“La Cultura fa mercato”. 62 anni fa nasceva a Hollywood la stagione del grande cinema sociale.

Preferisco vederci chiaro

di Sergio Di Cori Modigliani

“Quando una società civile comincia a subire una mutazione sintattica e il termine intellettuale diventa un sostantivo dispregiativo, filtrando nei diversi substrati sociali, allora quella società sta ponendo le fondamenta per una futura quanto inarrestabile feroce dittatura”.

Con questa frase, nel 1948, il filosofo  Martin Heidegger apriva l’anno accademico alla facoltà di filosofia di Heidelberg, lanciando il concetto di “colpa metafisica sociale” e istigando la società pensante tedesca a ripensare se stessa, elaborare in ogni sua forma il perché e il come il nazismo si era affermato, invitando i giovani studenti universitari a costruire “una verità collettiva salvifica e non censoria” per poter essere in grado di partorire delle società future più evolute socialmente, ma soprattutto spiritualmente più ricche e libere. Com’è noto, nel decennio seguente, i tedeschi si richiusero in se stessi, limitando al minimo possibile una loro qualunque presenza a convegni di studio internazionale e incontri professionali, investendo le proprie energie soprattutto nella elaborazione del lutto collettivo.  Non è certo un caso che sono diventati, in Europa, la società che ha prodotto la più alta quota di anticorpi sociali contro ogni forma di razzismo, hanno creato il miglior sistema al mondo di ammortizzatori sociali garantiti  e hanno costruito un modello economico interno che –incessantemente- ha visto dal 1946 a oggi un costante e continuo investimento nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica, ma soprattutto nella Cultura e nell’istruzione pubblica di massa.

La Germania ha dovuto gestire una crisi economica complessa davvero difficile (nel 1992), quando si è trovata a farsi carico del gigantesco fardello della sua parte orientale e ha dovuto selezionare le modalità di impiego delle proprie risorse. La fine della guerra fredda, per loro, ha significato trovarsi davanti a un debito complessivo (cifre di oggi) di circa 1000 miliardi di euro cui dover far fronte. Il crollo dell’impero sovietico, infatti, comportò l’automatico default di circa quindici nazioni con le loro rispettive economie: sopravvivevano grazie a buoni del tesoro garantiti dalla Banca Centrale sovietica, che in un pomeriggio annullò tutto dichiarando fallimento. La Svezia gestì Polonia, Ucraina, Lituania, Lettonia ed Estonia; l’Italia si prese Bulgaria, Romania, Albania, Macedonia, Croazia e Slovenia, e altrettanto fecero i francesi e gli inglesi con la Cekia, la Slovacchia, la Bielorussia, l’Ungheria. Ciascuna di queste potenze gestì e organizzò il post-comunismo trasformando il “salvataggio” in una anomala ma efficace forma di neo-colonialismo.  Oggi, la maggior parte delle persone che straparlano a vanvera, parlando sempre della solita Germania perfida che ha colonizzato il meridione europeo, dimenticano che l’Italia -a sua volta- ha colonizzato il proprio meridione europeo e la ripresa economica italiana nel 1994 l’hanno pagata soprattutto i rumeni, i bulgari, gli slavi, gli albanesi.  Il 65% delle industrie nel ricchissimo nord-est italiano hanno realizzato allora profitti per migliaia di miliardi di lire, dando inizio al processo di de-industrializzazione del paese e andando a produrre nelle nuove colonie europee. Il 75% dei produttori friulani, marchigiani e veneti sono diventati leader mondiali nel nome di un finto “made in Italy” perchè le scarpe, i vestiti, i giacconi, venivano prodotti in Bulgaria, Romania, Macedonia, Albania, dove c’era la possibilità di avere mano d’opera quasi gratis senza nessuna libertà sindacale a salvaguardia dei lavoratori. Tutti lucrarono, felici di ritrovarsi a vivere il grande sogno colonizzatore a danno dei più deboli. Oggi che il destino dei colonizzati bussa alle nostre porte, gli stessi colonizzatori di allora insorgono protestando. Come accadrà ai francesi e ai tedeschi domani, quando toccherà a loro.

E’ per questo (dato che lo sanno) che loro si sono premuniti, che loro si stanno preparando a riposizionarsi nel loro territorio investendo su se stessi e sulla loro Cultura.

