L’esempio di Benedetto XVI, il buon combattimento e la croce da portare

Questa mattina, andando al lavoro, mi stavo chiedendo se ero disposto a portare una croce.

Non è una domanda facile quando ci si rende conto che la croce non è una eventualità.

Varia il peso di quella croce. Varia la profondità delle ferite. Ma la croce c’è sempre.
Nel momento in cui si cerca di applicare realmente i principi del Vangelo, si viene sottoposti a tante piccole crocifissioni (sotto forma di emarginazioni, prese in giro, fino ad arrivare a vere e proprie opposizioni lavorative).

La gente ha paura di chi non viola la legge, di chi paga le tasse, di chi non entra nei cori di odio, di chi dice si-si e no-no.
La gente ha paura di chi agisce come se esistesse una realtà spirituale.
La gente ha paura di chi agisce come se la vita avesse un Senso.
Il fatto è che la testimonianza (se fatta mettendo in pratica scelte concrete) mette a disagio coloro che non fanno quelle scelte.

Non è facile vivere questa cosa con serenità. E non è facile nemmeno viverla con carità.
Perché non è facile vivere un combattimento senza odiare il nemico.

A me Benedetto ha aiutato. Anche ora. Mi ha dato l’esempio.

Lui mi ha fatto vedere che è possibile fare le proprie scelte con umiltà e coraggio.

Spero di fare tesoro di questo dono.

E poi mi sono reso conto che la fuga dal buon combattimento non è altro che una morte lenta.

E quindi non c’è scelta: c’è una croce da portare.

Portare con dignità la propria croce è infatti l’unico modo di fare sì che, se sarà proprio necessario salirci, lo si farà da uomini ancora vivi.

Pace e Bene a tutti

Guido

4 pensieri su “L’esempio di Benedetto XVI, il buon combattimento e la croce da portare

  1. bernardo luraschi

    Caro Guido,
    amico cui tengo, queste poche righe per ricordarti che la croce non è esclusiva prerogativa dei credenti e che Dio è imperscrutabile e pieno d’ironia (lo sanno bene gli ebrei che adorano le storielle divertenti)
    Luis Ferdinand Celine scrisse un libro dal titolo “Morte a credito”, c’è poco d’aggiungere, si nasce avendo per destino la morte. Questa è la croce, la croce dei vivi, specialmente di chi non ha fede in una vita dopo la morte. Costoro, in verità portano la croce peggiore, sanno che non c’è speranza, sanno che per loro sono possibili solo due strade:
    Quella dell’edonista egoista che si gode la vita, disprezzando chi s’illude di guadagnarsi con l’azione un mondo migliore dopo la morte.
    Quella di coloro che pensano l’esistenza come un passaggio del testimone alle generazioni future, costoro sanno che alla fine della loro vita ci sarà una sola domanda da porsi innanzi alla propria coscienza e al mondo naturale tutto: “Cos’ho fatto per il bene delle generazioni future e della vita”.
    Per questo una società che non costruisce un futuro degno di questo nome per i propri figli e non si cura della vita del mondo è una società morta, che sta compiendo un crimine metafisico.
    Questa è cosa ben diversa dal conquistarsi il Regno dei Cieli, o forse è il vero modo di conquistare il Regno dei Cieli, solo Dio può saperlo.
    Bello scherzo se i laici del secondo tipo finissero in Paradiso e i credenti all’Inferno, sotto accusa di superbia. Non costruiscono forse i credenti una loro personale torre di Babele per raggiungere il Regno dei Cieli?

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    1. Guido Autore articolo

      Carissimo Bernardo,

      non tutti i credenti costruiscono una torre di Babele e, personalmente, io cerco di non farlo.

      In realtà, per la religione cattolica, il regno dei cieli si raggiunge per grazia di Dio e le nostre buone azioni sono “solamente” una forme di lode al Signore e di amore nei confronti dei fratelli.

      Sono un po’ come il regalo di un bambino al Padre il giorno della festa del papà: con quali soldi crediamo che sia comprata la cravatta che il figlio gli regala ogni 19 marzo? Però al Padre fa piacere. E tanto basta.

      Personalmente (forse te l’ho già raccontato) ho sperimentato che quello che faccio di buono mi fa stare bene.

      Semplicemente, quando combino qualcosa di buono, sono felice.

      E mi fa piacere affiancare le mie piccole azioni all’ammontare di Bene fatto nel mondo.

      E lo faccio anche nel tentativo di non aggiungere altra colpa metafisica alle tante altre colpe che dovranno necessariamente essere perdonate dal Padre se vorrà avermi con sé nell’eternità.

      Tutto qui.

      Guido

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