E le donne? C’è poi differenza tra la Gruber e la Minetti? E la Salsi?

Dress code

di Sergio Di Cori Modigliani

“Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.

Gustave Le Bon

“Che fine hanno fatto le donne in Italia?”.

Una domanda, questa, oggi, quasi impossibile da porre. Rimarrebbe lì, sospesa, per mancanza di interlocutori, per mancanza di confronti, per assenza di palestre in grado di offrire almeno ospitalità. Al massimo ci sarebbe qualcuno a chiedere: ma che senso ha questa domanda? Che cosa vuole dire?

Nell’attuale vuoto perenne culturale, prodotto dall’oligarchia del privilegio, l’assenza più tragica, la più assordante tra tutte le latitanze, è la voce delle donne libere pensanti, di cui l’Italia un tempo aveva fornito grandi esempi, nomi illustri, personalità corpose, punti di riferimento nella genesi dell’inconscio collettivo, al punto tale da produrre diverse parole d’ordine e slogan –divenuti poi simboli totemici dei movimenti femministi- che avevano contagiato trasversalmente l’intera struttura dello scambio sociale, diventando trampolino di lancio per portare avanti le grandi battaglie sui diritti civili di tutti. Erano, infatti, diventate frasi-totem di dominio comune, di cui la più celebre (dimenticata e sepolta non a caso) il privato è politico era diventata il passepartout d’ingresso nell’inconscio collettivo delle famiglie, provocando allora una vera rivolta esistenziale. Le donne, in questo paese, si erano poco a poco conquistate un posto all’interno delle tradizionali strutture maschiliste dimostrando di essere delle imbattibili e creative combattenti, riuscendo a sedurre l’intera società perché portatrici di valori, schemi, idee, progetti, che non erano un bieco pedinamento di un’idea del potere maschile bensì ne erano una alternativa senza per questo neppure essere obbligate a essere oppositive oppure antagoniste. Come dire, l’altra rotaia che mancava per avere un binario funzionante, l’altra metà del cielo, l’altra faccia della luna, l’anello mancante, il rovescio della medaglia. Come vi pare. Comunque fosse, e comunque venisse declinata, qualunque idea della società era imprescindibile dalla sostanza di contenuti portata avanti da un modello femminile dell’esistenza che era essenzialmente di rottura: perché era un “modello Altro”.

Basterebbe pensare che nel 1983, a gestire la complessa matassa istituzionale della P2 di Licio Gelli e aprire un contenzioso con la massoneria italiana, diversi servizi segreti e i partiti, vennero chiamate tre donne, la comunista Nilde Jotti, la democristiana Tina Anselmi e la radicale Emma Bonino. Tre età anagrafiche diverse, tre idee del mondo diverse, tre modalità diverse di intendere la lotta politica; eppure, si misero d’accordo. L’inchiesta, allora, non appena iniziata, era stata subito bloccata –come al solito in Italia- ed era arrivata sul tavolo del Presidente della Camera cui era stato ben spiegato da parte dei marpioni di turno che bisognava gestirla in camera caritatis e senza alzar tanto il polverone. Ma il presidente della Camera era una femmina e poiché la Legge le consentiva di essere lei a decidere che cosa fare, ebbe la sottigliezza politica di convocare i rappresentanti politici dei due gruppi più importanti di allora, il potere democristiano e i fortissimi radicali (il corrispondente primi anni’80 del M5S di oggi). E così, la Jotti, la Anselmi e la Bonino si rinchiusero in una stanza e decisero per noi, sconvolgendo tutti i piani prestabiliti. Con le donne in politica bisognava fare i conti, allora. E nessuno poteva sottrarsi. Comunisti, fascisti, cattolici, laici, radicali, liberali, di destra e di sinistra, progressisti e conservatori, finivano per inglobare al proprio interno una fertile zona di creatività e stimolo proveniente dal mondo femminile che molto spesso dava frutti originali in grado di produrre autentici scossoni evolutivi per il sistema.

