Redenzione ed emancipazione

Chi getta semi...

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Matteo 5-7

“L’occasione fa l’uomo ladro!”

Così recita la vulgata imperiale ed, in questo modo, l’aristocrazia dominante lancia il suo monito.

– Siete tutti come noi! E, se voi aveste avuto l’occasione buona e la capacità di coglierla, tutti voi sareste parte della nostra comunità!

Sia ben chiaro, non è vero!

Cioè, per essere precisi, non è vero che credono che noi siamo come loro.

Non possono crederlo in quanto, se lo credessero, collasserebbe il loro mondo che tanto ben distingue i possessori dai posseduti.

Ma, come al solito, sto divagando.

Dicevo che si tratta di una trappola ed, in effetti, si tratta di una trappola ben congeniata.

In questo modo, i prenditori della prima classe si costruiscono una sorta di bizzarra giustificazione morale che ribalta la realtà e permette loro di smettere di essere una patologia per la comunità umana e diventare invece l’elite della gilda dei ladri.

E funziona bene perché, da quanto ne so, non esiste nessuno che, in vita sua, non si sia mai appropriato di qualcosa che fosse ambito anche da qualcun altro o magari proprietà di qualcun altro.

Inoltre, questa idea gli permette di rimuovere ogni distinzione oggettiva tra gli individui essenzialmente  ladri e quelli essenzialmente i non-ladri in quanto il fatto di non aver rubato può essere dovuto solo all’assenza di un’occasione buona.

Paradossalmente, gli unici che riescono a sottrarsi a questo sospetto sono proprio i grandi prenditori che, credendo che tutto ciò che esista sia di loro proprietà, possono dichiararsi incapaci di raggiungere qualcosa da rubare.

In pratica dichiarano di non avere “occasione” ed, nel frattempo, si dedicano alla razzia del mondo.

Però questa trappola può essere disinnescata!

Il trucco è sempre lo stesso: basta guardare al senso delle cose.

Intanto partiamo dal concetto che non è vero che l’occasione fa l’uomo ladro.

Di certo, ciò che può rendere un uomo ladro è il fatto che, effettivamente, ha rubato ma bisogna anche aggiungere il fatto che lo ha fatto scientemente e ritiene che sia opportuno continuare a farlo.

Sono due passaggi nella stessa frase.

Intanto, l’obbligo di aver rubato taglia fuori quelli che non l’hanno fatto (e questo è già un passaggio importante).

La seconda condizione, poi, ha due effetti.

Per prima cosa, taglia fuori dalla “classe dei ladri” tutti quelli che lo fanno incoscientemente o per momentanea necessità.

Per seconda cosa, introduce la possibilità di una redenzione.

Chi è stato ladro può smettere di esserlo e, nel momento in cui decide di smettere, diventa da subito molto meglio di come era prima.

Questa possibilità è bellissima perché ribalta la società ed i ladri di polli si trovano improvvisamente davanti ai grandi prenditori in ragione del più semplice cammino di redenzione rispetto a quello dei nostri raffinati aristocratici.

I poveri ladruncoli, nel momento in cui acquistano coscienza della loro condizione, non hanno che da abbandonare la loro miseria.

I gentiluomini della prima classe hanno qualche problemino in più: il club del tennis, la Maserati, la villa con piscina, la necessità di visitare  il resort dell’amico Briatore, le scarpe da 1500 €, e tutta una serie di ammenicoli inutili per mantenere i quali stanno opprimendo il 99% dell’umanità.

I gentiluomini sono talmente avviluppati nella loro essenza parassitaria che, per uscirne, sono costretti a rinunciare a tutta una serie di simboli che, seppur incapaci di dare alcuna felicità, sono da loro confusi con la loro stessa identità.

Ecco perché sono così tanto impegnati ad affermare l’impossibilità di una redenzione.

Il solo ammettere che è possibile significherebbe partecipare ad un gioco in cui non sono decisamente loro quelli che vincono facile.

Ed oltre a ciò, ammettere la possibilità della redenzione permette ai componenti della terza classe di riconoscere sè stessi come la parte sana di una società di cui gli aristocratici sono una malattia.

Infatti noi, che come loro eravamo potenzialmente dei ladri, abbiamo deciso di non esserlo e questo, oltre a farci migliori di loro, ci permette di vedere il vero obiettivo consistente nella loro redenzione, nella loro guarigione e nel loro riassorbimento nella società.

