Ma gli intellettuali esistono? Che cosa fanno? A che cosa servono?

Lucca Comics 2011

Sugli intellettuali italiani e il potere.

Su che cosa sono gli intellettuali, che cosa fanno, ma soprattutto a che cosa servono nella società attuale.

Dedicato ai cultori e aficionados della narrativa di fantascienza.

A metà degli anni’60, la vita intellettuale statunitense venne animata dalla pubblicazione di un romanzo scritto da un curioso e originale intellettuale: Dallas Mc Cord Reynolds.

L’aspetto particolare di quel dibattito, che presto coinvolse l’intera società, era relativo sia alla personalità dell’autore che al suo libro. Reynolds, infatti, da molti anni se ne era andato dagli Usa per protesta contro la politica maccartista, contro la persecuzione degli intellettuali, contro le liste di proscrizione per i liberi pensatori, e insieme alla moglie era andato ad abitare vicino a Potosì, nel deserto messicano. A metà degli anni’ 30 era venuto alla ribalta per la sua attività politica, in quanto segretario del Partito Socialista Americano, e aveva lanciato un nuovo trend tra gli scrittori di allora, che consisteva nella “divulgazione del pensiero economico raccontato al popolo nella autenticità della sua narrativa esistenziale” facendosi personalmente carico di divulgare le teorie keynesiane per spiegare alla gente in che cosa consistesse il programma del new deal rooseveltiano. Scriveva in giornali e settimanali di economia e gli storici della letteratura americana lo considerano uno dei promotori e artefici della genesi della stagione del grande romanzo sociale statunitense, quello di Steinbeck, Dos Passos, Caldwell, Faulkner, Styron, Katherine Anne Porter. Poi, ai primi degli anni’50, alcuni amici lo convinsero –dato il cambiamento politico- a lasciar perdere la sua nobile attività e dedicarsi a scrivere racconti di fantascienza per guadagnarsi da vivere. E così, Dallas si era inventato un nome d’arte, Mack Reynolds –e altri quattro pseudonimi- con la cui firma aveva cominciato a pubblicare decine e decine di racconti epici (tutti a sfondo sociale) pubblicati sulle riviste specializzate, considerate dagli intellettuali colti, una dimensione letteraria di serie C. I libri di Reynolds erano finiti sotto la lente d’ingrandimento di alcuni intellettuali europei grazie a Simone de Beauvoir, la quale, dalla metà degli anni’50, faceva su e giù tra Parigi e Chicago perché aveva intrecciato una lunga e complessa relazione sentimentale con il commediografo americano Nelson Algren. Per cercare di rabbonire Jean Paul Sartre che se ne stava a Parigi travolto dai morsi della gelosia e dalla competitività, e fargli capire che pensava sempre a lui, la de Beauvoir gli aveva inviato un pacchetto con cinque romanzi di Reynolds e un biglietto di accompagnamento “dovresti leggere questi libri, potrebbero davvero essere molto interessanti per te. So che consideri la fantascienza robbaccia immonda per la massa: ti sbagli. Qui in Usa è il territorio dove vige una totale libertà d’espressione e lì gli intellettuali scomodi sono liberi di esprimersi. Pagano un alto prezzo: rinunciano agli allori e alla propria vanità perché non vengono ospitati nei circoli che contano, in compenso dicono la loro. Commetti un gravissimo errore di superbia gallica se non li leggi. Ti penso sempre e comunque”. E così Reynolds era finito tra i discorsi di Edgard Morin, Sartre, Malraux, Foucault, perfino Jacques Lacan.

Potere della curiosità delle femmine generose.

