Il giardino segreto di Meeta ed Eileen

Winter Breeze

Nel 1999, la cantautrice inglese Maggie Holland scrisse A Place Called England.

Diciamo che il blog Kelebek potrebbe essere un lungo e noioso commento a questa canzone.

Ho imparato che bisogna spiegare le cose fondamentali prima, altrimenti ci si perde in chi sa quali dettagli.

Maggie Holland constata che non siamo astratti Cittadini. Siamo fatti di ricordi, paesaggi, persone, piante e animali che abbiamo conosciuto, sapori, paure, odori, nella loro immensa varietà, unicità e mutamento.

Ciò che violenta sistematicamente queste relazioni, divorandole e trasformandole in deserto, è qualcosa che non ha un volto facile da identificare. Eppure Maggie Holland riesce a spiegarlo perfettamente, quando parla di “uomini che credono che l’Inghilterra sia solo un luogo in cui parcheggiare le loro auto.”

Paesaggi, relazioni e luoghi sono cose vive, che riguardano persone vive, e che diventano false appena cessano di essere vissute.

Questo è un passaggio decisivo, perché se ci pensate bene, smaschera tutta la querelle di “identitari” e “antirazzisti” e tante altre astratte ossessioni che rendono impossibile capire le cose.

Noi (in parte) anglosassoni siamo fatti così, facciamo una fatica enorme a capire a cosa possano servire le astrazioni.

Ma torniamo a Maggie Holland.

Sappiamo quanto la cultura inglese rispetti le idiosincrasie e i silenzi di ciascuno di noi; ma Maggie Holland capisce che questo non ha nulla a che fare con la sacralizzazione dell’astratta proprietà, fondamento di tutti i tabù del sistema in cui viviamo.

Solo allora, quando abbiamo fissato le fondamenta di verità, possiamo utilizzare i simboli, come fa Maggie Holland, citando San Giorgio e Re Artù, assieme però a Meeta, dal nome palesemente indiano; oppure le figure del passato, come i Digger, la comunità evangelica agraria del Seicento inglese. Il cui fondatore, l’artigiano Gerrard Winstansley, disse tutto ciò che c’era da dire sulla nuova demoniaca religiosità che stava allora nascendo:

“Il denaro non dovrà più essere il grande dio, che include alcuni ed esclude altri,[1]perché il denaro è solo parte della Terra: e certamente, il Giusto Creatore, che è re, non ha mai ordinato che non si dovessero nutrire né vestire alcuni del genere umane se non portavano quel minerale (argento e oro) nelle loro mani ad altri del loro stesso genere. Sicuramente no, perché era il progetto del Tiranno-Carne [2] (di cui i proprietari terrieri sono dei rami) di imporre la propria immagine sul denaro. E hanno fatto questa ingiusta legge: che nessuno debba vendere o comprare, mangiare o essere vestito, né avere alcuna vita comoda tra gli uomini, se non porta la sua immagine stampata su oro o argento tra le loro mani.”

Nella preparazione della canzone, Maggie Holland ha detto di aver tratto ispirazione anche dalla frase del cantautore scozzese, Dick Gaughan: “il primo posto a essere colonizzato, nell’impero britannico, fu l’Inghilterra.”

Ma ancora di più, Maggie Holland è stata ispirata da un vicino, il signor Harding, che curava uno splendido giardino, da cui lei, bambina, aveva preso dei fiori; e che Maggie Holland contrasta con il severo giardiniere della Bibbia:

“Già allora, nella mia mente di bambina,
mi resi conto che non era un buon giardiniere nello stile del signor Harding”.

In fondo, ho incorporato la versione di Maggie Holland, ma vale la pena ascoltare anche quella della grande June Tabor, che per qualche motivo tecnico, non si lascia inserire qui: mi limito quindi a segnalare dove la potete ascoltare.

“Sono uscita una bella mattina di maggio, come un eroe in una canzone,
alla ricerca di un luogo che si chiama Inghilterra, cercando di scoprire dove appartengo.
Non sono riuscita a trovare il vecchio prato alluvionale [3] né la casa che un tempo conoscevo;
nessuna traccia del piccolo fiume o del giardino dove sono nata.

Ho visto la città e la campagna, l’autostrada e i casermoni [4];
il ricco sui suoi vasti ettari, il povero ancora fuori dal cancello;
centro commerciale e burger kingdom, prateria e campagna industriale,
in mano a uomini che credono che l’Inghilterra sia solo un luogo in cui parcheggiare le loro auto.