Quando, agli inizi del millennio, l’oligarchia del privilegio iniziò l’ultima fase del suo piano di definitivo abbattimento delle conquiste socio-psicologiche, ottenute nell’arco di 300 anni -quella di cui in questo periodo stiamo vivendo l’ultimo e (secondo loro) definitivo capitolo- i due soggetti principali da abbattere, cancellare, comprare, eliminare, corrompere, sono stati gli intellettuali e le donne pensanti.

Sugli intellettuali ho espresso più d’una volta la mia opinione.

Sulle donne, lo faccio oggi per la prima volta, perché mercoledì sera è avvenuto un episodio mediatico che ha visto come protagoniste due donne –e quindi un evento diciamo così tutto interno al mondo femminile e al mondo dell’immagine femminile- che io considero emblematico di questa fase e sul quale ero convinto che il giorno dopo ci sarebbero state discussioni, zuffe, dibattiti, soprattutto su facebook e in rete e, soprattutto, sulle pagine e sui siti gestiti da donne attive in politica e che molto spesso si occupano di tematiche sociali legati al mondo femminile.

Invece non è accaduto nulla.

Neppure una parola. Neppure un rigo. Neppure una menzione (che io sappia).

Segno dei tempi.

Segno del tempo che fa, in Italia.

A metà degli anni’90, in Usa, in opposizione all’edonismo liberista reaganiano degli anni’80, le donne divennero le protagoniste del dibattito, dando vita a una nuova fase (quella cosiddetta del post-femminismo) aperta e lanciata da una poderosa e illuminata intellettuale femminista, Camille Paglia, autrice di un corposo volume dal titolo ”Sexual persona” la quale raggiunse una notevole notorietà per due frasi epiche di allora. Una era relativa alla diversa idea femminile del mondo produttivo-artistico (lei ha la cattedra all’Università della Pennsylvania in “Teoria delle Arti e sociologia dei sistemi complessi”) ben sintetizzata dalla frase “E’ vero noi non abbiamo mai avuto una Mozart, in compenso non abbiamo mai avuto né mai l’avremo una Jack lo Squartatore”. E con questa frase si aprì un furioso dibattito socio-cultural-politico sul concetto di femminicidio, arrivato in Italia con circa venti anni di tragico ritardo. Se ne comincia a parlare appena adesso, tra un vagito e un sussulto. L’altra, invece, aprì una voragine di scontro e confronto tra mondo maschile e mondo femminile perché, provocatoriamente, la Paglia elesse, in un celebre convegno pubblico a New York nel 1995, lo scrittore Henry Miller come, riferisco a memoria: “punto di riferimento importante per tutti, e soprattutto per noi donne, in quanto grande libertario, maschiaccio maschilista soltanto a letto (e meno male era ora) ma proprio perché la femmina l’ha sempre desiderata in quanto persona libera, ovverossia Persona prima di essere Carne, si è speso nell’arco della sua vita per essere al fianco delle donne, perché un autentico libertario è sempre e comunque dalla parte delle donne. La sua frase se vuoi sapere che cosa accade in una nazione e come funziona quella società vai a vedere che cosa dicono e che cosa fanno le donne, come si comportano, quali modelli veicolano, come le mostrano e come le presentano, soltanto così capirai il funzionamento del potere in quel paese diventa oggi la chiave per comprendere la svolta necessaria e indispensabile per avviarci verso una nuova evoluzione della società. Come donna, come cittadina attiva politicamente, ma soprattutto come donna pensante e come femminista, vi dico oggi che, io, il potere maschile non lo voglio né mi interessa, che se lo tengano pure. E’ quindi perdente e inutile la competitività di genere, perché per noi non ha Senso. Io voglio il mio potere femminile, che è sempre alternativo in quanto presuppone nella sua essenza la totale assenza del concetto di schiavismo. Una donna veramente potente in quanto femminile sarà sempre in prima fila a combattere….non so…scelgo a caso….. per la liberazione dei contadini malgasci dalla schiavitù. Anche se in Madagascar non sanno neppure che lei esiste. Non ha alcuna importanza. Ciò che conta per davvero è che lo sappia lei. Lì dobbiamo andare”.