Questo articolo, che può sembrare teorico, propone un grimaldello potente per scardinare la cortina di difesa costituita dall’enorme senso di colpa che ci hanno istillato.

E questo grimaldello si chiama misericordia.

Già sento un po di lettori che protesteranno.

– No! Vogliamo fargliela pagare.

E questo livore non è altro che un altro lascito della psicologia imperiale.

Personalmente ritengo che non dobbiamo fargli pagare proprio nulla: semplicemente dobbiamo avere presente che questi signori sono cellule malate di un corpo sano.

Volenti o nolenti, queste cellule dovranno essere curate, altrimenti il corpo morirà (e questo corpo non ha nessunissima intenzione di morire).

Però dobbiamo aver ben presente che è molto più intelligente odiare il peccato piuttosto che odiare il peccatore.

Infatti, se odi il peccatore e lo rimuovi, presto accorrerà un altro peccatore a prenderne il posto.

Se invece saremo in grado di estirpare il peccato saremo in grado di fare un nuovo, affascinate, passo avanti.

 

 

 

 

8 pensieri su “Redenzione ed emancipazione

  1. Guido Autore articolo

    Ed in quel caso amputeremo.

    Però, a mio avviso, non sarà necessario troppo spesso.

    Questa gente che fa del male a noi ed al mondo, in generale, è solo malata di bulimia, egoismo e vuoto esistenziale.

    Può accadere che il malato, all’inizio, non voglia essere curato però, in genere, dopo sta sempre meglio.

    A quel punto, quindi, non amputeremo ed, al contrario, guariremo gli arti infetti e permetteremo loro di contribuire a quel corpo che, prima, avevano messo a rischio.

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  2. bernardo

    Non tutto si riduce al ladrocinio, anzi il ladrocinio in se è una malattia. Come al solito parliamo del fatto e non prendiamo in considerazione le cause; a ben vedere si ruba e soprattutto si fa del male per invidia e per desiderio, questo lo sapeva bene Gotame che appunto parlava di brama. Bene la brama, non è prerogativa della prima o della seconda classe, io per conto mio sono stato derubato, invidiato, offeso da tante persone normali, come me in cui avevo riposto fiducia, e questo credo sia successo anche a voi. In tutta sincerità molta gente della terza classe pensa solo (scusate l’espressione) ai cazzi propri e se può fotterti è anche contenta.
    La nostra differenza semmai è nel fatto che non siamo invidiosi e quel che abbiamo ci basta, siamo sufficientemente ricchi in spirito e della roba, specialmente quella altrui o quella virtuale come il denaro poco ci importa.

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    1. Guido Autore articolo

      In realtà questo articolo non voleva parlare unicamente di “furto” ed è più focalizzato sul disinnesco del senso di colpa e del desiderio di vendetta che ritengo siano due anelli delle catene che ci tengono dove siamo.

      Ho letto il testo che mi ha dato e non sono pienamente d’accordo sul modo in cui tu hai definito la seconda classe.

      Ti chiedo comunque di mandarmelo che lo pubblichiamo e lo discutiamo on line.

      Comunque, in generale, il furto può essere visto come un raffreddore nel corpo sociale (o, a volte, solamente un foruncolo).

      Gli aristocratici, invece, sono un cancro.

      E ciò perché sono una malattia che si auto-amplifica.

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  3. carlo

    ALLA RADICE DELLA SOCIETA’ LA FAMIGLIA

    Andando alle origini della storia dell’uomo non è pensabile un uomo astratto che si sia sviluppato singolarmente per generazioni e poi sia stato in grado di fondare una famiglia perché una cosa del genere esce fuori dalla logica e dall’immaginabile umano . Un uomo che si sia sviluppato da solo esiste solo nelle immaginarie catalogazioni di ossa che fa una certa scienza romanzata le cui approssimazioni minime “certe “ si calcolano in centinaia di migliaia di anni .

    Comunque sia andata all’origine della storia dell’uomo, la prima organizzazione sociale autonoma e indipendente che bisogna individuare ,autosufficiente e completa, è stata l’organizzazione familiare.