Nel 1967 esce “The Rival Rigalians”. Grazie all’intercessione di Italo Calvino, il libro arriva in Italia, ma non riesce a passare nella serie A. Viene comunque pubblicato subito nella fortunatissima collana Mondadori degli Urania sotto il titolo “Genoa-Texcoco 0-0”. Il romanzo ha un tale successo da obbligare l’editore a stamparne un’edizione supplementare straordinaria, posizionandosi tra i primi 5 libri di fantascienza venduti in Italia. E in Usa, il libro di Mack Reynolds, sconosciuto autore di serie C, diventa un oggetto di culto intellettuale. Ma lui si rifiuta di ritornare in Usa “fintantoché il mio paese seguiterà a bombardare degli innocenti e pacifici contadini in Vietnam io non torno. Chiedetevi perché lo fanno”. E sceglie, invece, di andarsene con la moglie in giro per il mondo a fare conferenze sul libero pensiero.

Ecco qui, in sintesi, la trama di quell’eccezionale libro.

Siamo in un futuro molto lontano dell’umanità, intorno al 2300.

Il pianeta non ha più continenti. Gli abitanti sono circa 10 miliardi. C’è un governo centrale planetario. Il Dio che unifica le persone è la tecnocrazia. Le persone sono praticamente degli inconsapevoli robot che vivono in maniera piatta; c’è cibo e risorse materiali sufficienti per chicchessia. Da trent’anni, però, il pianeta Terra è in guerra contro gli abitanti di un pianeta in una galassia vicina, Texcoco. Il costo di questa micidiale guerra è esorbitante e il livello di vita si è qualitativamente abbassato di molto. Il punto è che la guerra non va né avanti né indietro, perché il livello tecnologico raggiunto dai terrestri è identico, al millimetro, a quello raggiunto dai texcochiani. Quindi, ogni arma sofisticata d’attacco trova una identica sofisticata arma di difesa. Il romanzo inizia con la consueta storia dell’eroe romantico, il cosiddetto “esploratore di talenti”. Costui è un funzionario del governo centrale, un privilegiato che gira per il pianeta a caccia di nuove idee tecnologicamente innovative. E’ uno che ancora pensa. Per un caso del destino, si imbatte in una certa zona adibita a scavo minerario e lì trovano dei cunicoli che portano a dei sotterranei dove abita una curiosa e antica colonia di terrestri. Dentro una specie di primitiva grotta, il nostro eroe incontra un pastore che gli spiega come loro vivano lì da centinaia di anni. Non hanno nessuna tecnologia, ma l’esploratore rimane turbato da un fatto clamoroso: costui ha memoria matematica. Fa i conti a memoria quando conta i sassi e le pecore. Lo preleva e lo porta alla centrale planetaria. Gli scienziati del potere sono sconvolti. Lo interrogano strabiliati dal fatto che, alla domanda, quanto fa 2 +2 lui risponde 4 senza connettersi al sistema integrato centrale, e sa anche quanto fa 55 x 12 e 14 al quadrato e così via dicendo. I governanti capiscono che si tratta di un’arma avanzatissima che i texcochiani, di sicuro, non hanno, poiché sia i terrestri che i texcochiani hanno abolito la memoria circa cento anni prima.  Avere una memoria matematica di tipo fisiologico dà un vantaggio grazie al quale si può vincere la guerra. Ma lì subentrano i politici. Perché se si vince la guerra, finiscono anche gli investimenti nell’industria bellica. La pace non fa guadagnare tanti soldi. Quindi, il pastore da genio diventa un nemico pericoloso per il sistema planetario. Va protetto perché i texcochiani non lo vengano a sapere, ma va anche silenziato. Il nostro eroe che si rende conto dell’intero sistema di pensiero della baracca planetaria (altrimenti non sarebbe l’eroe) rapisce il pastore e scappa via con lui inseguito dalla polizia planetaria, alla ricerca dei suoi compagni, per cominciare a diffondere sulla Terra la pratica della memoria matematica. Fine della storia.

L’autore, dopo il successo del suo libro, non ritornò mai in Usa. Però accettò di lavorare per Hollywood, attraverso i suoi agenti letterari. E così, nel 1968, accettarono la sua idea di telefilm. Si chiamava Star Trek. Lui è il padre di quella saga.

Dallas Mc Cord Reynolds era l’intellettuale classico occidentale.

E’ per questo che oggi, con entusiastico affetto, lo ricordo con passione. E’ morto nel 1983

Ma che cosa sono gli intellettuali? Qual è la loro particolarità?