Camille Paglia (il suo pensiero) non è mai sbarcata in Italia e la tematica principale del dibattito sul post-femminismo (che da allora dilagò invece in tutto il Sudamerica) in Italia non ha mai attecchito se non in ristrettissimi circoli chiusi semi clandestini.

L’aspetto interessante di questo tipo di approccio consiste nella presentazione di una nuova e più evoluta discriminante della interpretazione del potere, e quindi, inevitabilmente, del gusto, dell’esistenza, dell’economia, della politica.

“La lotta contro lo schiavismo”.

Questa è oggi la discriminante che il movimento post femminista americano ci aveva regalato 15 anni fa. Bloccata nella sua genesi e sviluppo (non a caso) dall’irruzione sullo scenario politico-economico della famiglia Bush, tutta maschilizzante e militare, con una concezione imperialista ottocentesca nello schiavizzare i popoli, è stata riproposta invece alla fine dello scorso decennio.

Riaperto il fronte grazie a Obama (qui nel senso di Michelle), la tesi della Paglia ha subìto dei successivi aggiustamenti grazie a una sua celebre esternazione, divenuta paradigma antropologico di una nuova idea del rapporto maschio/femmina “la guerra tra sessi è una idea maschile ed è il frutto di una proiezione di impotenza inconscia dettata dalla paura, che vuole quindi l’esclusione e non la condivisione, a differenza del mondo dell’armonia che è alla base del potere femminile; il nemico di noi femmine non è il maschio, bensì le oche che rappresentano –ecco perché sono oche- una fantasia maschile proiettata di schiavizzazione. Tra una femmina cretina e un maschio evoluto preferisco andare a cena con un maschio pensante che elabora: insieme a lui troveremo il modo migliore e più efficace per liberarci dell’oca dannosa per la società, davvero pericolosa per noi donne”.

Qualche settimana fa, in occasione del suo ultimo libro appena uscito in Usa, dedicato alle nuove forme iconiche del potere femminile nell’attuale società, Camille Paglia ha contestato “l’idea obsoleta” di accogliere come modello identificativo per le donne una donna che ha molto potere per il solo fatto che abbia potere, senza andare a controllare “di che tipo di potere si tratta” e ha definito in diretta televisiva Lady Gaga (considerata la più potente donna in occidente come simbolo di riferimento socio-simbolico-economico) “la regina delle cretine, repressa e repressiva” contrapponendole, invece, una immagine iconica come Beyoncè “dotata di autentico erotismo femminile” e numerosi altri diversi tipi di donna, molte delle quali “non sono in carriera perché si sono rifiutate di aderire a quel tipo di carrierase la corsa presuppone l’applicazione di modelli schiavistici socio-economici. La suddivisione del mondo in vincenti/perdenti è un’idea maschile, legata alla tradizione storica della guerra. Quella femminile è invece tra essere felici e essere infelici”.

In Usa, oggi, si dibatte su questo.

E’ l’humus che ha prodotto “occupy wall street”.

E’ una riflessione che ripropongo come commento a un tragico segmento mediatico mandato in onda alla tivvù qualche sera fa sull’emittente La7 e che riguarda l’attuale fase politica italiana che stiamo vivendo. Mi riferisco qui a una intervista in diretta condotta da una professionista davvero intelligente nonché abile (Lilly Gruber, da un anno membro esecutivo del club Bilderberg nella gestione mediatica della schiavizzazione) divenuta, da oggi, per l’occasione, nella definizione neologica della mia mente, Lilly Marlene Gruberberg.

Dall’altra parte, nel ruolo dell’intervistata, c’era Federica Salsi, consigliera comunale appena espulsa dal M5S, cotta a puntino dai marpioni al silicio in salsa merengues.

