In caso vi fosse rimasto qualche dubbio: ecco perché ci hanno imposto la presidenza di Napolitano.

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Perché non hanno continuato a riproporre Marini?

Bastava aspettare che scendesse il quorum e non ci sarebbe stato modo bloccarne l’elezione.

Perché hanno deciso di suicidare il PD?

Sono veramente tutti impazziti?

Oppure stavano segunedo un piano?

Ci hanno insegnato che le vecchie categorie politiche sono superate.

Ci hanno detto che non c’è più nessuna differenza tra destra e sinistra.

Ci hanno detto che le classi non esistono più e la lotta di classe non è altro che una vestigia di un antico passato.

Però, quando utilizzando strumenti nuovi ed eleganti non si riesce nemmeno a cavare un ragno dal buco, diventa opportuno mettere mano a strumenti “superati” per vedere se si riesce ad ottenere risultati migliori.

Ecco che mi è venuta voglia di rispolverare due definizioni che ammuffivano in un angolo della mia memoria: mi sono quindi ritrovato a pensare in termini di dialettica tra ideali di destra ed ideali di sinistra.

Come vedremo, ero tornato a pensare in termini di lotta di classe.

Una politica di destra è basata sulla convinzione che il progresso sia generato dallo scontro tra gruppi di individui presenti in una popolazione che porti alla prosperità dei gruppi più adatti alla sopravvivenza ed alla sottomissione dei gruppi meno meritevoli.

Questa politica è sempre messa in pratica dalle aristocrazie che tendono, sulla base di questa convinzione, a giustificare qualunque mirata a tutelare gli interessi del loro gruppo sociale.

Una politica di sinistra è invece basata sul convincimento che il progresso debba essere comune a tutta la popolazione e, di conseguenza, tende ad assegnare priorità maggiore agli interessi dei gruppi numericamente più significativi e degli individui più svantaggiati.

Questa politica è sempre messa in pratica dalle democrazie che, per loro natura, tendono a tutelare gli interessi della maggioranza.

La realtà attuale mi è apparsa molto più chiara quando ho iniziato a pensare all’aristocrazia finanziaria come ad una classe sociale.

L’aristocrazia finanziaria è costituita da persone che dispongono di grandi quantità di denaro e basano la loro prosperità sulla cessione di questo prodotto (e cioè sui prestiti o sulle partecipazioni azionarie).

Per comprendere il comportamento dell’aristocrazia finanziaria bisogna comprendere la differenza tra finanza ed economia.

La aristocrazia finanziaria possiede e presta denaro allo scopo di ottenere più denaro.

L’ “economia” usa il denaro per produrre merci.

L’attuale crisi è generata  da una stretta finanziaria (cioè dall’indisponibilità di denaro) e non da una contrazione dell’economia in quanto non c’è alcuna penuria né di mezzi di produzione né di materie prime né di forza lavoro.

Inutile dire che l’attuale crisi è un paradiso per l’aristocrazia finanziaria in quanto il prodotto di cui dispongono (cioè il denaro) è disperatamente richiesto dai privati cittadini, dagli imprenditori e, soprattutto, dagli stati che hanno alienato la loro sovranità monetaria.

Nel deserto, chi possiede acqua è un uomo ricco.

L’esistenza di questo paradiso è però messa a rischio dal fatto che esso è caratterizzato da una dolosa artificialità che risulterebbe evidente nel momento in cui, a seguito di una interruzione delle politiche necessarie alla sua manutenzione, le lande sabbiose iniziassero a coprirsi di erba e fiori.

L’aristocrazia finanziaria deve quindi tenere stretto il potere ed, a questo punto, non può nemmeno limitarsi ad impedire la messa in pratica di efficaci politiche anticicliche: devi impegnarsi ad imporre con forza politiche pro cicliche e cioè imporre politiche che facciano durare la crisi.

In tutto questo, l’aristocrazia finanziaria è aiutata dai politici al potere nel momento in cui si sono create le condizioni per la crisi.

E’ infatti dimostrato che, in questi casi, una coraggiosa assunzione di responsabilità porta alla cancellazione dell’intera classe politica presente sulla scena nel momento in cui queste decisioni scellerate sono state prese.