E’ semplice ed elementare.

“Gli intellettuali dicono sempre, assolutamente sempre, la verità. Perché gli intellettuali non mentono mai”.

Intendiamoci: “dicono sempre la Loro verità” proprio perché –da bravi intellettuali- sanno che “La Verità” –quella cioè assoluta- esiste soltanto nella mente di Dio (per ogni credente) oppure nell’accettazione del principio tale per cui, “ogni Verità è il risultato della somma di tutte le verità singole” (per ogni laico).

L’intellettuale dice sempre la Sua verità, è per questo che è importante. E non abbassa mai la guardia. Non deroga. Non si compromette. La sua verità è fuori discussione. Può non piacere, può essere considerata brutta, odiosa, antipatica, ma non può mai essere considerata “non vera” cioè Falsa. E’ la sua personale verità nata dalla sua idea del mondo formata dalle sue letture, dai suoi studi, dalle sue peregrinazioni, dalle sue esperienze sia di lavoro che di vita. Per un intellettuale, il valore primo nell’esistenza, è la difesa della sua verità. Non può mai abdicare, altrimenti non sarebbe più un intellettuale. Se la sua verità è considerata piacevole ed è riconosciuta come buona per la cittadinanza, lei/lui è contento, può perfino soddisfare la sua vanità. Se invece non è né accolta né riconosciuta, può soffrire, può essere frustrato, forse rattristato dal suo isolamento. Ma non cambia nulla. Perché ciò che conta per loro, è l’espressione della loro verità specifica. Gli intellettuali –qualunque sia il loro specifico campo di competenza, artistico o scientifico- si occupano sempre anche di economia e soprattutto di politica.

Un intellettuale, ad esempio, può sostenere una personalità politica perché ritiene che quel soggetto politico veicoli nel suo progetto la propria idea del mondo che appartiene alla propria verità. Può fargli propaganda, ne può divulgare il pensiero e la sostanza. Ma non può mai dipendere da lui. Caso mai, è il politico che può dipendere da lui. Perché, avendo l’intellettuale come primo valore in assoluto la salvaguardia e la difesa della propria verità, ne può mantenere e custodire l’efficacia solo e soltanto esclusivamente se è sempre autonomo e indipendente. Il lunedì può appoggiare un candidato qualunque alle elezioni, ma il mercoledì può non appoggiarlo più se il candidato politico (per motivi suoi) svela una idea del mondo e della società che non corrisponde alla verità specifica dell’intellettuale che lo sosteneva. Questo è il motivo per cui un intellettuale può spendersi in maniera esorbitante nell’appoggiare questa o quella idea, questo o quel partito, questo o quel candidato, a condizione che –in caso di vittoria e affermazione- non usufruisca di alcun vantaggio per tale vittoria, in nessun campo. Perchè, per l’intellettuale, ciò che importa è vedere la “sua verità” affermarsi. Se ne trae un vantaggio, anche minimo, allora vuol dire che l’affermazione della sua idea non è più un valore assoluto e quindi lui deve scegliere: o accetta l’idea di non essere più un intellettuale, oppure deve rinunciare ai benefici. Non sono compatibili.

La nostra civiltà occidentale è nata così.

La figura “dell’intellettuale” nasce con Socrate.

Viene condannato a morte. Una esperienza davvero angosciante, estrema.

Lui spiega con molta chiarezza che quella sentenza e la sua esecuzione appartengono però alla sua verità, corrispondono. Quindi, lui deve accettarla. Potrebbe fuggire e salvarsi. Ma in tal modo sarebbe costretto a rinunciare alla sua verità, quindi il suo Io si affloscerebbe, la sua vita perderebbe Senso.

Questa è la ragione per cui gli intellettuali nei millenni, e tuttora, affrontano anche il plotone d’esecuzione –se va male- pur di salvaguardare la propria verità.