    In questo nucleo familiare delle origini possiamo distinguere subito delle profonde disuguaglianze tra i membri in quanto ognuno di essi era caratterizzato da funzioni diverse e da ruoli diversi all’interno dello stesso nucleo o cellula sociale . In essa possiamo distinguere una figura maschile chiamata Padre, al quale gli venivano attribuite varie caratteristiche o funzioni importanti, tra cui quello di generare e trasmettere il suo nome ai figli ; di procacciare il cibo per la sopravvivenza del nucleo , di difesa della stessa , nonché rappresentare gli interessi del gruppo sociale nella difesa o nell’affermazione della cellula nei confronti degli altri nuclei famigliari . Il Padre , quindi , esercitava un potere di guida e di comando all’interno del nucleo . Egli era affiancato da una donna chiamata Madre che , oltre a generare i figli della stirpe , aveva un ruolo importante e una funzione fondamentale per la sopravvivenza del nucleo e nell’educazione e crescita della prole . Generalmente questa compagna allevava i figli e aveva un ruolo insostituibile nel renderli autonomi nella trasmissione delle tradizioni anche dopo che loro erano in grado di riprodursi . I figli erano il frutto dell’unione di una coppia e seguivano i generanti nell’apprendere il sistema di vita o come rapportarsi con gli altri nuclei famigliari secondo le tradizioni ,questi organizzavano la vita sociale e di lavoro a secondo del tipo di ambiente in cui si vedevano collocati . Così un nucleo che viveva in una zona interna e boscosa di un territorio, per procacciarsi da vivere aveva bisogno di unirsi per andare a caccia e affrontare animali poderosi che altrimenti non avrebbe mai potuto abbattere . Questi col passare degli anni e dei secoli , formarono dei piccoli villaggi che ben presto vennero in conflitto tra loro, sia a causa della spartizione dei luoghi della caccia,sia per avere un predominio nella zona abitata , sia nella spartizione delle risorse disponibili nel territorio . Questi primi nuclei, per forza maggiore, erano caratterizzati da una grossa comunanza di vita a causa delle molteplici difficoltà che un nucleo familiare da solo non avrebbe mai potuto affrontare ed avevano più potere, all’interno di essi , i nuclei consanguinei più numerosi . Queste attività comuni al di fuori del proprio nucleo erano in genere sempre le stesse : spartizione del bottino e organizzazione della caccia , opere comuni nella costruzione e difesa dall’ambiente a volte ostile ; difesa dagli altri nuclei familiari e sociali della stessa zona . Il Padre cooperando a queste attività comuni , assicurava la sopravvivenza e il cibo al proprio nucleo e permetteva la vita alla sua discendenza. Diversa era invece l’organizzazione sociale dei nuclei famigliari delle zone desertiche o montagnose dove la stabilità era determinata non dalla caccia ma dall’allevamento di bestiame,dove altri sistemi di vita, di difesa e di etica del vivere erano tramandati . In questi nuclei molto numerosi, specialmente nel medio oriente ,era importante assicurare alle mandrie delle fonti d’acqua , difenderli dalle fiere e dai predoni . Però la vita di questi nuclei nelle opere di comunanza era più ridotta e consisteva non solo in una difesa comune delle mandrie, ma anche nello stabilire un sistema igienico-sanitario individuale e sociale per evitare epidemie distruttive, data la stabilità in ambienti caldi dove l’attività riproduttiva dei microrganismi unicellulari era molto elevata . Un sistema religioso incorporava spesso queste norme e le tramandava per mezzo della tradizione .

    Col passare dei secoli e dei millenni questo nucleo familiare lo troviamo sempre più allargato in organizzazioni civili territoriali composti da villaggi , borghi, città, leghe regionali, in nazioni, stati, imperi.

    L’organizzazione di sopravvivenza e di predominio all’interno di questi nuclei aggregati di famiglie , sempre più numerosi, tanto era possibile quanto più erano capaci di darsi leggi giuste che rispettavano la maggioranza dei nuclei familiari che li componevano. Così l’autorità che aveva il Padre nel difendere il bene comune all’interno dei nuclei era trasferita a livello di villaggio a un giudice o a uno stregone , oppure a chi manifestava maggiori abilità nella caccia, oppure a chi aveva meglio saputo difendere gli interessi del clan o del borgo nella difesa dai predoni o dai nemici storici del proprio nucleo sociale . Spesso l’unità di azione e vivacità che un capo sapeva imprimere al proprio nucleo da lui comandato era determinante alla sopravvivenza stessa di quell’ aggregazione sociale e alla propria fortuna. Con la scoperta del potere economico e militare della scrittura attraverso i millenni fu possibile l’aggregazione e l’unità di sempre maggiori nuclei all’interno di un territorio con regole comuni e tradizioni essenziali alla propria sopravvivenza. Le leghe di stati o di città erano molte , ma avevano il predominio tra esse quelle più numerose e in grado di avere norme scritte di vita comune, la trasmissione militare veloce degli ordini di un comando capace di raggiungere zone molto lontane tra loro . Un editto scritto a mille km di distanza rendeva presente il potere stesso e assicurava l’ordine e il bene comune in una determinata regione .