Questo spiega come tutti gli esponenti politici di una certa età abbaino una spiccata tendenza a rimuovere o demonizzare qualunque osservazione o teoria che, prevedendo una possibile soluzione dei problemi attuali, metta le basi per la dimostrazione pratica delle loro responsabilità.

E questi spiega come tutti partiti generati dalla progressiva dissoluzione di PDL, PD ed UDC agiscano, in maniera coordinata per impedire la risoluzione della crisi ed, in questo modo, fare gli interessi dell’aristocrazia finanziaria.

Per distinguere gli interessi dell’aristocrazia finanziaria bisogna capire che il denaro è un prodotto soggetto alle leggi della domanda e dell’offerta: se c’è tanto denaro sul mercato, rispetto al quanto ne servirebbe, chi presta denaro guadagna di meno, se ce n’è poco, chi presta denaro guadagna di più.

E questo vale sia se a richiedere denaro sono i singoli cittadini, sia se sono le imprese, sia se sono gli stati.

Quindi, l’azione pro ciclica è basata su:

  • il contenimento dell’inflazione che erode i capitali inattivi e, conseguentemente, obbliga a mettere sul mercato il denaro accumulato;
  • il rifiuto di ogni svalutazione che, seppur riattivando l’economia interna, renderebbe i capitali interni meno valevoli all’estero;
  • il contenimento di stipendi e salari il cui aumento
    • produrrebbe inflazione;
    • diminuirebbe il bisogno di denaro da parte dei cittadini;
  • la demolizione dello stato sociale che tende ad ammortizzare quelle crisi personali (malattia, inabilità, disoccupazione) la cui eventualità costringe i cittadini ad immobilizzare somme di denaro destinate all’emergenza;
  • il drenaggio di liquidità per mezzo di una fiscalità rapace ed invasiva;
  • il rifiuto della sovranità monetaria che libera gli stati dalla morsa del debito;
  • un costante aumento del debito pubblico.

A questa azione deve inoltre essere aggiunte tre condizioni che sono necessarie alla sopravvivenza dell’aristocrazia finanziaria e dei politici che la appoggiano:

  • un abbassamento della consapevolezza (e quindi del livello culturale) della popolazione, e quindi la demolizione del sistema scolastico nazionale;
  • una “limitazione” della democrazia che permetta l’accesso alle leve del potere solo a coloro che dispongono di grandi risorse finanziarie   o fanno parte della aristocrazia finanziaria;
  • l’assenza di partiti che propongano una reale politica di sinistra.

Infatti l’aristocrazia finanziaria non dispone né dei numeri per prevalere in una democrazia compiuta né di una funzione sociale che, al di fuori della crisi, ne garantisca un peso politico dominate.

Veniamo quindi a quello che è successo subito prima della seconda elezione di Napolitano.

Il progetto mirato a generare una apparente ingovernabilità, per mezzo di un sostanziale pareggio tra PD e PDL (i quali, comunque, appoggiano l’aristocrazia finanziaria) era riuscito ma aveva visto sorgere una terza forza di opposizione che propone politiche di sinistra ed agisce attivamente per avvicinare i cittadini alla politica.

L’esperienza del governo Monti, che rappresentava l’impegno diretto dell’aristocrazia finanziaria, non era più ripetibile in quanto l’azione politica perpetrata era stata tanto sfacciata e diretta da renderne impossibile la difesa.

Soprattutto, un governo come quello di Monti non è utilizzabile in presenza di una reale opposizione che capitalizzi politicamente il dissenso.

Per prima cosa è stata lanciata una campagna che proponesse il concetto (falso) che l’assenza di governo paralizzasse anche le attività del parlamento. La presenza di uno stato a protezione dei cittadini era focalizzata sulla sola figura del Presidente della Repubblica.

Il presidente (quasi emerito) ha quindi nominato 10 saggi i quali hanno generato un programma che ricalcava pesantemente gli interessi dell’aristocrazia finanziaria.

L’asse PD-PDL-UDC ha quindi messo in piedi un teatrino col quale “bruciavano” una sequenza di candidature paventando l’impossibilità di votare un presidente.

Si trattava di un falso infatti, come detto, bastava proporre Marini, o una qualsiasi  delle candidature condivise tra PDL e PD per ottenere il quorum necessario anche in presenza di numerosissimi franchi tiratori.