La figura dell’intellettuale, quindi, diventa interessante e comprensibile –oltre che utile per la società- soltanto se si accoglie il principio formativo di base, ovvero l’accettazione del principio per cui si sta ascoltando, leggendo, comprendendo, la specifica verità di quella singola persona, non la Verità oggettiva. Si può poi scegliere se aderire o confutare; approvare o contestare. Ma non si potrà mai dire che non è vero, si può soltanto dire che non è piacevole. Quando l’intellettuale, invece, abdica alla propria funzione di autonomia e indipendenza rispetto al potere, perde la propria identità e non può più essere definito tale. Si trasforma in un qualcosa d’altro. Diventa un funzionario di quella determinata e specifica fazione politica e diventa un essere che usa come strumento e competenza la facoltà dell’abilità intellettuale. Ma non può più essere definito un intellettuale. Non combatte per la sua verità. Combatte per la verità di qualcun altro. Quindi diventa e si trasforma in un impiegato di idee altrui. Scade di livello. Rinuncia a se stesso, e qualunque cosa dica, scriva o mostri, non avrà alcun valore, perché tutti sapranno che il valore di riferimento non è la sua verità, bensì il guadagno e l’utilizzo che ne ricava.

Alcuni esempi:

Franco Battiato è un intellettuale italiano. Il suo specifico talento consiste nel cantare. Ma potrebbe anche fare il pittore o il musicista o il fisico nucleare, sarebbe uguale. Lui, però, noi sappiamo, ci ha sempre tenuto alla sua identità. In quanto intellettuale è stato nominato assessore alla cultura della regione Sicilia, perché i politici hanno stabilito (e sembra che i siciliani siano d’accordo) che “la sua verità” (ovvero la battiatitudine del mondo) possa essere utile, funzionale ed efficace. Lui, quindi, si mette al servizio della collettività, da intellettuale. E tale resta. Nel farlo, infatti, non riceve alcun vantaggio. Nessuno tra i suoi fans, ma proprio nessuno, acquisterà mai un suo disco perché lui è assessore. Giustamente ha dichiarato che non vuole stipendio e ha precisato che può sempre dimettersi in un qualunque momento. Perché è per l’appunto un intellettuale. Lui domani può svegliarsi e stabilire che nel suo mondo socio-mentale è fondamentale allestire uno spettacolo di burlesque tra le colonne del tempio di Selinunte con Nicole Minetti vestita da pompiere. Se nel presentare la sua bislacca iniziativa, gli dicessero che non è il caso, lui si dimetterebbe subito e se ne andrebbe via disgustato. Non ho alcun dubbio. Non potrebbe vivere rinunciando alla sua verità. E’ stato scelto proprio in virtù della sua idea del mondo, della sua verità. Se piace, tanti applausi. Se non piace, lui se ne va a casa, lo sceglie lui.

Gabriel Garcia Marquez venne contestato, di recente, per il suo incondizionato appoggio a Fidel Castro. Sfidato da un altro premio nobel sudamericano, il grande Mario Vargas Llosas, ci fu uno splendido confronto pubblico a Buenos Aires su questo argomento. In tale occasione, Vargas Llosas espresse la sua verità: salvare il diritto e la democrazia, quindi contestare Castro perché mette in galera gli oppositori. Marquez con grande onestà chiarì che la democrazia non appartiene alla sua verità. Lui considera la democrazia una diabolica invenzione delle potenze coloniali europee e quindi trovava Castro perfettamente in linea con la sua di verità. Avevano entrambi ragione.

Due intellettuali onesti.

Due diverse proprie verità.

Ciascuno poi sceglie e decide a quale aderire.

Ciò che conta è la propria verità intrinseca, qualunque essa sia.

Quando Pier Paolo Pasolini venne a tenere un seminario al liceo classico che frequentavo a Roma, ci disse “siate intellettuali; dovete essere degli intellettuali”. Noi eravamo adolescenti e non capimmo. Fingemmo lì per lì di aver capito. Pensavamo che lui volesse da noi che studiassimo a memoria la tragedia greca per prendere 8 all’interrogazione. Furono necessarie altre riunioni per capire.

