Il Papa e la pace (a bocce ferme)

di Gilberto Borghi | 30 dicembre 2012

Al di là di tutte le polemiche è la frammentazione della persona, anche sul piano ideale, il problema contro cui il Papa si scaglia. Ed è un discorso che se preso sul serio ci porta lontano

Merry Newtonmas!!!

“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Aveva ragione Wittgenstein. Perché se un testo non lo si è letto con un po’ di attenzione, e fino in fondo, non sarebbe cosa buona commentarlo. Ma tant’è! E stranamente, quello del papa per la Giornata della pace – che ormai stiamo per celebrare – è un testo relativamente breve e soprattutto lineare. Perciò alla portata di giornalisti che si vorrebbero occupare di cose della Chiesa. Ma tant’è!

Io ci ho provato, con calma. E ho trovato che sia un testo che mira a far passare un’idea centrale. La pace non si realizza se non assieme a tutto il resto dei valori umani, della vita, perché la pace è la sintesi integrale di essi. “Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità”. Possiamo continuare a dirci cristiani rinunciando a questo assunto? Credo proprio di no.

A partire da questa idea centrale non stupisce per nulla se il papa lega la pace alla pienezza della vita. “Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita”. E qui davvero la lettura integrale del testo mette fuori gioco chi vuole leggerlo “pro domo sua”, perché, a meno che non si nascondano volutamente interi paragrafi, è difficile “tirare” per la giacchetta il Papa a destra o a sinistra. Su questo ho apprezzato davvero la capacità di Benedetto XVI di saper coniugare temi e posizioni che invece nella Chiesa (e fuori) ci si ostina a mantenere contrapposte.

Il senso profondo e attuale del testo perciò non è certo nella questione dell’aborto, dei matrimoni omosessuali o dell’eutanasia. E non sta nemmeno nella lotta alla massimizzazione del profitto o a chi vuole smantellare lo stato sociale o nell’essere a favore, invece, dello sviluppo sostenibile. Il senso profondo sta proprio nell’appello a leggere tutte queste cose all’interno di uno sguardo “integrale” sull’uomo, che è davvero ciò che oggi ci manca. La frammentazione antropologica, anche sul piano ideale, è il problema contro cui il Papa si scaglia. Il resto è conseguenza. E qui però ci dovremmo porre due questioni.

La prima. Se la “precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo” il problema è come poterlo fare. E su questo nessuno dei commentatori, ne da destra, né da sinistra ha avuto il coraggio di arrivare a leggere il testo papale fino in fondo. L’ultimo paragrafo infatti offre una risposta e disattiva letture parziali. Infatti qui non trovo traccia alcuna di due modalità che invece, purtroppo, oggi sembrano scontrarsi, nella Chiesa, senza possibilità di riconciliazione.

Da una parte quelli che pensano che sia necessario agire sul piano giuridico per sostenere il rispetto dei valori integrali dell’uomo, evitando leggi che ne sanciscono la deriva. Da notare su questo, che l’unica volta che il papa cita la dimensione giuridica lo fa auspicando che “gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana”. Che è cosa ben diversa dall’incitare i politici cattolici a far passare leggi, attraverso compromessi al ribasso, che salvaguardino un valore “non negoziabile” a costo di tradirne altri altrettanto “non negoziabili”.

Dall’altra invece, quelli che sostengono la necessità di un adeguamento di parte di questi valori alla cultura dominante, per sottolineare invece ciò che ci accomuna con le culture non cristiane, inteso come base possibile per ricostruire il tessuto socio-culturale in un mondo pluralista. Che è la stessa cosa del compromesso al ribasso, ma operato sul piano prepolitico e culturale, piuttosto che su quello giuridico. E su questo il papa non perde occasione per ricordarci che il Vangelo non è “annacquabile”, pena la perdita del suo significato e la sua riduzione solo alla dimensione etica.

Il papa invece fa una operazione molto più semplice. Prende Gesù come riferimento. E afferma che sono necessari “pensieri, parole e gesti di pace che creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità”. Cioè qualcosa che, ben prima del piano giuridico e ben dentro a quello culturale, mostra la “differenza” cristiana, più nel modo con cui si cammina con gli uomini che non nel contenuto che si chiede agli stessi. Cioè partendo dal basso, “mediante relazioni interpersonali ed istituzioni (famiglia, scuola, università.. citate dal Papa nel paragrafo 6) sorrette ed animate da un «noi» comunitario, implicante un ordine morale, interno ed esterno, ove si riconoscono sinceramente, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri”. Fino ad invocare la pedagogia del “perdono”, cosa ben diversa da quella dello scontro o del nascondimento di sé. “È un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana”, ma è possibile.

La seconda questione. Il rilievo critico che mi sento di sollevare, sul testo papale, sta nel pensare che i principi integrali dell’essere umano siano “riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità”. Dove a me fa problema la prima parte e quel “quindi”, non il resto della frase, su cui sono d’accordo. Se lavoriamo proprio per salvaguardare l’integralità della persona non possiamo isolare la ragione come strumento per fondare questi stessi valori. Questo poteva andare bene nella modernità. Oggi ognuno “usa” la ragione “pro domo sua” ed è tempo perso, restando solo su questo piano, cercare di mostrare all’altro che il suo uso della ragione non salvaguarda l’integralità umana. E’ l’uomo intero che pensa, con le sue storie e le sue geografie, non una ragione astratta. La base comune oggi sta da un’altra parte. Tra una donna cristiana che non vuole abortire e una laica che lo vuole fare, il terreno comune sta nell’esperienza fisico corporea di ciò che esse vivono e di ciò che vivranno. Non a caso i temi di scontro sono proprio legati alla dimensione fisico-corporea individuale o socializzata. Oggi la ragione viene dopo, e sancisce qualcosa che è stato definito ad un altro livello. Ed è su questo livello che la testimonianza cristiana si può situare, per mostrare un modo diverso di vivere. E su questo abbiamo molto da dire.

Link originale: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1097

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