Ed invece hanno proposto Prodi, ottenendo l’opposizione del PDL e la debacle che ne è derivata.

Ed infine hanno chiamato Napolitano che, da salvatore della Patria, si è trovato in condizione di imporre un governo incentrato sul programma dei saggi.

La mia convinzione è quindi che Napolitano sia sempre stato il presidente in pectore e l’obiettivo del “teatrino dei quattro presidenti”  è stato  l’imposizione, per più tempo possibile di politiche che permettano il perdurare di quelle condizioni di crisi che garantiscono gli interessi dell’aristocrazia finanziaria a cui tutti i politici dell’asse PD-PDL-UDC fanno riferimento.

Difficilmente sarà possibile verificare questa mia convinzione: in ogni caso è opportuno continuare ad interpretare l’attualità politica utilizzando le categorie politiche proposte in questo articolo per capire cosa sta succedendo.

Conviene inoltre rileggere, con rinnovata attenzione, gli sproloqui dei cosiddetti saggi in quanto impatteranno con grande decisione sulla nostra vita futura.

Il programma dei 10 SaggiLegge elettorale mista con premio governabilità - Superare la legge elettorale vigente: Il nuovo sistema “potrebbe prevedere un sistema misto (in parte proporzionale e in parte maggioritario) un alto sbarramento, un ragionevole premio di governabilita”. E’ quanto propongono i dieci saggi nel documento conclusivo invitando anche ad abolire le circoscrizioni estere.

Una sola Camera con potere di indirizzo politico – Per i saggi la governabilità sicura si ha solamente con una sola Camera politica. “Nessun sistema elettorale garantisce automaticamente” la maggioranza in entrambi rami del parlamento. “Diverse sarebbero le prospettive della stabilità se si attribuisse l’indirizzo politico a una sola Camera”. Per superare l’attuale bicameralismo perfetto i saggi propongono che il Senato rappresenti le autonomie regionali. Solo la Camera voterebbe la fiducia e i disegni di legge.

Ridurre parlamentari, 480 deputati e 120 senatori – Ridurre il numero dei parlamentari, prevedendo 480 deputati e 120 senatori. “Per effetto del superamento del bicameralismo paritario, occorre calcolare – si legge nel testo – il numero di parlamentari con modalità diverse tra Camera e Senato. Oggi i deputati sono 630, all’incirca uno ogni 95.000 abitanti. Il gruppo di lavoro ritiene che sia ragionevole seguire un criterio per il quale la Camera sia composta da un deputato ogni 125.000 abitanti. I deputati verrebbero così ad essere complessivamente 480. Per i senatori, si propone un numero complessivo di 120, ripartiti, come si è detto, in proporzione al numero di abitanti in ciascuna regione”.

A Camera e Senato anche due comitati etici - Per tutelare il rapporto di fiducia che deve intercorrere tra i cittadini e chi esercita funzioni pubbliche, i ‘saggi’, propongono di istituire alla Camera e al Senato due distinti Comitati Etici. Si tratterebbe di Giunte costituite da 4 persone con esperienza parlamentare che dovranno vigilare su conflitto di interesse, compatibiltà dell’attività e iniziative non parlamentari degli eletti e trasparenza della loro attività .

Ridurre il numero di commissioni da 22 a massimo 10 - I saggi ipotizzano la riduzione delle Commissioni parlamentari permanenti dalle attuali 22 a 9 o 10 al massimo. Nell’ipotesi più snella gli accorpamenti prevedono le seguenti commissioni: – Affari costituzionali e interni dello Stato e regionali; – Giustizia; – Affari internazionali e sicurezza dello Stato; – Bilancio, tesopro e finanze; – Cultura, istruzione e telecomunicazioni; – Ambiente e tutela del territorio, infrastrutture e trasporti; – Attività economiche e produttive, innovazione e tecnologie; – Politiche sociali, lavoro e pari opportunità; – Politiche dell’Unione Europea. Nell’ipotesi a 10 Commissioni gli accorpamenti prevedono: – Affari costituzionali, dello Stato e regionali; – Giustizia; – Affari internazionali; – Affari Interni e sicurezza dello Stato; – Bilancio, Tesoro Finanze; – Cultura, istruzione e telecomunicazioni; – Ambiente e tutela del territorio, infrastrutture e trasporti; – Attività economiche e produttive, innovazione e tecnologie; – Politiche sociali, lavoro e pari opportunità; – Politiche dell’Unione europea.