    E’ logico che man mano che aumentava l’organizzazione sociale e diveniva più numerosa una regione, era essenziale il rispetto di norme e leggi fisse sia per la convivenza delle famiglie con una giustizia imparziale, sia per l’organizzazione militare del territorio , sia per le norme igienico sanitarie da rispettare per evitare l’estinzione di una stirpe in un territorio. Così nacquero forme stabili

    di categorie sociali adibite a un determinato compito . Essenziale per la sopravvivenza dei nuclei era avere norme comuni di comportamento sociale nella riproduzione sessuale del nucleo, norme igienico-sanitarie, militari , da tutti accettate con le quali l’autorità governava i vari settori della vita pubblica . Non tutti gli aggregati sociali avevano norme scritte , ma quelle più evolute capirono subito l’importanza per la propria sopravvivenza, cosi come in molte mancavano le applicazioni in tutti i settori del vivere comune di nome che invece altre avevano . Caratteristica di queste norme che variavano nei modi di manifestarsi da luogo a luogo e da stirpe a stirpe , era la giustizia tra uomo e uomo , tra famiglia e famiglia , tra villaggio e villaggio, tra regione e regione , tra stato e stato . Le norme ispirate a una giustizia Terza , cioè al di sopra delle parti, scaturivano da un ragionamento giusto della stessa logica umana , spesso dettate dalla ragione consistente nel dare e nell’avere con una giustizia in funzione della proprie identità. Ecco che una giustizia poteva essere chiamata in forma elementare : “ occhi per occhio “, che non era vendetta personale , ma il peso o il prezzo che l’autorità aveva per misurare un azione giusta al di sopra delle parti . E’ qui che l’uomo incomincia a individuare quello che sarà definito : DIRITTO NATURALE .

    Ecco che l’autorità del Padre di famiglia, trasferita a un’ organizzazione sociale più perfetta nello stabilire norme di convivenza e sopravvivenza buone per tutti, si rifaceva a norme valide per tutti ( katà toutos), ispirate a una giustizia naturale molto semplice ed elementare e dettate da una stessa dinamica : ciò che era giusto per tutti e ciò che bisogna fare per vivere in comune. Era la legge naturale! A ogni azione dell’uomo doveva corrispondere una norma che doveva in molti casi individuare un “ prezzo” giusto di quella determinata azione . L’autorità, che aveva anche il potere di vita o di morte , pesava le azioni umane con delle leggi che scaturivano da un ragionamento giusto della logica umana . Spesso poteva capitare che un gruppo o un nucleo di famiglie si sentiva minacciato da norme che ritenevano non frutto di una logica giusta e, magari, dopo aver manifestato le proprie ragioni , si ribellavano spaccando l’unità di vita di un aggregato sociale . Nasceva così la guerra interna e la necessità di ristabilire l’unità e l’ordine sociale minacciato dalla divisione perché non era immaginabile vivere con due ordini di azioni diverse o in opposizione tra loro e non c’entra proprio nulla la legge della giungla ,dove un animale doveva prevalere su un altro animale solo per ragioni di sopravvivevna; un uomo su un altro uomo e una classe sull’altra . Quest’ultimo esempio , quello della classe, rappresentava interessi di nuclei famigliari e sociali temporanei, che volevano avere più potere e stabilire regole o più giuste secondo la comune razionalità umana della legge del dare e dell’avere , o più vantaggiose per la propria aggregazione sociale , indipendentemente dalla logica del diritto del piu forte . Per concludere, le aggregazioni sociali che hanno avuto più successo nella storia sono state quelle che hanno saputo aggregarsi meglio attraverso norme giuste per dominare l’ambiente e dettare norme di sopravvivenza idonee al vivere sociale . Infatti quando determinati gruppi e aggregazioni erano particolarmente efficienti nell’organizzazione militare, spesso non lo erano riguardo al resto dell’organizzazione sociale ,quindi finivano per impararle dalle popolazioni che loro stesso avevano sottomesso . Utile sarebbe capire come si innesta il discorso religioso all’interno di questo contesto umano della storia dell ‘ uomo che , certamente, per avere una possibilità di appartenenza deve rifarsi proprio a quel concetto di giustizia giusta che determina la vita e gli atti degli uomini all’interno dei loro contesti sociali .

