento.

Essi corrispondono alle esigenze della dignità umana e implicano, in primo luogo, la soddisfazione dei bisogni essenziali della persona, in campo materiale e spirituale.

Tali diritti riguardano tutte le fasi della vita e ogni contesto politico, sociale, economico o culturale.

Essi formano un insieme unitario, orientato decisamente alla promozione di ogni aspetto del bene della persona e della società…

La promozione integrale di tutte le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni singolo diritto.

Universalità e indivisibilità sono i tratti distintivi dei diritti umani: sono due principi guida che postulano comunque l’esigenza di radicare i diritti umani nelle diverse culture, nonché di approfondire il loro profilo giuridico per assicurarne il pieno rispetto.

 

b) La specificazione dei diritti

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Il terzo pensiero offre una indicazione specifica riguardante la sua concezione di diritti umani.

I diritti umani considerati cardine del terzo pensiero sono:

  • il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati;
  • il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità;
  • il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità;
  • il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari;
  • il diritto a fondare liberamente una famiglia e ad accogliere ed educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. 

Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà spirituale religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.

Il primo diritto ad essere enunciato in questo elenco è il diritto alla vita, dal concepimento fino al suo esito naturale, che condiziona l’esercizio di ogni altro diritto e comporta, in particolare, l’illiceità di ogni pena capitale ed ogni forma di aborto procurato e di eutanasia.

È sottolineato l’altissimo valore del diritto alla libertà religiosa: tutti gli uomini devono restare immuni da costrizione da parte sia dei singoli, sia dei gruppi sociali e di qualsiasi autorità umana, così che in materia religiosa, entro certi limiti, nessuno sia forzato ad agire contro la propria coscienza, né sia impedito ad agire secondo la sua coscienza, in privato e in pubblico, da solo o associato ad altri.

Il rispetto di tale diritto è un segno emblematico dell’autentico progresso dell’uomo in ogni regime, in ogni società, sistema o ambiente.

 

c) Diritti e doveri

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Connesso inscindibilmente al tema dei diritti è quello relativo ai doveri dell’uomo.

Viene richiamata la reciproca complementarità tra diritti e doveri, indissolubilmente congiunti, in primo luogo nella persona umana che ne è il soggetto titolare.

Tale legame presenta anche una dimensione sociale.

Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto.

E’ pienamente riconosciuta la contraddizione insita in un’affermazione dei diritti che non preveda una correlativa responsabilità.

Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra.

 

d) Diritti dei popoli e delle Nazioni

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Il campo dei diritti dell’uomo si è allargato ai diritti dei popoli e delle Nazioni.

Infatti, quanto è vero per l’uomo è vero anche per i popoli.

Il diritto internazionale poggia sul principio dell’eguale rispetto degli Stati, del diritto all’autodeterminazione di ciascun popolo e della libera cooperazione in vista del superiore bene comune dell’umanità.

La pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli, in particolare il diritto all’indipendenza.

I diritti delle Nazioni non sono altro che i “diritti umani” colti a questo specifico livello della vita comunitaria.

La Nazione ha

  • un fondamentale diritto all’esistenza;
  • alla propria lingua e cultura, mediante le quali un popolo esprime e promuove la sua “sovranità” spirituale;
  • a modellare la propria vita secondo le proprie tradizioni, escludendo, naturalmente, ogni violazione dei diritti umani fondamentali e, in particolare, l’oppressione delle minoranze;
  • a costruire il proprio futuro provvedendo alle generazioni più giovani un’appropriata educazione.

L’assetto internazionale richiede un equilibrio tra particolarità ed universalità, alla cui realizzazione sono chiamate tutte le Nazioni, per le quali il primo dovere è quello di vivere in atteggiamento di pace, di rispetto e di solidarietà con le altre Nazioni.

 

e) Colmare la distanza tra dichiarazione dei diritti ed effettiva garanzia dei diritti

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La solenne proclamazione dei diritti dell’uomo è contraddetta da una dolorosa realtà di violazioni.

Tra queste violazioni spiccano guerre e violenze di ogni tipo, in primo luogo i genocidi e le deportazioni di massa, il diffondersi pressoché ovunque di forme sempre nuove di schiavitù quali il traffico di esseri umani, i bambini soldato, lo sfruttamento dei lavoratori, il traffico illegale delle droghe, la prostituzione:.

Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati.

Esiste purtroppo una distanza tra la dichiarata aderenza  e l’effettiva garanzia dei diritti dell’uomo,  ai quali è tributato spesso un rispetto puramente formale.

Il terzo pensiero considera fondamentale accordare privilegio ai poveri, asserendo con forza che i più favoriti devono rinunziare a certi loro diritti per mettere con più liberalità i propri beni a servizio degli altri e che un’affermazione eccessiva di uguaglianza può dar luogo a un individualismo dove ciascuno rivendica i propri diritti, sottraendosi alla responsabilità del bene comune.

 

51-159 

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La promozione dei diritti dell’uomo deve passare per la loro enunciazione e la denuncia in caso di loro violazione.

In ogni caso,  l’annuncio è sempre più importante della denuncia, e questa non può prescindere da quello, che offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta.

Per essere più efficace, un simile impegno deve essere aperto alla collaborazione ed al dialogo con persone di differenti idee politiche e religiose, a tutti gli opportuni contatti con gli organismi, governativi e non governativi, a livello nazionale e internazionale.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico insieme a quelle contenute nei post sotto riportati).


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