Adeguato finanziamento ai partiti ineliminabile – “Il finanziamento pubblico delle attività politiche in forma adeguata e con verificabilità delle singole spese, costituisce un fattore ineliminabile per la correttezza della competizione democratica e per evitare che le ricchezze private possano condizionare impropriamente l’attività politica” scrivono i saggi che suggeriscono anche di “uniformare i soggetti deputati al cntrollo dei costi della politica”. “I controllori devono essere esterni e indipendenti” aggiungono.

Albo delle lobby per garantire trasparenza – Istituire presso la Camera e Senato e nelle Assemblee regionali un Albo dei portatori di interessi. “I gruppi di interesse svolgono una legittima ma non sempre trasparente attività di pressione sulle decisioni politiche” ricordano i saggi secondo i quali serve un mezzo per garantire trasparenza ed evitare di alterare la concorrenza.

Serve legge su conflitto interessi senza spirito di parte – “Si pone il problema di prevenire il conflitto tra interessi privati e interesse pubblico da parte di coloro che sono chiamati a perseguire quest’ultimo” si legge nella relazione che parla di “necessità di una legge sulla materia costruita non sulle aspirazioni dell’una o dell’altra forza politica, ma su proposte che non possano essere identificate come mosse da spirito di parte”; per esempio partendo dalle proposte dell’Autorità Antitrust.

Commissione per riforma costituzione – Una commissione mista per la riforma della Costituzione , costituita in parte da parlamentari (eletti dalle Camere secondo un criterio di rappresentanza proporzionale) e in parte da non parlamentari (scelti con modalità che saranno decise dal Parlamento). La commissione dovrebbe predisporre un progetto di riforma (eventualmente preceduto da un referendum di indirizzo tra più opzioni su alcune questioni significative). Il progetto della commissione dovrebbe poi essere votato dalle Camere articolo per articolo, senza emendamenti (ma con la possibilità di chiedere modifiche alla commissione con l’approvazione di ordini del giorno vincolanti). Il processo di riforma sarebbe completato con un referendum confermativo sul testo approvato dal Parlamento. “Si tratta di un organismo del tutto diverso dalla cosiddetta Assemblea Costituente – spiegano i saggi nella relazione – perché non avrebbe il potere di deliberare al posto del Parlamento ma solo il potere di proporre un testo sul quale il Parlamento potrà liberamente deliberare”.

Su incompatibilità decida giudice, non camere – Modificare l’art. 66 della Costituzione in modo da attribuire “ad un giudice indipendente e imparziale” la decisione su legittimità dell’elezione, ineleggibilità e incompatibilità, togliendolo al Parlamento: é quanto viene proposto, sottolineando che ora c’é il rischio “del prevalere di logiche politiche”.

Porre limiti a divulgazione intercettazioni – Le intercettazioni devono essere un mezzo per la ricerca della prova “e non strumento di ricerca del reato” dicono i saggi nella loro relazione finale. Nel documento si propone di “porre limiti alla loro divulgazione perché il diritto dei cittadini a essere informati non costituisca il pretesto per la lesione di diritti fondamentali della persona”.

Per giudizi disciplinari magistrati corte ad hoc – Per i saggi il giudizio disciplinare sui magistrati va esercitato in primo grado dal Csm, ma in secondo grado da una Corte ad hoc. La Corte sarebbe composta per un terzo da magistrati, per un terzo da componenti eletti dal Parlamento e per un terzo da componenti nominati dal presidente della Repubblica. Nella relazione si affronta anche il tema dei magistrati che si candidano alle elezioni: i saggi sostengono che ai magistrati deve essere vietato di candidarsi nei luoghi ove ha esercitato la sua funzione. Vietato anche tornare a esercitare la funzione nei luoghi dove il magistrato è stato candidato.

