Sulla mitica società civile

di Giorgio Bernardelli | 03 gennaio 2013 

E se la rigenerazione della politica cominciasse da un bagno di umiltà anche all’interno della società, togliendole quell’aggettivo “civile” che la vuole per forza di cose buona?

Non s'aggiusta....

Pensierino cattivello di inizio anno: non sopporto più la corsa pre-elettorale all’esponente della società civile da portare in Parlamento o da candidare altrove. Intendiamoci: niente in contrario. Ma non potrebbero candidarsi e basta, senza tirare in ballo questa specie di araba fenice che ricompare ogni volta che il termine “politica” supera ogni precedente soglia di impopolarità?

Se c’è un concetto terribilmente evanescente è proprio quello di società civile: chi ne fa parte? Il mondo dell’associazionismo, certo (ma le associazioni sono davvero tutte uguali?). E poi c’è il terzo settore, il mondo della cooperazione. Ma vuoi lasciare fuori il professore “prestato” alla politica o lo stimato imprenditore? E il magistrato antimafia? La cantante impegnata? E quello che, fino ad ora, ha fatto semplicemente il suo lavoro che cos’è? Società civile oppure no?

Lo confesso: mi dà sempre più fastidio sentire questa tiritera. La trovo una gigantesca ipocrisia, con l’illusione di proporre uomini e donne rimasti “incontaminati” dentro a qualche riserva indiana. Risorse indispensabili per iniettare quel po’ di moralità che serve a un sistema politico degradato.

Siamo seri: quante volte abbiamo già sentito questo identico discorso? E quante volte ha funzionato? Non è che, forse, il problema sta nel fatto che stiamo parlando di qualcosa che non c’è? E che la rigenerazione della politica ha bisogno di cominciare con un bagno di umiltà anche all’interno della società, togliendo quell’aggettivo “civile” che la vuole per forza di cose buona in opposizione alla cattiva politica?

Mi limito a un piccolo esempio: il 2012 è stato l’anno scandito dalle indagini sui rimborsi ai consiglieri regionali; da Fiorito & company fino a quelli del Pirellone ne abbiamo lette davvero di tutti i colori (anche nel senso di colori politici). Comportamenti da far rabbrividire, certo. Però c’è una domandina che a me frulla nella testa: e se una società di revisione dei bilanci rendesse pubbliche le “anomalie” riscontrate nei rimborsi spese di una grande azienda? Siamo proprio sicuri che verrebbero fuori cose meno gravi? Si dirà: ma quelli dei politici sono soldi pubblici. Già. Però alla fine – anche nel caso delle aziende private – chi è a pagare il conto? E non è che anche qualche manager modello Lehman Brothers ce l’hanno spacciato per società civile?

Sia chiaro: con questo discorso non voglio dire che tutti rubano e dunque tutti sono uguali. Ci mancherebbe altro. Ma il punto è smetterla con questa idea puerile per cui i politici della famigerata “casta” sarebbero stati paracadutati qui da Marte. E che la mitica società civile, invece, sarebbe immune da ogni responsabilità rispetto all’eclissi dell’idea del bene comune, il vero problema con cui oggi ci troviamo tutti a fare i conti.

Abbiamo bisogno di politici – vecchi o nuovi che siano – che facciano i politici. Ma anche di una società che si interroghi sul serio sulle sue responsabilità rispetto ai tanti volti dell’egoismo che l’attraversano. Perché altrimenti parlare di equità, di sacrifici condivisi o di sviluppo resta solo un gigantesco gioco di parole.

Leggo in queste ore di tanti che scendono in campo per il Parlamento. Bene. Però – pur con tutto il rispetto che la politica merita – in questo momento delicato per il Paese mi piacerebbe sentire anche di persone che si candidano a fare qualcosa di più nel mondo del volontariato, a svolgere una professione dove si guadagna meno ma si è più utili agli altri, a porsi come genitori la questione di quale sia il benessere da trasmettere ai propri figli. Mi rassicurerebbe molto di più sul fatto che siamo davvero sulla strada giusta.

 

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