L’intervista è stata davvero agghiacciante, per diversi motivi.

Dal punto di vista giornalistico appartiene a uno dei livelli più bassi mai visti in tivvù, e fa da pendant all’intervista a Favia, mandata in onda da Corrado Formigli qualche mese fa, promosso di recente per l’indefesso lavoro dal sapore kappagibbista di pretta marca sovietica: “delegittimare l’oppositore politico facendolo identificare in una icona negativa e quindi trasformandolo in un nemico del popolo”. Non c’ è nulla da dire al riguardo; in libera democrazia e libero mercato ciascuno fa ciò che ritiene opportuno. L’importante è capire, comprendere e decodificare ciò che fanno.

L’intervista in questione era relativa alla scelta di Beppe Grillo di espellere la Salsi dal suo movimento, di cui lui è il riconosciuto leader.

La Gruberberg e la Salsi sono apparse, quindi, per il pubblico italiano di massa, come due modelli femminili apparentemente contrapposti. In realtà non è così. E’ lo stesso modello.

Ed è tutto maschile.

Dopo aver presentato i fatti con la consueta capziosità, la Gruberberg è passata a picchiar duro sulla complicità di genere, nel condividere con la Salsi lo sconcerto di fronte al “terribile maschilismo di Grillo”, nei confronti di una donna, mamma affettuosa e moglie fedele. In tal modo ha creato subito una situazione tale per cui (in una nazione già medioevalizzata come questa) il pubblico è stato obbligato a spaccarsi in due: chi sta dalla parte delle donne e chi, invece, le attacca perché è maschilista. Mano a mano che l’intervista andava avanti il Senso si spostava. La Gruberberg, era chiaro, non aveva nessun interesse a conoscere e presentare l’opinione della Salsi: doveva farla confessare, come avveniva nei processi staliniani. Confessare che cosa? Quello che la Salsi ha confessato. E cioè che il M5S è un gruppo “maschilista” (quindi odiano le donne e le combattono) che nel M5S c’è la dittatura e come ha aggiunto “a differenza del PD dove le loro primarie hanno dato la dimostrazione di una grande democrazia”, spiegandoci anche che, in verità, il M5S non è neppure un’organizzazione politica, ma è semplicemente un business che ruota intorno al blog di Grillo che cerca di attirare contatti per acquisire pubblicità senza che nessuno abbia prodotto i riscontri perché noi non sappiamo quanto guadagni il suo blog: è l’unica cosa che gli interessa. In pratica, l’immagine che ne veniva fuori era quella di un furbone piccolo-borghese che cerca di lucrare qualche centinaio di euro al mese raccattate dagli annunci pubblicitari; e di un uomo roso dall’invidia. Chiede infatti la giornalista “Lei pensa che questo accanimento contro la presenza in televisione nasconda qualcosa d’altro?” La Salsi, poverina, persona dotata di pochi ed esili strumenti, annaspa un po’ ma la Gruberberg incalza “Non è che per caso, visto che lui sta sempre in televisione, non vuole….”. Sollevata dal suggerimento, la Salsi, finalmente si rilassa e dice che è invidioso se altri vanno in televisione, perché ci vuole andare sempre lui…

La Gruberberg, soddisfatta come un gattone sazio che si lecca i baffi, con brandelli di acciuga che ancora gli pendono dal pelame del mento, trionfante e paga, è ritornata alla solidarietà tra donne, tra mamme, tra mogli. Fine dell’intervista.

Neppure a dirlo, il giorno dopo la Salsi era ospite di Corradino Mineo su Rainews24 a dire le stesse identiche cose, più tardi sul Tg5 e sul Tg4 e infine su Skynews24.

La Gruberberg ha dato la stura e tutti seguono la nuova deriva mediatica strategica.

Si dà il caso, però, che tale solidarietà sia il prodotto di una pianificazione maschile, tutta interna a un quadro bellico maschile e maschilizzante che introduce in una botta sola una concezione sia degradante che degradata della donna.