Potenziare norme legge anticorruzione - Il Parlamento “ha approvato recentemente un’importante legge anticorruzione” che va tuttavia potenziata nelle attività di prevenzione da parte della Pa e nelle attività di controllo amministrativo. Soprattutto va introdotto il reato di autoriciclaggio, vanno rafforzate le norme sulla falsità in bilancio e precisata la fattispecie dello “scambio elettorale politico-mafioso”.

Lavoro emergenza chiave, serve sviluppo equo - Un passaggio importante del lavoro è stato dedicato all’economia. Per i saggi “la principale emergenza che ci troviamo oggi ad affrontare” è “quella del lavoro e della conseguente crescita della povertà” e “la via maestra” per combatterlo è lo “sviluppo economico equo e sostenibile”

Rivedere patto stabilità interno – “Alla luce dell’entrata a regime della modifica costituzionale sul vincolo di bilancio strutturale, vanno riviste le modalità attraverso cui opera il cosiddetto “Patto di stabilità interno” scrivono i saggi. “In questi anni la difficile comprimibilità della spesa pubblica corrente ha finito col sacrificare gli investimenti pubblici: la spesa in conto capitale ha raggiunto un minimo storico. Ne va subito almeno rafforzata la qualità e l’efficacia”

Proseguire e rafforzare la spending review - E’ necessario proseguire e rafforzare l’opera di riduzione e riorientamento della spesa pubblica delle amministrazioni (cosiddetta spending review), utilizzando e raffinando ulteriormente le analisi già svolte allo scopo di identificare le pratiche migliori, così da obbligare tutte le amministrazioni, centrali e locali, a spostarsi sulla “frontiera dell’efficienza”, modificando comportamenti stratificati nel tempo.

Riprendere negoziati con la Svizzera - “Si propone al Governo di valutare l’opportunità di riprendere i negoziati bilaterali con la Svizzera per un accordo di trasparenza ai fini della tassazione dei redditi transfrontalieri di natura finanziaria”. “In parallelo, il Governo può attivarsi in sede Ue – aggiungono – affinché l’Unione stessa negozi un tale accordo, in nome di tutti gli Stati membri”.

Su redistribuzione fisco parola a politica – Le scelte distributive dell’onere fiscale e delle risorse raccolte sono prettamente politiche e il Gruppo ha ritenuto di non potervisi addentrare”. Lo scrivono i saggi nel loro documento, sottolineando comunque una “raccomandazione”: destinare le maggiori eventuali entrate a ridurre il peso del fisco sui redditi da lavoro.

Trattare con Ue investimenti fuori da 3% di deficit - Per l’Italia “é prioritario che nel maggio di quest’anno sia chiusa la procedura per disavanzo eccessivo”, in modo da poter trattare la possibilità di non considerare gli investimenti entro i vincoli di deficit del 3%, specie i fondi nazionali di cofinanziamento ai progetti che ricevono Fondi Ue.

Italia chieda bond area euro e bilancio autonome Ue – “In una prospettiva di medio termine, bisogna valutare l’opportunità di dotare l’area euro di un’autonoma capacità di bilancio, distinta da quella dell’Ue, decidendo su come alimentarlo (per esempio, emettendo appositi titoli europei di debito pubblico) e sulle modalità d’uso delle sue risorse (per esempio, per innovative azioni europee a favore dell’occupazione)”.

Su avanzo conti pubblici Germania e Italia le migliori - “Nel 2012 solo l’Italia e la Germania presentano un avanzo primario, rispettivamente 2,5% e 1,7% del Pil”. E’ quanto evidenziano i saggi nella parte statistica del rapporto che segnala, invece, un disavanzo medio europeo dello 0,6%. Questo risultato – viene spiegato – “si riflette anche sugli indicatori di sostenibilità del debito stimati dal FMI e dalla Commissione europea, da cui si evince che l’Italia e la Germania insieme alla Francia sono i paesi dell’area con la situazione migliore in prospettiva”

Completare in tempi rapidi pagamernto debiti Pa – “Dopo il decreto legge varato nei giorni scorsi dal Governo, va completato il pagamento, per la parte ancora da versare, del debito pregresso accumulato fino al 31 dicembre 2012″. “Ci sembra essenziale procedere nei tempi più rapidi possibili” scrivono i saggi.