Il mondo reale funziona così.

Ogni nazione, quando si presentano delle crisi sistemiche, reagisce in maniera diversa.

La Germania non ha mai smesso, negli ultimi 60 anni, di investire nella Cultura.

Negli ultimi tre anni, da quando è esplosa la crisi dell’euro e la conseguente stagnazione economica, la Germania è andata in totale controtendenza rispetto al resto dell’Europa, e ha addirittura triplicato l’investimento da parte dello Stato nell’ambito della Cultura, da sempre considerato il vero e proprio motore e spina dorsale della società. Uno scienziato tedesco, un artigiano tedesco, un impresario teatrale, un artista tedesco, sia un musicista che pittore, artigiano, scrittore, cineasta, oggi in Germania ha dei livelli di garanzia e di tenuta incomparabili rispetto al resto d’Europa e del mondo. Il dato reale della disoccupazione della forza intellettuale in Germania è dello 0,3%; in Italia sfiora il 50% reale. In Italia, gli artisti e gli intellettuali sono i leader nella nuova classe dei poveri creata da Berlusconi e da Monti.

In Italia, a differenza che in Germania -e adesso con Hollande anche in Francia- la Cultura e l’istruzione di massa sono stati (dal 1994 a oggi in maniera sempre maggiore e sempre più profonda) i due segmenti di mercato dove i finanziamenti sono stati minori e dove i tagli sono stati maggiori. Con l’assunzione del potere da parte di Berlusconi Lega Nord e AN questa tendenza si è decuplicata e il governo Monti ha proseguito con miopia suicida quella strada analfabeta, percorrendo lo stesso identico cammino. Basterebbe pensare soltanto al fatto che tra il 2003 e il 2008 la Volkswagen ha assunto almeno 2000 persone tra architetti, designer, pittori, filosofi della comunicazione, sociologi delle comunicazioni di massa, stilisti, con l’obiettivo specifico di identificare i trend futuri su potenziali scenari diversi per poi andare a produrre il tipo di automobile giusta, da affidare ad altri 500 neo-assunti nella nuova generazione di ingegneri meccanici, esperti in carrozzeria dinamica; per non parlare dei 10 miliardi di euro investiti tra il 2006 e il 2010 soltanto nel campo dell’innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica e nella cultura industriale, compreso il settore legato alle nuove sperimentazione artistiche.

In Italia, è passato invece il FALSO concetto di identificare la Cultura come un bene superfluo, una attività hobbistica, una specie di passatempo inutile, che esula dalla vita economico-sociale di una nazione e di cui si può tranquillamente fare a meno, nei momenti di stagnazione, negando il principio “la Cultura fa mercato”.  La complicità degli artisti e degli intellettuali italiani che hanno rinunciato alla propria identità, al proprio ruolo, alla propria funzione, per mettersi al servizio della corrotta oligarchia partitica -rinunciando quindi a ogni forma di produzione autonoma, indipendente e trainante- ha prodotto un incalcolabile danno alla società, e loro sono stati i veri responsabili dell’inizio della nostra disfatta come nazione. L’Italia si è deliberatamente messa fuori dal mercato occidentale della produzione culturale. Non esiste un autore italiano, un telefilm italiano, un film italiano, un format mediatico italiano, un pittore italiano, un movimento artistico italiano, una rivista italiana, un documentario italiano, che abbia mercato al di là delle Alpi. Le rare eccezioni sono perlopiù false; si tratta di prodotti realizzati da funzionari partitici mascherati da artisti che vengono sponsorizzati e imposti sui mercati esteri attraverso modalità clientelari. L’Italia, quindi, ha rinunciato ad avere anche una possibilità su 100 di lanciare una moda (e quindi creare mercato) nel campo della cultura internazionale, perché ha scelto di copiare modelli altrui, di pedinare mode di altri, di seguire ed inseguire modelli estranei al dna culturale della nazione. Gli scrittori italiani più venduti all’estero sono ancora (nell’ordine) Alberto Moravia, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, scomparsi decenni fa. Leggendo un qualsivoglia libro italiano o guardando un qualunque film o telefilm italiano non si ottiene nessuna informazione sul paese reale. Troviamo soltanto delle esasperazioni da mitomani, dei bizantinismi formali, l’esaltazione della caricatura della realtà a scapito della drammaturgia esistenziale, che può essere prodotta soltanto da personaggi rappresentativi di una certa specifica società, di una certa cultura, di un certo ambiente.