“Siate appassionati, siate veri” ci spiegò poi “andate nel vostro lavoro civico di cittadini ad occuparvi di ciò che volete nel nome di una appassionata idea interiore che voi sentite vostra, unica, insostituibile. Se siete figli di zingari, ebbene: siate zingari. Perché quella è la vostra verità. E il mondo ha bisogno anche della zingaritudine, così come ha bisogno di tutto il resto. Non aderite al pensiero omologato, al pensiero consumistico della televisione, al pensiero collettivo che è rassicurante, ma non è mai intellettuale, perché non esprime nessuna verità e tantomeno somma di verità: è soltanto la verità del profitto che si presenta sotto mentite spoglie”.

Un intellettuale non si può candidare in un partito alle elezioni. Mai. Per nessun motivo.

Può, se vuole, scegliere di formare il candidato X del partito Y che lui vuole sostenere.

E’ una cosa diversa.

E’ la spaccatura che si è procurata in Europa nel 1949 tra la Francia e l’Italia, quando le due nazioni scelsero di andare per strade diverse; quando i francesi difesero come leoni l’esistenza della classe intellettuale e gli italiani, invece, decisero di rinunciarci.

Accadde in seguito alla conferenza stampa di due intellettuali francesi: Andrè Malraux e Jean Paul Sartre, di ritorno in Francia dal loro viaggio a Mosca.

Stalin, infatti, aveva saputo che entrambi si erano lanciati in una furibonda campagna contro l’adesione della Francia nella Nato e contro il colonialismo francese in Nord Africa. Li invitò quindi a Mosca. Ci andarono, per venticinque giorni. Erano due colonne della sinistra combattente di allora. Nella conferenza stampa organizzata dal partito comunista francese a Parigi, nel teatro Olympia gremito di folla, Malraux parlò per venti secondi. Disse: “Sono sempre stato comunista da quando avevo tredici anni. Essere stati in Urss è stato fenomenale, meraviglioso. Posso dirvi, quindi, che non essere comunisti a diciotto anni è da criminali; ma esserlo, dopo i quaranta, è da imbecilli irresponsabili. Io ho 41 anni”. La gente lì per lì non capì e rimase attonita. Prese la parola Sartre che attaccò subito: “Il comunismo è una colossale truffa: è la morte del libero pensiero”.

Il giorno dopo i due vennero identificati come due mascalzoni agenti della Cia.

In Italia si fece una scelta diversa e gli intellettuali accettarono, poco a poco, invece, di aderire –formalmente e ufficialmente- a delle consorterie politiche che imponevano scelte che non consentivano l’esibizione della propria verità. Perché “il partito era la Verità”.

Come è tuttora.

Qualunque sia il partito.

Quando Leonardo Sciascia, grande intellettuale siciliano, si iscrisse al partito comunista palermitano, la sua avventura durò tre giorni. Venne espulso e sbattuto fuori per mancanza di disciplina. Per sua fortuna Pannella lo accolse offrendogli copertura tra i radicali garantendogli che la “sua verità” sarebbe stata rispettata. Come avvenne.

Accadde lo stesso con la più grande intellettuale che l’Italia abbia avuto negli ultimi 50 anni, di cui non si parla mai, proprio mai (e non è un caso) Maria Antonietta Macciocchi, finita poi in auto-esilio volontario a Parigi.

In Italia gli intellettuali non esistono più, a differenza degli altri paesi occidentali.

O meglio, esistono, ma non hanno accesso al mercato. Sono marginali, clandestini, nascosti. Esistono, ma la loro presenza ed esistenza è negata e relegata ai margini. Sono diventati i veri banditi del nostro tempo; perché sono stati banditi dal sociale.

Sono considerati pericolosi. E’ vero. Lo sono.

Il 99% dei cosiddetti intellettuali italiani nnon sono tali: sono funzionari che veicolano verità non loro. Sono impiegati funzionari di alto livello, tutto qui.

E’ il trionfo del berlusconismo.

Basta vedere facebook o leggere i siti on line e la produzione media standard sul web per accorgersene.