Crescita non si può fare con disavanzo pubblico – “A lungo ci si è illusi che la spesa pubblica in disavanzo, fosse la panacea per sovvenire, stimolare, perequare. Ma ormai è chiaro a tutti che il debito pubblico in questo modo accumulato sottrae risorse alle generazioni successive. Ora il nodo è venuto al pettine, non si può tornare alla spesa primaria in disavanzo e si deve ricercare uno sviluppo basato sui “fondamentali” del sistema economico”.

Attuare federalismo fiscale, sì anche a riforma catasto - “Occorre intervenire anche sulla finanza decentrata, concludendo in tempi rapidi il processo di attuazione della riforma del 2009 sul federalismo fiscale”. I saggi evidenziano anche la necessità di riprendere l’esame del disegno di legge delega sul fisco, che prevede la riforma del catasto e quella del diritto penale tributario.

Fisco amico, ridurre contenzioso tributario - Pervenire a un “fisco amico” che, ove occorra, assista il contribuente negli adempimenti fiscali e non si limiti a perseguitarlo, instaurando così una costante interazione”: è l’indicazione che arriva dai saggi, che sottolineano l’importanza di ridurre drasticamente il contenzioso tributario.

Malattia economia italiana è l’inefficienza - “La malattia dell’economia italiana ha una causa principale: l’inefficienza, ovvero la produttività bassa e stagnante”, una inefficienza che “colpisce sia le amministrazioni pubbliche, sia diversi segmenti dei settori privati che producono servizi e beni manufatti”. “Hanno pesato – scrivono i saggi – la difficoltà di molte imprese private a crescere nella dimensione e l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche”.

Rivedere restrizioni dei contratti a termine – “Poiché l’attesa ripresa di fine anno sarà caratterizzata per un certo periodo di tempo da incertezze sulla sua durata e intensità, vi è il rischio che le imprese siano estremamente prudenti nel procedere ad assunzioni a tempo indeterminato: per questo sarebbe utile riconsiderare le attuali regole restrittive nei confronti del lavoro a termine, almeno fino al consolidamento delle prospettive di crescita economica”.

Ora norme su Rsu e cogestione lavoratori – “L’attuale legislazione sulle relazioni industriali favorisce incertezza, divisioni e controversie. Di conseguenza, sarebbe opportuno disciplinare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali nel settore privato”. “Inoltre, si potrebbe rivedere l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori – prosegue la relazione – coerente con la sopra citata disciplina della rappresentatività, per arrivare ad un modello unico di rappresentanza sul luogo di lavoro, nell’ottica di consentire a tutte le organizzazioni sindacali effettivamente rappresentative di non essere escluse dal godimento dei diritti sindacali e al datore di lavoro di poter contare su interlocutori certi e realmente rappresentativi”. “Da ultimo, sempre al fine di rafforzare la qualità delle relazioni industriali – scrivono ancora i saggi – sarebbe opportuno intervenire sul tema della partecipazione dei lavoratori nell’impresa. Si potrebbe partire dall’estensione dell’ambito di applicazione dei diritti di informazione e consultazione, integrandoli con forme ulteriori di partecipazione, compreso l’azionariato dei lavoratori (eventualmente con un incentivo fiscale) e introducendo forme più avanzate di bilateralità nella gestione di istituti del welfare e della formazione”.

Nè programma di governo, nè manifesto politico - “Questo documento non è un programma di governo, organico e sviluppato in un’ottica di lungo termine. Non può essere e non è un manifesto politico. Non è neanche una mera nota descrittiva dei problemi. Proponiamo un elenco ragionato di possibili linee di una futura azione di governo in campo economico-sociale-ambientale”. E’ quanto si legge nel documento del gruppo di lavoro economico dal titolo l’ ‘Agenda possibile’.

Credito di imposta per lavoratori a bassa retribuzione – “Una misura possibile consiste nell’introdurre un credito di imposta per i lavoratori a bassa retribuzione. Esso non solo risponderebbe a esigenze equitative, ma potrebbe risolversi anche in un incentivo alla partecipazione del lavoro”. “Un credito d’imposta – spiegano i saggi – va sottratto all’imposta calcolata sul reddito da lavoro personale: quello qui suggerito, per la parte eccedente l’imposta dovuta, verrebbe corrisposto al lavoratore, configurandosi quindi come un sussidio monetario. Al contrario di altri strumenti pensati per gli individui privi di un impiego retribuito, il credito d’imposta, incrementando esclusivamente i redditi netti da lavoro, mira a stimolare l’occupazione; potrebbe anche contribuire all’emersione di occupazioni irregolari”.