L’Italia ha rinunciato a raccontare se stessa.

Ma questo non è un prodotto della crisi economica.

E’ l’esatto contrario.

Poiché l’Italia, nel nome del criminale consociativismo colluso, miope quanto ottuso, ha scelto di non investire più su se stessa, di abbassare il livello e creare un sistema di omologazione dell’analfabetismo di massa, è crollata la possibilità di creare mercato attraverso la Cultura e la Ricerca, e di conseguenza –nel momento massimo di crisi- non si creano le possibilità dinamiche necessarie per “inventare” nuovi mercati, “creare” nuovi linguaggi, “aprire” nuovi spazi di intervento. E quindi, farsi largo nei mercati internazionali.

Tutti parlano soltanto di soldi e di economia, senza accorgersi che, così facendo, stanno realizzando il sogno dei due Mario, Monti e Draghi: monetizzare il bisogno e il desiderio, mercatizzare le esistenze, omologare il pensiero facendo credere alle persone che il paese si riprenderà grazie a una particolare teoria economica, a una certa fiscalizzazione, imponendo linguaggi collettivi che usano lessicalmente e sintatticamente tutti termini che provengono dal campo dell’ingegneria finanziaria, dal campo della ragioneria tributaria. Così facendo si impone sul mercato la Legge Subliminale la cui matrice (il vero Matrix) ruota intorno al punto per cui  sono le banche a”dover” avere il controllo della situazione. Fintantochè si parla di monete, di spread, di aliquote, di percentuali, di grafici, di teorie, di soldi e si spingono le persone a voler credere che una certa manovra economica o una certa legge economica o un certo dispositivo economico finiranno per cambiare le loro esistenze e il futuro dell’Italia, i finanzieri seguiteranno a vincere. Perché hanno preso in pugno il controllo dell’immaginario collettivo: ciò che conta è che le persone abbiano il danaro dentro la testa e parlino soprattutto di quello.

“Ma un romanzo, un telefilm, un film, quale impatto potrebbe mai avere nella società tale da poter smuovere le cose? Quando mai un romanzo o un film o un quadro hanno aperto il mercato dando lavoro e creando impresa?”.

A questo tipo di domanda (tutti gli italiani, ormai, la pensano così) non si può che rispondere con un esempio, che ho scelto come parametro di riflessione.

Chi segue il mio blog e legge i miei post sa che, il più delle volte, la mia scelta stilistica consiste nell’introdurre una premessa che spesso ha un sapore informativo o aneddotico o romanzato e poi usarla per introdurre l’argomentazione che mi interessava comunicare.

Oggi, ho deciso di fare il contrario.

Volevo sottolineare  quale terribile perdita “economica” sia per l’Italia (e per gli italiani) aver deliberatamente scelto di cancellare l’idea che” la Cultura fa  Mercato”, sostituendola con il più squallido “sono i Mercati  a determinare la Cultura”. Se fosse stato così, la Storia dell’Arte non sarebbe mai esistita nei millenni.

Serve una rivoluzione esistenziale interiore per sottrarsi alla monetizzazione delle nostre vite, alla mercatizzazione del linguaggio, all’obbligo robotico di dover essere costretti ogni giorno a parlare delle fantasie perverse di Monti e Passera e di tutti coloro che decuplicano e centuplicano tali fantasie morbose con la scusa di essere antagonisti e andargli contro.

Come scrisse Dorothy Parker, una intellettuale americana che amo molto, attiva negli anni’30 e autrice di racconti immortali sull’esistenzialità intima del mondo femminile: “La cura migliore per la noia del vivere è la curiosità. Per quanto riguarda la curiosità, non esiste cura, non la troveranno mai. Essa è inguaribile”.

E adesso, in conclusione, viene quella che doveva essere la premessa.

Accadde in Usa.

Correva l’anno 1959.

Gli Usa si trovavano davanti a un bivio.