Le persone vivono ormai in un mondo dove è considerata norma veicolare idee non proprie, verità non proprie, assunte da link, da altri, da fonti esterne a se stessi. Gli italiani stanno perdendo la facoltà minima di relazionalità, basata sul fatto di esporre la propria idea sul mondo manifestando una propria opinione radicata, qualunque essa sia. Hanno sempre bisogno di fare citazioni, di fornire (o chiedere, il che è uguale) fonti, date, dati, aggrappandosi a eventi esterni a se stessi. Diventa sempre più raro leggere qualche rigo scritto da qualcuno senza che venga menzionato qualcun altro, qualche teoria, qualche punto di riferimento, qualche scuola, qualche ente, qualcosa cui aggrapparsi pur di non essere se stessi. Si è sviluppato un egocentrismo becero mescolato a narcisismo e culto settario di certi totem che elimina la possibilità di sviluppo intellettuale, di confronto, di dibattito. Vogliono tutti dare risposte e tutti le pretendono.

Gli intellettuali non offrono mai risposte. Non ne hanno. Non è il loro compito.

Questo spetta alla Politica.

Gli intellettuali, ed è questo il loro compito, pongono invece domande. Aiutano a porsele. Tutto qui.

A questo servono.

A porsi domande, e a spingere a farle agli altri.

I più grandi e potenti intellettuali del mondo, com’è noto, sono i bambini, tra i 3 e i 5 anni. E’ l’età in cui vivono soltanto di domande perché vogliono capire, vogliono sapere; hanno voglia di essere intellettuali, di costruirsi la propria verità. E spesso fanno domande portentose che inducono più di un adulto a riflettere a lungo, a interrogarsi. Perché sono liberi. Sono ancora liberi. Ci penserà poi a 6 anni la scuola a ghettizzare la loro libertà.

E’ un’altra storia, quella dei liberi. E’ fatta di domande.

Quando aveva 22 anni e frequentava la facoltà di medicina a Padova, Galileo Galilei finì nel suo primo grande guaio. Chiese a un professore perché mai veniva dato per scontato che il pianeta Terra fosse un ente immobile incastrato dentro una sfera celeste; chi l’aveva detto che non si muoveva? Venne espulso per sei mesi, capì l’antifona. Galileo era senz’altro un uomo dotato di poderoso talento e di genio unico. Ma è probabile che, allora, ce ne fossero tanti altri come lui. Toccò a Galileo emergere. Perché lui “pose delle domande” ad altri e a se stesso. Gli altri, invece, davano per scontato ciò che c’era. Dasoli, in quanto ricercatori, si condannarono alla non conoscenza.

L’intellettuale serve per rileggere la realtà con occhi diversi.

E’ la molteplicità e la somma di tante potenti proprie verità che arricchisce una Cultura e la rende solida, formativa.

In Italia,si sta diffondendo sempre di più una totale adesione a verità che non sono verità ed è davvero raro leggere o ascoltare qualcuno che sostiene la “propria intrinseca verità”. E’ la caratteristica di una società chiusa e gretta, che non si pone più domande perché non è più abituata a porsele. Cerca soltanto risposte, come nel gioco d’azzardo e in tutte le compulsioni fobico-ossessive: si cerca la soddisfazione immediata e garantita. Si evitano le domande, si preferisce rincantucciarsi in risposte già note in precedenza, sono rassicuranti. Così facendo si rinuncia ad aumentare il proprio potere personale, perché non aumenta l’allargamento dentro il proprio Sé della “propria verità intrinseca”.

In questi giorni si vota all’Onu per accogliere la Palestina tra gli stati membri. La Francia e la Spagna voteranno sì. La Germania ha detto che voterà no. La Gran Bretagna (che aveva spinto da un anno per l’evento) all’ultimo momento ha dichiarato che ha cambiato opinione: si asterranno. In Italia, poiché non c’è stata possibilità alcuna di dibattere e confrontarsi sull’argomento (a differenza del resto d’Europa) nessuno può comprendere il perché l’Europa sia spaccata a metà su questa vicenda, tantomeno comprendere l’impatto che avrà sull’interesse generale geo-politico, e quindi economico ed esistenziale.