Ma mentre il treno usciva dalla stazione, passando per le spoglie terre della disperazione
dall’angolo dell’occhio un chiarore riempì l’aria sporca.
Qualcuno aveva fatto crescere una macchia di girasoli anche se il terreno era nero fumo,
calendule e qualche pomodoro, proprio accanto al binario.

Giù tra le case terrazzate, tra le torri di cemento armato
mucchi di concime e stoloni scarlatti, giardini segreti pieni di fiori.
Meeta alleva le sue rose profumate proprio sotto il percorso dei grandi jet.
Provate a offrirle una fortuna per il suo giardino – Eileen si gira dall’altra parte e ride.

Sorgi, allora, Giorgio, e risvegliati Artù, è ora di uscire dal tuo sonno.
Rivesti il cavallo di nastri verde mare,[5] tira fuori la vecchia spada dagli abissi.
Tieni il fronte per Dave e Daniel mentre scavano nell’argilla,
quando la quercia in tutta la sua gloria assorbe il sole per un altro giorno ancora.

Venite tutti voi che vi sentite bene con la libertà qualunque terra vi abbia dato la nascita,
c’è posto per voi, radice e ramo, finché amate la terra inglese.
Posto per il topo campagnolo e per l’orchidea, posto per tutti per crescere e prosperare;
solo, meno posto per il grasso proprietario terriero con le chiappe sul suo quattro per quattro.

Perché l’Inghilterra non è una bandiera né un impero, non è denaro e non è sangue.
E’ il burrone di calcare e lo sperone di granito, l’argilla del Weald e il fango del Severn,
il merlo che canta dall’albero di maggio, l’allodola che fa le scale musicali,
pettirosso che guarda in piedi sulla tua vanga e la terra inglese sotto le unghie.

E allora, un evviva per quel luogo chiamato Inghilterra, tanto abusato ma non ancora morto;
un’Inghilterra un po’ alla signor Harding che sta appesa a un filo.
Un evviva per i folli Digger, la loro ora sta per arrivare;
pianteremo il seme che hanno salvato per noi, bene comune e suolo comune.

I rode out on a bright May morning like a hero in a song,
Looking for a place called England, trying to find where I belong.
Couldn’t find the old flood meadow or the house that I once knew;
No trace of the little river or the garden where I grew.

I saw town and I saw country, motorway and sink estate;
Rich man in his rolling acres, poor man still outside the gate;
Retail park and burger kingdom, prairie field and factory farm,
Run by men who think that England’s only a place to park their car.

But as the train pulled from the station through the wastelands of despair
From the corner of my eye a brightness filled the filthy air.
Someone’s grown a patch of sunflowers though the soil is sooty black,
Marigolds and a few tomatoes right beside the railway track.

Down behind the terraced houses, in between the concrete towers,
Compost heaps and scarlet runners, secret gardens full of flowers.
Meeta grows her scented roses right beneath the big jets’ path.
Bid a fortune for her garden—Eileen turns away and laughs.

So rise up, George, and wake up, Arthur, time to rouse out from your sleep.
Deck the horse with sea-green ribbons, drag the old sword from the deep.
Hold the line for Dave and Daniel as they tunnel through the clay,
While the oak in all its glory soaks up sun for one more day.

Come all you at home with freedom whatever the land that gave you birth,
There’s room for you both root and branch as long as you love the English earth.
Room for vole and room for orchid, room for all to grow and thrive;
Just less room for the fat landowner on his arse in his four-wheel drive.

For England is not flag or Empire, it is not money, it is not blood.
It’s limestone gorge and granite fell, it’s Wealden clay and Severn mud,
It’s blackbird singing from the May tree, lark ascending through the scales,
Robin watching from your spade and English earth beneath your nails.

So here’s two cheers for a place called England, sore abused but not yet dead;
A Mr Harding sort of England hanging in there by a thread.
Here’s two cheers for the crazy diggers, now their hour shall come around;
We shall plant the seed they saved us, common wealth and common ground.

Note:

[1] “Includere”, “escludere” sono hedge in, hedge out, come le siepi che i proprietari erigevano per impedire ai contadini l’accesso agli antichi usi comuni.

[2] Tyrant-flesh. Non sono riuscito a trovare l’origine di questo termine, anche se evidentemente unisce il concetto biblico di “carne” a quello del tiranno.

[3] Flood meadow, un pascolo che in certe stagioni è allagato dal fiume.

[4] Sink estates, gli agglomerati dell’edilizia popolare.

[5] I nastri che portavano i Digger.

Nel 1999, la cantautrice inglese Maggie Holland scrisse A Place Called England.