La Gruberberg (degradante) offre, come esempio esistenziale, quello della perfetta esecutrice degli ordini dell’esclusivo club al quale appartiene, si candida a salvaguardia di una concezione schiavista del mondo (quella, per l’appunto dei Bilderberg) che annuncia i nuovi cieli staliniani all’orizzonte mediatico italiota: “chi va contro l’oligarchia bancaria, potrà essere promosso nel mercato a condizione che confessi in televisione davanti a un folto pubblico, pentendosi”. Inoltre, deve diventare veicolo pubblicitario di carattere elettorale per spingere verso l’astensione invece che per l’espressione del voto. Il mantra, infatti, è, per ciò che riguarda l’Italia: “Non votate: astenetevi”; è il motivo di base che spiega la quotidiana messe di sconcezze e illegalità che vengono annunciate nel nostro paese come se fosse una scoperta, con l’esclusivo obiettivo di spingerci a pensare che essendo tutti uguali non esiste alternativa e quindi è inutile votare. Meno votanti ci saranno, più facile sarà spartirsi la torta.

La Salsi (degradata) offre, come esempio esistenziale, quello della “donnetta” fragile, devota al potere, tutta casa lavoro e famiglia, la quale, non appena si trova a combattere una battaglia politica, corre a chiedere soccorso ai controllori del mainstream per denunciare l’esistenza dell’orco. Nel suo essere degradata manifesta una totale inettitudine al dibattito politico (è proprio ciò che piace) dimostrando che le donne non sono capaci di elaborazione e dichiara “seguiterò a fare il consigliere per altri 3 anni mezzo” aggiungendo poi che non andrà a votare, il che equivale a insultare i suoi elettori.

Appiattita e messa all’angolo dalla Gruberberg, la Salsi veicola l’immagine consolatoria della donna debole e sempre vittima, che fa da pendant a quella, invece, di chi sceglie di essere esecutrice di un’idea del mondo maschile e schiavista. Cè alla base la rinuncia alla propria condizione di Persona autonoma, libera, indipendente. La Salsi avrebbe avuto la possibilità, paradossalmente, di manifestare una propria autonomia se avesse dichiarato “siccome nel PD c’è la vera democrazia e nel M5S invece no; siccome nel PD le donne sono valutate ma nel M5S no, allora io chiedo l’iscrizione al PD e mi dimetto da consigliere perché non intendo rappresentare un movimento di maschilisti truffatori e dittatori”. In questo caso avrebbe manifestato una sua libertà autonoma.

Il tutto presentato come modello di solidarietà tra donne.

Qualcuno potrebbe dire: “Ma si sa, la politica funziona così”.

Mah!

Si sente la mancanza delle donne nel dibattito pubblico, donne libere in grado di saper contrastare e denunciare la Gruberberg come semplice esecutrice di ordini dell’oligarchia finanziaria che –per un banale caso biologico- è di genere femminile. Ma si comporta come un maschio: ha scelto di appartenere a un esclusivo club di maschi schiavisti, il massimo di ogni fantasia maschile maschilista.

Esistono modelli diversi dalla Gruberberg e dalla Salsi.

Donne che hanno affermato e affermano l’importanza fondamentale del potere femminile nella lotta e nella battaglia politica quotidiana, senza per questo dover aderire a un’idea maschile e schiavista del mondo, anzi, proponendo con il proprio esempio una idea alternativa. Una proposta Altra. Vincente non in quanto oppositiva, ma in quanto armonica, funzionale ed efficace proprio perché femminilmente femminile.

Negli ultimi dieci anni, la società italiana non è riuscita a produrre un soggetto politico originale di genere femminile, un’artista, un’intellettuale, in grado di veicolare e attirare intorno a sé passioni unificanti e aggregazioni sulla base di una proposta femminile all’attuale crisi. Non appena qualcuna accenna a qualcosa e ottiene un minimo di consenso, immediatamente viene cooptata all’interno di un meccanismo che diventa la riproposizione di un’idea maschile schiavista basata sulla visibilità, l’esclusività, l’apparenza e che si pone contro la condivisione, la solidarietà, l’armonia.