    cr

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  4. carlo

    Cause di una rovina

    di Eugenio Corti

    Tra le principali cause dell’attuale smarrimento di identità della cultura cristiana si deve collocare la comparsa, poco prima della seconda guerra mondiale, di un corpo di idee nuove, promosse dal filosofo cattolico francese Jacques Maritain.
    Costui, convertitosi nel 1905 dall’ateismo rivoluzionario al cattolicesimo, aveva in un primo tempo scritto opere antirivoluzionarie (come Antimoderno e i tre riformatori), e si era in seguito distinto per un efficace ammodernamento del tomismo, per il quale gli siamo debitori ancora oggi. Aveva insomma molto bene meritato nel campo della cultura cattolica, e glien’erano venuti ampi riconoscimenti e una straordinaria autorità. Per farsi un’idea della grande autorità acquisita da Maritain tra le due guerre e nel dopoguerra, si pensi a quella – nello stesso periodo di tempo – di Benedetto Croce nella cultura laica italiana: con la differenza che l’autorità di Maritain non si limitava all’ambito francese, ma si estendeva alla cultura cattolica del mondo intero.
    Prima della guerra, però, Maritain aveva formulato un suo grande progetto di “nuova cristianità”, che si staccava non poco dall’insegnamento perenne della Chiesa, e l’aveva diffuso mediante un volume che divenne notissimo; Umanesimo integrale (uscito in Francia nel 1936, tradotto in italiano nel 1946). L’opera si caratterizzava per la ricerca delle verità e virtù, e valori cristiani “impazziti” – cioè delle verità e virtù, e valori cristiani “prigionieri dell’errore” ma pur sempre cristiani – che si trovano nel patrimonio culturale di determinati gruppi avversi alla Chiesa, segnatamente dei comunisti e dei laicisti radicali. Di questi gruppi Maritain prospettava l’inclusione nella “nuova cristianità”, appunto sulla base di tale patrimonio comune.
    Le sue idee vennero severamente confutate dalla rivista dei gesuiti “Civiltà cattolica” (anno 1956, v. III, pagg. 449463) in un importante articolo del direttore padre A. Messineo, considerato allora portavoce di papa Pio XII: detto articolo si conclude con le parole: “L’umanesimo integrale non è l’umanesimo dell’uomo rigenerato dalla grazia… Nella sua sostanza l’umanesimo integrale è un naturalismo integrale”.
    Malgrado questo, le idee di Maritain incontrarono sempre maggior credito e adesione tra i cristiani: qui in Italia il successo si fece un po’ alla volta addirittura travolgente, favorito anche dagli stessi avversari, i quali, mentre non intendevano certo farsi inquadrare dai cristiani, vedevano pero in quel progetto un’occasione d’incontro che bloccasse l’avanzata allora in atto dei cristiani su piano nazionale.
    Va detto, per amore di verità, che diversi dei primi portatori delle idee di Maritain, e del suo discepolo e braccio destro in politica Mounier, erano persone colte, disinteressate e per più aspetti esemplari. Tali, del resto, erano gli stessi Maritain e Mounier; così qui in Italia Dossetti, Lazzati, La Pira e parecchi altri fino a Martinazzoli. Tuttavia il chiudere troppo a lungo gli occhi sulla realtà delle cose, il fare – anche se in buona fede – spazio all’errore, può comportare sbocchi molto gravi. Paradigmatico fu il caso di La Pira che, a quanto sembra, allorchè nel 1956 venne richiesto da Crusciov – col quale aveva notoriamente scambio di corrispondenza – di far conoscere in Occidente il suo famoso “rapporto segreto” al XX Congresso, in cui si denunciava e demoliva lo stalinismo, non ne volle sapere. La Pira cioè non avrebbe accettato di collaborare al ristabilimento di una verità comportante la liberazione dalla schiavitù per centinaia di milioni d’esseri umani; evidentemente perchè, se avesse accettato, avrebbe con ciò stesso implicitamente riconosciuto di avere costruita la propria testimonianza anche su una colossale menzogna. Viene spontaneo chiedersi fino a che punto si debba a questa omissione di La Pira – e ad altre consimili di personaggi “esemplari” come lui il fatto che tra i cattolici italiani l’enormità negativa dell’esperimento storico comunista venne recepita in modo del tutto inadeguato. Tanto che, al pari degli altri italiani, i cattolici vivono ancora oggi in uno stato di semi menzogna.