Diciamo che il blog Kelebek potrebbe essere un lungo e noioso commento a questa canzone.

Ho imparato che bisogna spiegare le cose fondamentali prima, altrimenti ci si perde in chi sa quali dettagli.

Maggie Holland constata che non siamo astratti Cittadini. Siamo fatti di ricordi, paesaggi, persone, piante e animali che abbiamo conosciuto, sapori, paure, odori, nella loro immensa varietà, unicità e mutamento.

Ciò che violenta sistematicamente queste relazioni, divorandole e trasformandole in deserto, è qualcosa che non ha un volto facile da identificare. Eppure Maggie Holland riesce a spiegarlo perfettamente, quando parla di “uomini che credono che l’Inghilterra sia solo un luogo in cui parcheggiare le loro auto.”

Paesaggi, relazioni e luoghi sono cose vive, che riguardano persone vive, e che diventano false appena cessano di essere vissute.

Questo è un passaggio decisivo, perché se ci pensate bene, smaschera tutta la querelle di “identitari” e “antirazzisti” e tante altre astratte ossessioni che rendono impossibile capire le cose.

Noi (in parte) anglosassoni siamo fatti così, facciamo una fatica enorme a capire a cosa possano servire le astrazioni.

Ma torniamo a Maggie Holland.

Sappiamo quanto la cultura inglese rispetti le idiosincrasie e i silenzi di ciascuno di noi; ma Maggie Holland capisce che questo non ha nulla a che fare con la sacralizzazione dell’astratta proprietà, fondamento di tutti i tabù del sistema in cui viviamo.

Solo allora, quando abbiamo fissato le fondamenta di verità, possiamo utilizzare i simboli, come fa Maggie Holland, citando San Giorgio e Re Artù, assieme però a Meeta, dal nome palesemente indiano; oppure le figure del passato, come i Digger, la comunità evangelica agraria del Seicento inglese. Il cui fondatore, l’artigiano Gerrard Winstansley, disse tutto ciò che c’era da dire sulla nuova demoniaca religiosità che stava allora nascendo:

“Il denaro non dovrà più essere il grande dio, che include alcuni ed esclude altri,[1]perché il denaro è solo parte della Terra: e certamente, il Giusto Creatore, che è re, non ha mai ordinato che non si dovessero nutrire né vestire alcuni del genere umane se non portavano quel minerale (argento e oro) nelle loro mani ad altri del loro stesso genere. Sicuramente no, perché era il progetto del Tiranno-Carne [2] (di cui i proprietari terrieri sono dei rami) di imporre la propria immagine sul denaro. E hanno fatto questa ingiusta legge: che nessuno debba vendere o comprare, mangiare o essere vestito, né avere alcuna vita comoda tra gli uomini, se non porta la sua immagine stampata su oro o argento tra le loro mani.”

Nella preparazione della canzone, Maggie Holland ha detto di aver tratto ispirazione anche dalla frase del cantautore scozzese, Dick Gaughan: “il primo posto a essere colonizzato, nell’impero britannico, fu l’Inghilterra.”

Ma ancora di più, Maggie Holland è stata ispirata da un vicino, il signor Harding, che curava uno splendido giardino, da cui lei, bambina, aveva preso dei fiori; e che Maggie Holland contrasta con il severo giardiniere della Bibbia:

“Già allora, nella mia mente di bambina,
mi resi conto che non era un buon giardiniere nello stile del signor Harding”.

In fondo, ho incorporato la versione di Maggie Holland, ma vale la pena ascoltare anche quella della grande June Tabor, che per qualche motivo tecnico, non si lascia inserire qui: mi limito quindi a segnalare dove la potete ascoltare.

“Sono uscita una bella mattina di maggio, come un eroe in una canzone,
alla ricerca di un luogo che si chiama Inghilterra, cercando di scoprire dove appartengo.
Non sono riuscita a trovare il vecchio prato alluvionale [3] né la casa che un tempo conoscevo;
nessuna traccia del piccolo fiume o del giardino dove sono nata.

Ho visto la città e la campagna, l’autostrada e i casermoni [4];
il ricco sui suoi vasti ettari, il povero ancora fuori dal cancello;
centro commerciale e burger kingdom, prateria e campagna industriale,
in mano a uomini che credono che l’Inghilterra sia solo un luogo in cui parcheggiare le loro auto.

Ma mentre il treno usciva dalla stazione, passando per le spoglie terre della disperazione
dall’angolo dell’occhio un chiarore riempì l’aria sporca.
Qualcuno aveva fatto crescere una macchia di girasoli anche se il terreno era nero fumo,
calendule e qualche pomodoro, proprio accanto al binario.