E’ il maschio che privilegia l’apparenza alla sostanza, lo è in tutto il regno animale.

E’ il maschio che privilegia l’esercizio del potere alla competenza tecnica.

La vanità narcisistica è una caratteristica maschile, quella femminile non è narcisistica.

La differenza tra l’intero continente americano e il nostro paese, più che mai, sta proprio oggi in una interpretazione opposta del ruolo della donna nella società.

Perché alla fin fine, ciò che conta sono i modelli di identificazione, i simboli che andranno a costruire l’immaginario collettivo.

Non è certo un caso che in Italia non c’è stata nessuna organizzazione politica, nessuna associazione femminile (neppure quelle femministe) che hanno dato risalto e respiro (oltre che notizie e informazione) alla Legge fortemente voluta da Cristina Kirchner un anno fa, che ha radicalmente cambiato la Storia Sociale del Diritto in occidente, a tal punto da pungere nel proprio orgoglio nazionale Hillary Clinton che si è complimentata con lei per iscritto, allo stesso tempo sgridando le proprie connazionali al Congresso per aver perso l’occasione di poter dire che ancora una volta gli Usa erano leader nella lotta della liberazione femminile. Il Congresso della Repubblica Argentina con l’88% dei voti a favore ha modificato il proprio codice penale e la costituzione non per introdurre il Fiscal Compact, bensì per istituire il reato di femminicidio nel codice penale, identificato come “violenza contro l’umanità essendo la femmina potenziale portatrice di vita nel suo grembo”. Il femminicidio, dal 1 Giugno del 2012 è diventato in Argentina il più pesante reato perseguibile dalla Legge e a gennaio del 2013 verrà applicato anche in Brasile, altra nazione dove una donna è presidente. Non è certo un caso che da quelle parti si parli di felicità (quando si parla di economia) e non soltanto di numeri e di spread così cari al club Bilderberg e la ricerca della armonia tra le parti sociali ha dato il via al varo del concetto di bilancio sociale, caratteristico modello di gestione ”femminile” dell’economia, dando vita a una nuova idea della vita sociale che propone nuovi modelli di identificazione per le giovani donne. Come nella vicina Repubblica del Cile dove si è sviluppato il più potente movimento di opposizione di tutto il continente gestito da una nuova leader, Camila Vallejos, che sta mettendo in ginocchio l’attuale amministrazione conservatrice. Recentemente è stata intervistata alla televisione di Santiago. Il giornalista, un conservatore di lungo corso, nel farle la prima domanda, ha fatto una lunga premessa dilungandosi sulla bellezza della donna (Camila è veramente bellissima) e dopo averla riempita di complimenti per la sua attrattiva fisica le ha chiesto quale fosse la relazione tra la sua veste politica e il suo fisico. E la Camila ha risposto: “La ringrazio per i complimenti che non accolgo e li rispedisco al mittente, se li può tenere. Da lei non li voglio. Io non sto qui per essere considerata per i miei attributi fisici che appartengono a una casualità biologica. Lei parla come un colonialista dell’800. Io voglio attirare una maggioranza parlamentare che voti contro la privatizzazione degli studi per combattere contro lo schiavismo voluto dal Fondo Monetario Internazionale. Quella è l’unica attrattiva che mi interessa. Non siamo più merci da vendere al mercato. E’ proprio l’idea che sia il mercato a decidere le leggi che mi ripugna e che il nostro movimento contesta. Glie la faccio io, invece, una domanda: lei è a favore o contro la diffusione dell’istruzione di massa?”. E ha cominciato ha sciorinare una serie di dati, notizie, informazioni. Il giornalista, basito e balbettante, ha cercato di rattoppare, ma ormai era fatta. Il giorno dopo su tutti i media non si parlava di quanto Camila fosse bella, bensì delle notizie che aveva dato.