La destra maccartista aveva raggiunto l’acme nella repressione interna degli intellettuali, stilando delle vere e proprie liste di proscrizione e impedendo l’accesso al mercato a persone considerate “scomode”. Hollywood si era adeguata. Molti intellettuali americani erano scappati via soprattutto in Francia e in Inghilterra, come Joseph Losey. Chi era rimasto, pur di poter lavorare, accettava di guadagnare dei soldi scrivendo per conto terzi e vedendo le proprie opere firmate da altri, rimanendo nel buio della clandestinità.

Kirk Douglas, che era allora uno dei più famosi divi, aveva ricevuto una notifica d’avvertimento in seguito a un film in cui appariva come protagonista, “Orizzonti di gloria” uscito l’anno prima, per la regia di un giovane sconosciuto, un certo Stanley Kubrick, membro del comitato anti-militarista statunitense. Il film, in bianco e nero, era un atto di denuncia contro tutte le guerre e in Francia era stata vietata la distribuzione per richiesta specifica del generale De Gaulle che temeva potesse essere usato contro di lui, impegnato in quel periodo in Algeria a soffocare nel sangue la rivolta sociale degli algerini contro il colonialismo. In Usa era uscito ma era rimasto nelle sale due giorni. Attaccato e denunciato dall’FBI come “chiaro prodotto marxista pericoloso per i giovani” era stato ritirato dalla circolazione perché i gestori del cinema non volevano guai e dopo qualche giorno lo avevano restituito ai distributori. Quasi nessuno lo aveva recensito e la critica non ne aveva parlato. Ma delle copie di quel film erano state fatte in formato molto piccolo, a 8mm, e si proiettavano privatamente nelle case. Tutti parlavano di quel film nel passaparola, con estrema cautela perché potevano arrivare i funzionari dell’FBI a casa senza avvertire e quando trovavano le persone che guardavano quel film, allora arrestavano tutti i presenti e il padrone di casa finiva nei guai. Migliaia e migliaia di persone vennero arrestate, prelevate dalle loro abitazioni private, per violazione delle norme sulla sicurezza. Chi aveva quel film veniva licenziato  e non trovava più occupazione. Ma l’onda dei commenti serpeggiava e in giro se ne parlava. Ad Harvard il preside dell’università organizzò una gigantesca conferenza sul film con migliaia e migliaia di studenti assiepati, tenuta dagli scrittori Arthur Miller e Norman Mailer ma senza proiettarlo, come invece aveva annunciato. Quando arrivarono gli agenti dell’FBI entrando nella prestigiosa università, trovarono la tela dello schermo sulla quale scorrevano mute le immagini di un film di Topolino della Walt Disney mentre i conferenzieri parlavano di “qualcosa che non esiste ma di cui bisogna parlare”. Fu un clamoroso smacco per l’FBI e si ritorse in un boomerang.

Tutti parlavano di un film che nessuno aveva visto. Sul New Yok Times ospitavano in una pagina dei disegni fatti dai lettori nei quali “potete immaginare voi le scene del film che non si può vedere”.

Intanto Kubrick era stato messo al bando e la sua carriera, appena gli inizi, era subito abortita.

Ma nonostante si fosse nel pieno della guerra fredda e l’FBI la facesse da padrone, il clima era cominciato a cambiare. Si era in campagna elettorale e la piatta e assonnata America degli anni’50 era ormai al tramonto. Per la prima volta, nei dibattiti politici, invece di parlare del comunismo, dell’economia, del lavoro, della famiglia, si parlò soprattutto di diritti civili, e nelle università cominciava a fervere una certa ebollizione generale. I due contendenti erano Richard Nixon e John Fitzgerald Kennedy, un giovane cattolico sconosciuto che aveva provocato indignazione (tra i conservatori) e ammirazione (tra i progressisti) perché alla sua prima intervista radiofonica aveva dichiarato che le prime due cose che avrebbe fatto, se fosse stato eletto, sarebbero state quelle di consentire ai negri l’accesso alle università nei dodici stati del meridione dove era vietato (compresa la California) e avrebbe portato al congresso la Legge per dar loro il diritto al voto. Nel 1960 in Usa i negri non avevano ancora diritto al voto e non potevano andare all’università a meno che non si trasferissero sulla costa nord atlantica.

