La dignità del lavoro – I rapporti tra lavoro e capitale

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Il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale.

Oggi, il termine «capitale» ha diverse accezioni: talvolta indica i mezzi materiali di produzione nell’impresa, talvolta le risorse finanziarie impegnate in un’iniziativa produttiva o anche in operazioni nei mercati borsistici.

Si parla anche, in modo non del tutto appropriato, di «capitale umano», per significare le risorse umane, cioè gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di un’organizzazione.

Ci si riferisce al «capitale sociale» quando si vuole indicare la capacità di collaborazione di una collettività, frutto dell’investimento in legami fiduciari reciproci.

Questa molteplicità di significati offre spunti ulteriori per riflettere su cosa possa significare, oggi, il rapporto tra lavoro e capitale.

 

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Il terzo pensiero considera i rapporti tra lavoro e capitale, mettendo in evidenza sia la priorità del primo sul secondo, sia la loro complementarità.

Il lavoro ha una priorità intrinseca rispetto al capitale.

Questo principio riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il “capitale” essendo l’insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa strumentale.

Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo.

Tra lavoro e capitale ci deve essere complementarità.

E’ la stessa logica intrinseca al processo produttivo a dimostrare la necessità della loro reciproca compenetrazione e l’urgenza di dare vita a sistemi economici nei quali l’antinomia tra lavoro e capitale venga superata.

In tempi in cui, all’interno di un sistema economico meno complesso, il «capitale» e il «lavoro salariato» identificavano con una certa precisione non solo due fattori produttivi, ma anche e soprattutto due concrete classi sociali, il terzo pensiero riconosce che entrambi sono in sé legittimi.

Né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale.

Si tratta di una verità che vale anche per il presente, perché è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro ciò che si ottiene con l’opera unita dell’uno e dell’altro; ed è assolutamente ingiusto che l’uno arroghi a sé quel che si fa, negando l’efficacia dell’altro.

 

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Nella considerazione dei rapporti tra lavoro e capitale, soprattutto di fronte alle imponenti trasformazioni dei nostri tempi, si deve ritenere che la «principale risorsa» e il «fattore decisivo» in mano all’uomo è l’uomo stesso.

L’integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso.

Il mondo del lavoro, infatti, sta scoprendo sempre di più che il valore del «capitale umano» trova espressione nelle conoscenze dei lavoratori, nella loro disponibilità a tessere relazioni, nella creatività, nell’imprenditorialità di se stessi, nella capacità di affrontare consapevolmente il nuovo, di lavorare insieme e di saper perseguire obiettivi comuni.

Si tratta di qualità prettamente personali, che appartengono al soggetto del lavoro più che agli aspetti oggettivi, tecnici, operativi del lavoro stesso.

Tutto questo comporta una prospettiva nuova nei rapporti tra lavoro e capitale: si può affermare che, contrariamente a quanto accadeva nella vecchia organizzazione del lavoro dove il soggetto finiva per venire appiattito sull’oggetto, sulla macchina, al giorno d’oggi la dimensione soggettiva del lavoro tende ad essere più decisiva e importante di quella oggettiva.

 

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Il rapporto tra lavoro e capitale presenta spesso i tratti della conflittualità, che assume caratteri nuovi con il mutare dei contesti sociali ed economici.

Ieri, il conflitto tra capitale e lavoro era originato, soprattutto, dal fatto che i lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori, e che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione, cercava di stabilire il salario più basso possibile per il lavoro eseguito dagli operai.

Attualmente, il conflitto presenta aspetti nuovi e, forse, più preoccupanti: i progressi scientifici e tecnologici e la mondializzazione dei mercati, di per sé fonte di sviluppo e di progresso, espongono i lavoratori al rischio di essere sfruttati dagli ingranaggi dell’economia e dalla ricerca sfrenata di produttività.

 

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Non si deve erroneamente ritenere che il processo di superamento della dipendenza del lavoro dalla materia sia capace di per sé di superare l’alienazione sul lavoro e del lavoro.

Il riferimento non è solo alle tante sacche di non lavoro, di lavoro nero, di lavoro minorile, di lavoro sottopagato, di lavoro sfruttato, che ancora persistono, ma anche alle nuove forme, molto più sottili, di sfruttamento dei nuovi lavori, al super-lavoro, al lavoro- carriera che talvolta ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona, all’eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la vita familiare, alla modularità lavorativa che rischia di avere pesanti ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza e sulla stabilità delle relazioni familiari.

Se l’uomo è alienato quando inverte mezzi e fini, anche nel nuovo contesto di lavoro immateriale, leggero, qualitativo più che quantitativo, si possono dare elementi di alienazione a seconda che cresca la … partecipazione dell’uomo in un’autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione.

(Queste affermazioni sono stilate nel tentativo di codificare un Terzo Pensiero Politico
di cui avete letto il Capitolo 28 in Rev. 0).
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