L’Italia che cosa vota? E perché vota sì, oppure vota no, oppure si astiene?

Non si sa neppure, in Italia, che il Regno d’Arabia Saudita non voleva che si portasse adesso la domanda all’Onu. In Arabia Saudita sta nascendo una poderosa nuova borghesia emergente che sta producendo degli inediti quanto clamorosi risultati, e laggiù sta nascendo una classe di intellettuali mussulmani pensanti di grande spessore che vogliono radicalmente cambiare la struttura del mondo mussulmano. Essendo l’Arabia Saudita il più grande e importante paese arabo –in quanto è sede dei due luoghi santi dell’Islam- tutto ciò diventa fondamentale per la comprensione del nuovo quadro geo-politico planetario. Da noi, la gente di tutto ciò non sa nulla. Così come nessuno sa nulla a proposito del fatto che da quattro giorni il ministro Riccardi, insieme al plenipotenziario del Vaticano, è chiuso dentro una stanza a El Cairo insieme ai quattro più importanti ayatollah mussulmani della zona del Mediterraneo a discutere. Di che? Di che cosa parlano? Come mai non ci dicono niente ufficialmente? Come mai il governo italiano, all’improvviso, è diventato una pedina così importante nello scacchiere mediterraneo? Di tutto ciò se ne parla a Praga, a Copenhagen, ad Amsterdam, ad Aberdeen, a Oporto, a Kiev, e in tutto il continente americano. Ma non in Italia.

Tutti a caccia di risposte. Immediate, per giunta.

Tutti in cerca di un guru, di un comico, di una setta, di un salvatore, di una teoria che fornisca immediatamente la risposta paradisiaca, senza comprendere che le risposte sono irrilevanti.

Ciò che bisogna cambiare è la qualità della domanda.

Così si apre il proprio cervello.

Se non si cambiano le domande, le risposte saranno sempre le stesse, anche se sembrano diverse.

Che poi, a dare le risposte, siano Romano Prodi o Silvio Berlusconi o Pierluigi Bersani o Pierferdinando Casini o Matteo Renzi o Beppe Grillo, che cosa cambia?

Dato che si chiede loro sempre la stessa cosa?

Come qualcuno comincia a capire e rendersene conto -guarda caso quando le chiacchiere risultano zero e arrivano i veri conti e le domande sono di tipo diverso- la risposta è talmente agghiacciante da far comprendere a chiunque che fino a quel momento erano state sbagliate le domande: e mi riferisco qui all’Ilva, e alla risposta del potere: o morite di fame o morite di cancro.

Questa sarebbe una risposta?

Questa è una risposta accettabile per una società democratica?

Questa è una risposta consentita nella più ricca nazione d’Europa?

Questa è una risposta comprensibile nella nazione che risulta la prima produttrice manifatturiera dell’Europa?

Questa, vi sembra, è la risposta di una nazione evoluta?

Cominciate a cambiare il tipo, la forma e la qualità delle domande.

Vedrete come Mario Monti comincia a sudare freddo.

Loro viaggiano su software sicuri per una società sempre più robotizzata. Hanno risposte standard buone per le solite domande. Se la domanda cambia vanno in tilt. Come tutti i robot.

Cambiate le domande se volete capire.

Le risposte, non hanno importanza.

Ciò che importa è la qualità degli interrogativi.

E’ un po’ come per i viaggi.

Non conta tanto la destinazione, quanto il viaggio di per sé mentre uno lo vive.

A questo servono gli intellettuali: a far circolare le idee senza imporne nessuna.

Purchè siano idee e non un pasto precotto dall’odore nauseabondo.

In Italia, davvero pericolosissimo.

Altrimenti la gente non si berrebbe Bersani o Berlusconi come una novità.

 

Permalink originale: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/11/ma-gli-intellettuali-esistono-che-cosa.html

La vostra opinione mi interessa ed i vostri commenti mi danno al forza di scrivere: Lasciate un segno del vostro passaggio!