    Dice il Vangelo: “riconoscerete i falsi profeti dai loro frutti”. Dai frutti, cioè dai fatti.
    Cos’è derivato nei fatti dall’apertura che tanti cattolici finirono col fare non soltanto al mondo contemporaneo in generale, ma specificamente al comunismo, al laicismo, e ad ogni genere di modernismo? Per cominciare, una spaccatura nella cultura cattolica che ha portato alla sua paralisi. Poi limitandoci ai soli accadimenti maggiori una cessazione, nell’ambito delle società più avanzate, delle conversioni al cattolicesimo, che prima si contavano ogni anno a centinaia di migliaia. Inoltre una crescente perdita della nostra identità, con conseguente caduta delle vocazioni religiose: nel giro di appena una decina d’anni i chierici nei seminari si ridussero alla metà, e in qualche diocesi addirittura a un quinto o a un sesto. Negli ordini religiosi si ebbero colossali defezioni: tra i gesuiti diecimila padri su trentaseimila abbandonarono lo stato religioso, tra i domenicani (altro ordine culturalmente avanzato) la percentuale delle defezioni fu ancora più elevata (si fa presto a dirlo: ma quando mai nella storia millenaria della Chiesa si era assistito a qualcosa di simile?). In pari tempo, l’Azione Cattolica italiana ha visto il numero dei propri membri precipitare da tre milioni a seicentomila.
    È ben noto il lamento di papa Paolo VI già nel giugno 1972: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una “giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”. E la sua precisazione (18.9.74): “Grande parte di essi mali non assale la Chiesa dal di fuori, ma l’affligge, l’indebolisce, la snerva dal di dentro. Il cuore si riempie di amarezza”.
    Contemporaneamente, ha avuto luogo sul piano storico una nuova, tumultuosa avanzata della società secolarizzata, che si è affermata rapidamente nel costume (paganesimo sessuale, droga, scristianizzazione crescente del popolo), nonchè nell’ambito delle leggi (divorzio, aborto ed altre).
    Quanto a Jacques Maritain va ricordato che più tardi si è spaventato e ricreduto. Nel suo ultimo libro importante infatti, Il contadino della Garonna (1966; traduzione italiana ritardata al 1969), Maritain ha parlato, riprovandolo, di un “neo-modernismo” inaspettatamente scatenatosi nella Chiesa, confronto al quale quello che a principio secolo preoccupava tanto non fu che “un modesto raffreddore da fieno”.
    Ma ormai il danno era fatto. I suoi seguaci non sono più tornati indietro: anzi, dopo che si è arrivati alla spaccatura del partito politico cristiano, essi si sono subordinati agli eredi del comunismo, dandogli modo di prendere la guida del governo.
    Che fare oggi, in tale situazione? Ci richiamiamo a un’altra affermazione di papa Paolo VI: “Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”. Il Papa aggiunge: “Ciò che manca in questo momento al cattolicesimo è la coerenza”.
    Ecco: i cattolici che non si sono messi al seguito degli atei devono conservarsi coerenti, e conservare gelosamente la propria identità. Consci di quella promessa che è pegno di vittoria, fatta da Cristo ai suoi: “Io sarò con voi sino alla fine”. Dobbiamo anche ricordare quel severo ammonimento del Vangelo: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5,13).

    Bibliografia

    Eugenio Corti, Le responsabilità della cultura occidentale nelle grandi stragi del nostro secolo, Mimep-Docete, Pessano (Ml) 1998.
    Eugenio Corti, Breve storia della Democrazia Cristiana, con particolare riguardo ai suoi errori, Mimep-Docete, Pessano (Ml) 1995.
    Giovanni Cantoni, La “lezione italiana”, Cristianità, Piacenza 1980.

    Il Timone – n. 6 Marzo/Aprile 2000
    http://www.youtube.com/watch?v=ITuQRffpoDY

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