(L’immagine in bacheca è la fotografia della leader politica Camila Vallejos).

In conclusione vi allego un articolo pubblicato da una cittadina che è un soggetto politico molto attivo nel campo dei diritti civili. Si chiama Rita Guma. Il suo pezzo è uscito su Il Fatto Quotidiano in data 31 luglio 2012. Nessun dibattito. E’ andata all’attacco dei settimanali femminili che in Italia propongono un’idea della donna che appartiene totalmente all’idea iper-liberista del mondo. Ciò che conta in questo articolo, più della sua stessa sostanza, è l’effetto e le risposte che ha ottenuto: nessun effetto, nessuna risposta.

Buon week end a tutti.

 

Donne o quarti di bue? Femminili, facciamoci del male

di Rita Guma | 31 luglio 2012

In questi giorni mi è capitato di vedere, prevalentemente online, inserti e settimanali femminili con “servizi” in cui seni e glutei di donne famose di ogni età venivano fotografati in bikini e proposti all’attenzione del pubblico per un ignominioso confronto.

Molti femminili ci hanno ormai abituato alle classifiche chic e choc, quelle in cui vengono mostrate immagini con il look delle dive e di altre donne famose e in didascalia un voto allo stile oppure l’elenco degli errori moda delle protagoniste. Fin qui nulla di male: pagine (riempite velocemente e senza dover pensare troppo, basta pagare gli scatti), in cui, accanto alla soddisfazione della curiosità di parte dei lettori, qualche lettrice avrebbe anche potuto divertirsi per gli errori delle dive o apprendere come non farne.

Adesso appaiono carrellate di foto rubate del lato B o di quello A, con improbabili associazioni o classifiche (donne di tutte le età e taglie paragonate fra loro impietosamente) e soprattutto con una valutazione critica di questi particolari anatomici che almeno in precedenza erano fotografati e presentati nel loro insieme (più o meno coperto), in un servizio di moda o per illustrare l’articolo sulla presentatrice, attrice o intellettuale intervistata nel testo.

Insomma, anche sui femminili ci siamo arrivati, e non in servizi con consigli sul come essere più toniche e scattanti, ma mostrando le donne come quarti di bue. E questo sugli stessi giornali che pretendono di farci credere che difendano la parità delle donne, le sostengano nell’impegno per gestire casa e lavoro, si battano per la difesa dalle violenze.

Un effetto diseducativo, perché se una donna è un insieme di quarti di bue (belli o brutti che siano), allora ci si chiede dov’è il cervello e perché uno dovrebbe guardare e desiderare di approcciare l’insieme (cervello compreso) e non i singoli quarti, da soppesare come al mercato.

Anche perché, secondo alcuni studi, una larga fetta di giovani ancora si rivolge ai media per farsi una cultura sul sesso. E ne ricavano anche una sui rapporti fra i sessi, considerate le conclusioni di unaricerca mondiale sulle donne nei media organizzata alcuni anni fa dalla World Association for Christian Communication (in Italia dall’Osservatorio di Pavia e da professori e studenti di varie università italiane) secondo cui l’immagine e la presenza delle donne nei media è ancora fortemente segnata da stereotipi, con effetto su tutti gli aspetti della vita quotidiana dei fruitori.

L’uso dell’immagine della donna-oggetto in pubblicità era già stata denunciata da più parti, compreso il comitato pari opportunità dell’assemblea parlamentare del Consiglio di Europa, e varie polemiche hanno accompagnato più o meno di recente campagne pubblicitarie con immagini di sopraffazione sulla donna, ma i giornali femminili che le pubblicavano potevano giustificarsi con il fatto che quella pubblicità non è prodotta da loro e che la vendita degli spazi pubblicitari consente di offrire alle lettrici altri servizi e informazioni di un certo peso. Oggi, invece, alcuni femminili propongono gratuitamente classifiche di glutei e seno studiate a tavolino.

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