A Hollywood, gli attori progressisti decisero di fare qualcosa per cambiare la situazione. Allora esistevano quattro filoni sul mercato: commedie sentimentali, western, film epici, e polizieschi. Quelli che andavano per la maggiore erano i film sull’antica Roma e sulla Grecia, tipo Ben Hur, la maggior parte dei quali venivano girati a Cinecittà a Roma, che gli americani battezzarono con il nome di “Kolossal”. Ne producevano centinaia all’anno perché tutta l’ideologia del potere conservatore americano, voluto dal generale Eisenhower durante la sua presidenza, consisteva nell’identificazione con l’Impero Romano. I giovani delle classi colte e privilegiate a 15 anni parlavano il latino e studiavano Tacito,  Seneca e Cicerone. Perfino la mafia si uniformò al mercato e nel 1960 aprì a Las Vegas il suo primo grande casinò: Caesar’s Palace con annesso un enorme bordello con gigantesche vasche copiate da quelle dei Fori Traianei (gli architetti erano rigorosamente italiani) dove si organizzavano i famosi week end “Caligola & Octavian blue nights”, allora considerata la massima trasgressione consentita alle classi dei ricchi privilegiati.

Lo zoccolo duro del gruppo clandestino AFF (Actors For Freedom) composto da famosi divi che oggi pochi ricordano  (Marlon Brando, Paul Newman, Warren Beatty, Robert Redford, Kirk Douglas, Spencer Tracy, Friedric March, Peter Lawford) decise di muoversi facendo un film che aprisse un varco nelle coscienze della gente e allo stesso tempo aprisse il mercato abolendo definitivamente la censura preventiva. Ne parlarono per mesi e alla fine decisero di confezionare un prodotto misto: con tutti gli ingredienti che il pubblico voleva, in modo tale da garantirsi un grande consenso, ma con un linguaggio molto colto, affidato a intellettuali di spessore in grado di presentare una fortissima componente di battaglia sociale per i diritti civili. Il primo consulente fu Herbert Marcuse, un giovane filosofo sconosciuto che si era trasferito a Los Angeles e lo storico marxisa inglese Eric Hobsbaum con il quale Marlon Brando si incontrò clandestinamente a Londra mascherato, in un albergo, temendo di poter essere riconosciuto. Per sei mesi studiarono il progetto e infine, grazie alla collaborazione degli inglesi e dell’intero settore accademico della facoltà di storia antica dell’università di Cambridge (da sempre la più radicale e a sinistra nella tradizione inglese, in contrapposizione con la conservatrice Oxford) trovarono l’idea giusta. Riuscirono a convincere Kirk Douglas, il più commerciale  tra tutti gli attori, a partecipare all’impresa, dato che lui aveva la possibilità di convincere i distributori. Il fine consisteva nel far lavorare tutti quelli che stavano sulla lista nera e che erano esclusi dal mercato fingendo di fare un filmaccio a fini puramente commerciali. Avrebbero usato nomi finti, ma avrebbero fatto sapere in giro, dopo l’uscita del film, chi erano. Scelsero come tema la rivolta degli schiavi contro Roma organizzata da Spartaco. La sceneggiatura la affidarono a un grande storico dell’epoca, il prof. Calder Willingham che aveva la cattedra a Cambridge di Storia Antica, insieme a Howard Fast, Peter Ustinov e Dalton Trumbo, che a Hollywood non ci poteva neppure mettere piede. Kirk Douglas, all’inizio piuttosto riluttante, accettò. Ma non riuscì a trovare appoggi. Carattere ribelle, arrogante e dispotico, il divo si irritò talmente tanto nel trovare le porte chiuse che si infiammò per il progetto e decise di produrlo lui, con i suoi soldi, vendendosi tutto quello che aveva, contando sul fatto che i distributori alla fine avrebbero accettato perché c’era il suo nome. Come infatti avvenne. La regia venne affidata a un regista di mestiere, Anthony Mann, ma quello fu un trucco per far imboccare il distributore a firmare. Una settimana dopo che erano iniziate le riprese, venne licenziato dal produttore (Kirk Douglas) e sostituito da un giovane sconosciuto (Stanley Kubrick con nome finto). Nello scrivere la sceneggiatura, nei dialoghi più corposi  e più lunghi relativi alle lotte per il potere dentro al senato romano, copiarono di sana a pianta –e per intero- delle autentiche trascrizioni di sedute parlamentari del congresso, sapendo che gli esperti, la critica più agguerrita, li avrebbe riconosciuti. Epica la scena –che appartiene alla storia sociale degli Usa- in cui Stanley Kubrick decide di costruire un duello dialogico del potere,  in cui Crasso, nel descrivere “l’insopportabile stato di indisciplina dei patrizi più colti che osano addirittura simpatizzare con gli schiavi” si rivolge al senatore Sempronio Gracco e pronuncia la seguente frase: “In ogni città, in ogni provincia, in ogni lontano avamposto dell’impero sono state completate le liste degli infedeli” frase identica a quella scritta da Edgard Hoover al presidente Eisenhower quando comunicava con orgoglio il successo della repressione degli intellettuali americani. Lo girarono a Hollywood, a Roma e in Spagna dove riuscirono a ottenere ben 9000 soldati veri da poter usare come comparse. Quando mostrarono il film al distributore, lui disse che andava bene, firmò il registro per fare le stampe. Durante la notte, Kirk Douglas e i suoi due giovani figli entrarono di soppiatto nella sede della Pacific Title a Santa Monica e cambiarono tutti i nomi di chi ci lavorava, mettendo quelli veri, compreso Stanley Kubrick e Dalton Trumbo.