Giù tra le case terrazzate, tra le torri di cemento armato
mucchi di concime e stoloni scarlatti, giardini segreti pieni di fiori.
Meeta alleva le sue rose profumate proprio sotto il percorso dei grandi jet.
Provate a offrirle una fortuna per il suo giardino – Eileen si gira dall’altra parte e ride.

Sorgi, allora, Giorgio, e risvegliati Artù, è ora di uscire dal tuo sonno.
Rivesti il cavallo di nastri verde mare,[5] tira fuori la vecchia spada dagli abissi.
Tieni il fronte per Dave e Daniel mentre scavano nell’argilla,
quando la quercia in tutta la sua gloria assorbe il sole per un altro giorno ancora.

Venite tutti voi che vi sentite bene con la libertà qualunque terra vi abbia dato la nascita,
c’è posto per voi, radice e ramo, finché amate la terra inglese.
Posto per il topo campagnolo e per l’orchidea, posto per tutti per crescere e prosperare;
solo, meno posto per il grasso proprietario terriero con le chiappe sul suo quattro per quattro.

Perché l’Inghilterra non è una bandiera né un impero, non è denaro e non è sangue.
E’ il burrone di calcare e lo sperone di granito, l’argilla del Weald e il fango del Severn,
il merlo che canta dall’albero di maggio, l’allodola che fa le scale musicali,
pettirosso che guarda in piedi sulla tua vanga e la terra inglese sotto le unghie.

E allora, un evviva per quel luogo chiamato Inghilterra, tanto abusato ma non ancora morto;
un’Inghilterra un po’ alla signor Harding che sta appesa a un filo.
Un evviva per i folli Digger, la loro ora sta per arrivare;
pianteremo il seme che hanno salvato per noi, bene comune e suolo comune.

I rode out on a bright May morning like a hero in a song,
Looking for a place called England, trying to find where I belong.
Couldn’t find the old flood meadow or the house that I once knew;
No trace of the little river or the garden where I grew.

I saw town and I saw country, motorway and sink estate;
Rich man in his rolling acres, poor man still outside the gate;
Retail park and burger kingdom, prairie field and factory farm,
Run by men who think that England’s only a place to park their car.

But as the train pulled from the station through the wastelands of despair
From the corner of my eye a brightness filled the filthy air.
Someone’s grown a patch of sunflowers though the soil is sooty black,
Marigolds and a few tomatoes right beside the railway track.

Down behind the terraced houses, in between the concrete towers,
Compost heaps and scarlet runners, secret gardens full of flowers.
Meeta grows her scented roses right beneath the big jets’ path.
Bid a fortune for her garden—Eileen turns away and laughs.

So rise up, George, and wake up, Arthur, time to rouse out from your sleep.
Deck the horse with sea-green ribbons, drag the old sword from the deep.
Hold the line for Dave and Daniel as they tunnel through the clay,
While the oak in all its glory soaks up sun for one more day.

Come all you at home with freedom whatever the land that gave you birth,
There’s room for you both root and branch as long as you love the English earth.
Room for vole and room for orchid, room for all to grow and thrive;
Just less room for the fat landowner on his arse in his four-wheel drive.

For England is not flag or Empire, it is not money, it is not blood.
It’s limestone gorge and granite fell, it’s Wealden clay and Severn mud,
It’s blackbird singing from the May tree, lark ascending through the scales,
Robin watching from your spade and English earth beneath your nails.

So here’s two cheers for a place called England, sore abused but not yet dead;
A Mr Harding sort of England hanging in there by a thread.
Here’s two cheers for the crazy diggers, now their hour shall come around;
We shall plant the seed they saved us, common wealth and common ground.

Note:

[1] “Includere”, “escludere” sono hedge in, hedge out, come le siepi che i proprietari erigevano per impedire ai contadini l’accesso agli antichi usi comuni.

[2] Tyrant-flesh. Non sono riuscito a trovare l’origine di questo termine, anche se evidentemente unisce il concetto biblico di “carne” a quello del tiranno.

[3] Flood meadow, un pascolo che in certe stagioni è allagato dal fiume.

[4] Sink estates, gli agglomerati dell’edilizia popolare.

[5] I nastri che portavano i Digger.

httpv://www.youtube.com/watch?v=3i9IUHwW-2A

Link originale: http://kelebeklerblog.com/2012/10/13/il-giardino-segreto-di-meeta-ed-eileen-2/

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