Entro giugno serve 1 miliardo per Cig in deroga - “Non può non essere sottolineata l’urgenza di rifinanziare entro il mese di giugno il meccanismo degli ammortizzatori sociali in deroga per il secondo semestre dell’anno 2013 (circa un miliardo di euro)”.

Vola rischio povertà: sale di 4 punti in 1 anno – La percentuale delle persone a rischio di povertà o esclusione è salita in Italia di 4 punti in un solo anno: è rimasta stabile intorno al 25% tra il 2005 e il 2010 ed è salita, tra il 2010 e il 2011, al 28,2% “con un aumento di ben 4 anni in un solo anno”.

Tra emergenze esodati e moratoria mutui - “Va affrontata la grave questione dei cosiddetti esodati, individuando con precisione la platea interessata da questo fenomeno e definendo gli eventuali interventi normativi necessari”. I saggi ricordano poi “che a fine marzo è scaduta la moratoria sui mutui delle famiglie in difficoltà”, quindi “é importante assicurare un’adeguata dotazione del fondo di solidarietà da utilizzare a tale scopo”.

Reddito minimo difficile da realizzare ma si valuti - Il reddito minimo di inserimento è una misura “onerosa e quindi difficilmente realizzabile nelle attuali condizioni di bilancio a meno di una decisa redistribuzione delle risorse disponibili”. Il Gruppo di lavoro – viene sottolineato – non ha avuto modo di analizzare in dettaglio le diverse proposte; tuttavia, ritiene utile suggerire un approfondimento della questione nell’ambito di un possibile ridisegno delle politiche sociali”.

Fisco disincetiva famiglia, cambiare per più nascite – Il sistema fiscale italiano ha oggi addirittura dei “disincentivi” per la famiglia che vanno invece “eliminati”. “Da tempo la famiglia italiana – scrivono i saggi – svolge una faticosa funzione di supplenza, al punto da essere considerata il principale ‘ammortizzatore sociale’ del Paese. La crisi ha reso ancora più fragile la condizione delle famiglie, con effetti negativi anche sulla loro capacità di farsi carico di attività di assistenza sia all’interno delle reti familiari, sia verso l’esterno”. “Va poi notato che, a seguito dell’allungamento della vita media e al calo della natalità – prosegue la relazione – l’Italia va incontro a squilibri crescenti di natura demografica. Inoltre, il problema della non autosufficienza è destinato a divenire ancora più rilevante”. “In questo quadro, si segnala l’opportunità di ripensare l’attuale sistema fiscale – concludono i saggi – allo scopo, da una parte, di riequilibrare l’attuale dinamica demografica, tendendo almeno ad eliminare i disincentivi esistenti, di fatto, per i nuclei familiari”.

Serve subito nuovo Isee - “Definire quanto prima il nuovo Indicatore della situazione economica equivalente (Isee), partendo dalla proposta già discussa presso la conferenza Stato-Regioni”. Lo scrivono i saggi che evidenziano come quello attuale determini “iniquità e distorsioni”.

Expo 2015 opportunità unica, ora nuova governance - L’ Expo 2015 di Milano “é un’ opportunità unica per il Paese intero” che avrà “importanza strategica” e “l’Italia deve sfruttare al meglio questa occasione”. I saggi ricordano che gli studi “stimano in quasi 5 miliardi di euro la ricaduta in favore del sistema turistico nazionale”. Insomma “l’EXPO deve divenire un’occasione unificante per il rilancio dell’Italia”. Secondo i saggi “é urgente dare un assetto definitivo alla sua governance e configurare i luoghi decisionali speciali per coglierne al meglio le grandi opportunità”. Di qui la proposta di “istituire un ‘Comitato interministeriale’ per assumere le decisioni strategiche ed assicurare il coordinamento fra le varie amministrazioni dello Stato”.

Fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/politica/13/04/12/finito-lavoro-saggi.html

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