Così è nato “Spartacus”, uscito in tutte le sale americane il 5 dicembre del 1960, un mese esatto dopo che Kennedy era stato eletto. Fu immediatamente attaccato e denunciato dall’FBI per violazione della legge, dati i nomi di sceneggiatore e regista, ma la critica si oppose. Il pubblico però evitò di andare al cinema. Gli americani avevano ancora paura. Ma poche settimane dopo, quando ormai Kirk Douglas pensava di essersi rovinato, arrivò l’inatteso regalo.

Alla sua prima e unica intervista televisiva rilasciata a Walter Cronkite per il network NBC, il 15 gennaio del 1961, alla nuova coppia presidenziale, lo stesso giorno in cui Kennedy aveva giurato, alla domanda “come avete trascorso l’ultimo giorno prima del giuramento?”, Jacqueline, la nuova First Lady rispose: “Ho già capito che lo vedrò poco e allora gli ho chiesto di passare il nostro ultimo giorno da persone normali, come quando eravamo fidanzati. E allora lui mi ha portato al cinema e siamo andati a vedere Spartacus”. Cronkite rimase piuttosto colpito da quest’affermazione e chiese conferma al presidente che subito rispose “Sì, siamo andati a vedere Spartacus. Davvero un ottimo prodotto americano. Un film bellissimo, uno di quei film che serve a pensare, a interrogarsi. Lo consiglio vivamente a tutte le famiglie americane. Penso che la gente dovrebbe portare i propri figli adolescenti a vedere questo film”.

Dieci giorni dopo batteva tutti i record d’incasso.

Due mesi dopo Stanley Kubrick e Dalton Trumbo andavano a Berkeley, in California, dove tennero una conferenza sui diritti civili, invitati dal prof. Marcuse che aveva la cattedra di Filosofia Morale. Gli studenti si infiammarono e dieci giorni dopo organizzarono il primo sciopero studentesco della storia Usa per i diritti civili, reclamando l’abolizione della discriminazione razziale e la libertà di accesso all’istruzione di massa, come garantito dalla costituzione massonica democratica. Il preside tenne duro e organizzò una serrata, peggiorando la situazione perché in televisione disse la frase “Ecco l’effetto Spartacus, ecco come la società implode quando si trasformano gli schiavi in eroi popolari; arriva l’indisciplina, il caos, il turbamento dell’ordine costituito”. Il giorno dopo, quattro professori si incatenarono all’ingresso dell’università con la faccia dipinta di vernice nera, e da quel momento la protesta dilaga in tutte le università americane. Qualche mese dopo, la casa editrice University Press lancia la collana economica “Spartiachidi-strumenti di rivolta per i diritti civili” e dopo neppure un mese la più importante casa editrice del mondo, la Simon & Schuster, inizia la pubblicazione della celebre collana “Spartacus ‘60’s-the age of rebellion”.

I sociologi considerano il film Spartacus il simbolo e la stazione di partenza del grande cambiamento epocale nato negli anni’60 in occidente. Poco dopo, Hollywood si adegua e parte, lancia in resta, dando il via a un nuovo filone, quello del grande cinema sociale, che ci ha regalato tra i più bei capolavori della storia del cinema.

Questo post è una risposta collettiva ai commentatori che mi chiedono: ma a che cosa servono gli intellettuali? Che cosa vuol dire “la Cultura fa mercato”? In che modo?

Ecco a che cosa servono: ad aprire una breccia e spianare la strada che poi la classe politica adeguata percorrerà per il bene comune. Senza quegli intellettuali, Kennedy non avrebbe potuto compiere nulla di ciò che ha fatto nei pochi anni in cui fu al potere.

Ma è anche vero che l’operazione fu vincente perché c’era una nuova generazione di politici democratici che aveva staccato la spina dall’ossessione complottista dei conservatori in salsa guerra fredda e aveva deciso di seguire i fratelli Kennedy.

Il loro incontro ha prodotto un poderoso cambiamento sociale.

Senza uno di questi due interlocutori non può avvenire nessun cambiamento.

Nel 2009, cinquant’anni dopo, quando esplode la grande crisi economica dentro la quale ci troviamo oggi, un gruppo di intellettuali newyorchesi, mèmori di questo precedente, decide di riproporre Spartacus in versione post-moderna come format di serie televisiva. Trovano il gruppo Starz, indipendente, che accetta di mandarlo in onda nel 2010 con un vero e proprio trionfo. Lo vendono in 68 paesi del mondo. Rai e Mediaset si rifiutano di acquistarne i diritti. Ma gli italiani lo possono vedere, a pagamento, perché lo acquista Skygroup e lo manda in onda anche in Italia. Nel marzo del 2012 viene trasmesso gratis nel canale “cielo” di Flavio Briatore, senza neppure un euro speso in pubblicità; una serie che non ha visto quasi nessuno.

Il prof. Chomsky sostiene che la serie televisiva Spartacus è stata “la vera madre e madrina del movimento “occupy wall street” perchè ha aperto uno spiraglio nell’immaginario collettivo di una società dormiente e ipnotizzata dal culto del danaro e dell’arrivismo sociale”.

In conclusione allego  un breve articolo apparso qualche giorno fa su “Il Fatto Quotidiano”.  L’autore del post è Daniele Pitteri, un sociologo della comunicazione.

Il motivo per cui lo sottopongo all’attenzione del mio pubblico è perché non ha avuto nessuna accoglienza positiva. In compenso, lo stesso giorno, facebook era pieno di “condividi anche tu” relativi a due post pubblicati sullo stesso quotidiano in cui si parlava di economia, di banche, di spread, di teorie delle monete. Di questo articolo, neppure una parola, nessun commento.

Vale la pena di leggerlo.

Perché in Italia la cultura è ridotta così male?

di Daniele Pitteri

È ridotta così male perché da quasi quarant’anni, in pratica da quando esistono a Roma un Ministero e nelle città un assessorato espressamente dedicati, la cultura è progressivamente scomparsa dalla vita quotidiana ed è rimasta confinata a lato di essa (nella scuola, dove comunque è vissuta dagli studenti in maniera ostativa, rientrando nella sfera dell’“obbligo”) o dietro di essa, nei musei, luoghi della memoria e del passato, nonostante i tentativi tardivi e rari di modernizzarli, utilizzando, in maniera il più delle volte amorfa, sbagliata o fuorviante, le nuove tecnologie della comunicazione.

È ridotta così male perché essendo a latere o dietro le cose della vita quotidiana non è considerata una priorità dalla politica, che anzi, soprattutto a livello locale e soprattutto a livello municipale, la utilizza come strumento di distrazione dai problemi economici e sociali (che riguardano per l’appunto la vita quotidiana) o, ancor più spesso, come leva di propaganda, funzionale alla costruzione di una solida immagine e di una solida reputazione, perché, si sa, basta riempirsi la bocca con la parola cultura che si diventa immediatamente uomini di cultura.

È ridotta così male perché in maniera diffusa (cittadini, istituzioni e addetti ai lavori) se ne ha una considerazione erronea sotto molti profili.

Sotto il profilo quantitativo circolano da anni tre balle a cui molti credono e se ne riempiono la bocca per dimostrarsi informati (ma perché non si informano, invece?).
La prima balla, quella stratosferica, dice: in Italia c’è il 70% (per alcuni più del 50%, per altri addirittura il 90%) del patrimonio culturale mondiale.
La seconda balla, corregge il tiro (forse si è capito che la prima è insostenibile) e dice che la percentuale così alta si riferisce ai beni protetti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Falso anche questo: su 936 siti tutelati 47 sono in Italia, il 5%, poco più della Spagna (44) e della Cina (43), che dividono il podio con noi.
La terza balla è condensata nelle parole dell’ex ministro dell’Economia, ma gode comunque di grandissimi fan: “con la cultura non si mangia”.

A livello europeo la cultura (senza contare i comparti delle culture materiali: moda, design, etc.) impatta sul Pil per il 3,3%, dando lavoro a 6 milioni e settecentomila persone. Per intenderci quasi quanto l’industria automobilistica. Nonostante questo, la cultura non rientra nei programmi del governo Monti, che tuttavia nessuno prende per pazzo (se non considerasse invece il settore automobilistico uscirebbe da Palazzo Chigi in camicia di forza). E, ed è qui il dato più imbarazzante, non rientra neppure nei programmi della maggior parte delle associazioni di rinascita politica e culturale del paese nate nell’ultimo biennio, quelle per intenderci che fanno capo a Montezemolo o a Giannino o a Auci, né in quelli dei candidati che si sono sfidati alle primarie. Le une e gli altri ne parlano un po’ (e neppure tutti), ma mai come leva strategica. Giusto per confronto: nella “gretta” Germania della signora Merkel, in questi anni di crisi la cultura e l’istruzione sono stati gli unici settori in cui la spesa statale è aumentata.

Sotto il profilo qualitativo l’elenco dell’errata considerazione è lungo. Mi limito a due esempi.
Il primo: almeno negli ultimi 20 anni la cultura è considerata solo ed esclusivamente una leva utile ad alimentare il turismo, quello sì improvvisamente divenuto un settore da tutti ritenuto strategico (quando eravamo la prima destinazione turistica del mondo tuttavia non ci si faceva molto caso, tant’è che siamo diventati la sesta). E quindi: grandi mostre e grandi eventi, magari anche super musei, tutto e sempre con funzione di “attrattori turistici”. Ma la cultura è un bene che deve servire in primo luogo alla cittadinanza. Deve generare un valore finalizzato ad accrescere il capitale culturale, che non è fatto solo di beni materiali, ma anche di beni immateriali, buona parte dei quali si condensa nella testa, nella memoria, nella capacità dei cittadini. Quanti più cittadini leggono, suonano, dipingono, visitano musei, scrivono, ascoltano musica, eccetera, tanto più alto è il patrimonio culturale di un paese, di una città di un borgo. Se si pensa invece prima a coloro che non abitano la città, il risultato inevitabile è un paese povero, economicamente, eticamente, socialmente.
Il secondo: la composizione e il profilo della platea degli addetti ai settori culturali è cambiata e si è ampliata. Per capirlo basta leggere l’enorme (e facilmente reperibile online) documentazione prodotta dalla Commissione Europea da cui emerge che il settore cultura oggi comprende: i beni culturali e le attività ad esse legate; lo spettacolo dal vivo; le industrie dei contenuti (editoria, tv, cinema, comunicazione); le culture materiali (moda/abbigliamento; design/arredamento; enogastronomia). Eppure il Ministero e gli assessorati competenti continuano a interloquire solo con una platea tradizionale, fatta di associazioni, musei, teatri, eccetera eccetera eccetera.

La cultura, infine, è ridotta così male perché non si sono curate, e si continuano a non curare, tutte le periferie, includendo in queste non solo quelle urbane e metropolitane, ma anche e soprattutto, quelle rurali o tutte quelle aree che insistono in territori e regioni ritenute secondarie, soprattutto per l’assenza di grandi città. Ma, come dimostrano i cambiamenti in atto nei paesi emergenti (anche europei, si pensi ad esempio alle repubbliche baltiche), la loro vera forza propulsiva deriva da due elementi (oltre alla flessibilità economica): l’orgoglio e la rivendicazione culturale e la valorizzazione delle aree (città e territori) periferiche, luoghi piccoli e lontani che diventano motore del cambiamento.

Link originale: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/12/la-cultura-fa-mercato-62-anni-fa.html

La vostra opinione mi interessa ed i vostri commenti mi danno al forza di scrivere: Lasciate un segno del vostro passaggio!