Primarie di bamboo (pensieri di sinistra)

Kosovo

Lunedì 26 novembre, sul Simplicissimuss, un blog scoperto di recente che mi sta dando quasi dipendenza, due articoli parlano di primarie.

Entrambi esprimono un pensiero che, come tutto ciò che pubblico nei giorni dispari, potrebbe essere anche mio.

Di certo, mi fa venire voglia di dire la mia su cosa è la politica.

Magari lo farò domani.

Chissà…

Dichiarazione di “non voto”


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stremata dallo sterile esercizio di rispondere alla rituale chiamata al voto “contro” anziché “per”, contro Renzi, contro Bersani, contro Grillo, mentre non era previsto l’unico voto “contro”, cui mi sarei piegata, quello contro questo governo, i suoi mandanti e la sua ideologia di riferimento, ampiamente rappresentata invece e appoggiata esplicitamente da tutti i candidati, ieri mi sono sottratta alla liturgia domenicale, domestica e consolatoria come l’andar per funghi in queste giornate autunnali, senza fare troppa attenzione se siano o no commestibili.

Sono difficile. Non mi conforta la menzogna convenzionale secondo la quale un popolo si riscatta dal disincanto della democrazia facendo una fila ordinata in una incantevole simulazione, occasionale ed estemporanea,  quando invece il ritratto elettorale è più probabile sia quello siciliano.

Sono snob. I partiti non si sono dissolti: pur avendo rinunciato al loro ruolo parlamentare, salvo  nella difesa di privilegi e rendite castali, conservano la loro funzione nelle competizioni elettorali, dove si esalta sempre di più la volontà di coagulare il consenso al servizio di figure-leader. È smentita la convinzione – da Aristotele a Giucciardini, da Harrington a Montesquieu – che è serpeggiata per secoli e che sosteneva la natura “aristocratica” delle elezioni, per denotare la mancanza di somiglianza tra elettori e eletti, differenti dai cittadini in quanto “superiori”. Convinzione largamente superata e vorrei ben vedere, ma ormai il bacino nel quale si muove il ceto politico e nel quale viene operata la selezione del personale ha dimostrato una specificità, ma nel rappresentare se non il peggio, certamente una penosa mediocrità, quella dell’interesse personale che ha il sopravvento su quello generale, di una indole alla delega e alle dimissioni dalla responsabilità, decretando il successo pare imperituro dei sedicenti tecnici, di una abdicazione dalla vocazione di rappresentanza delle istanze dei lavoratori, penalizzati dall’ideologia del mercato.

Sono di sinistra. Continuo come molti a credere che se sono morte le ideologie del secolo breve non vuol dire che lo siano le idee, e che l’azione politica si debba muovere guardando a irrinunciabili stelle polari, quelle dell’uguaglianza, della solidarietà, della libertà, della laicità, della legalità. Che non si debba a nessun costo abbandonarle o sottometterle, né alla necessità, né all’ineluttabilità del pragmatismo, che addomestica la volontà di darsi un’alternativa. Né tantomeno al consolidamento di formazioni e alleanze artificiali in modo da appagare un progetto moderato, una indole al compromesso che ha segnato il fallimento del partito liquido di Veltroni come, oggi, della candidatura di Vendola, cui è bene ricordare che quei voti che non sa ancora su chi spostare non sono “suoi” oltre ad essere pochi, e forse ne verrà rivendicata la proprietà da chi vorrà reclamare l’appartenenza alla sinistra.

Sono moralista. Proprio come scriveva ieri Marco Revelli, se quella carta d’intenti vuole essere qualcosa di più del contratto con gli italiani di Berlusconi, significa che è un impegno che va mantenuto nelle urne, quelle vere, ben oltre questo fantasioso spot di propaganda, questa pubblicità progresso della democrazia, così coerente con la mutazione in mediocrazia che si addice anche ai primari nelle studio di X Factor come a un governo presenzialista e annunciatore, come ieri la Cancellieri dal giallista Lucarelli, o Monti da Fazio. E allora la sottoscrizione di quel documento  significa che poi, se non si è affetti da un cinico disincanto, si va a votare per una coalizione con Casini, per una formazione sgangherata che ritiene Monti una risorsa, Fornero desiderabile, Passera irrinunciabile, Ichino un riferimento.

Sono pratica. Mi sono preoccupata di quello che mancava in quel programma, risorsa secondaria  peraltro rispetto ai primari, un programma contrassegnato dall’accontentarsi, ché sono tempi bui, di una legge per la corruzione al posto della legalità, di briciole per la ricostruzione al posto di una politica di tutela del territorio e di prevenzione delle catastrofi, di auspici in materia di convivenze al posto di un approccio laico per l’autodeterminazione e la difesa dei diritti universali. Ma ancora più mi preoccupa quello che c’è e che è una conferma dell’adesione ufficiale a una politica di governo e a una ideologia che ha usato la cancellazione dell’articolo 18 come grimaldello per rubare garanzie e diritti dei lavoratori e il pareggio di bilancio come bulldozer per smantellare, con la Costituzione,   la sovranità dello Stato e seppellire la democrazia già sospesa.

Sono incontentabile, non mi basta il meno peggio, anche se è un po’ meglio di Grillo, un po’ più decente di Berlusconi, un po’ più educato della Polverini. La democrazia o è o non è, è come la libertà, è come la ragione, è come la “sinistra”, è come l’amore, è come i diritti. O è o non è: non accontentiamocene di un pezzetto, di un boccone per toglierci la fame. Mettiamoci insieme, noi incontentabili, per rifarla.

La democrazia malata di diabete

Scusate, ma ne va della mia salute. Il giorno dopo le primarie il livello di glicemia è alle stelle e purtroppo i masterchef che gareggiano sui media a ricettare la bellezza della partecipazione popolare, mi costringono a continue iniezioni di insulina. Non certo perché andare a votare, sia una cosa spiacevole o indifferente per la democrazia, tutt’altro ovviamente, ma perché in  questo caso l’atto del voto ha un valore in sé, scenografico, testimoniale, visivo che prescinde dalla possibilità di esprimere un’idea di società, di futuro, di politica. Sono molto dispiaciuto  per tutti quelli che si sono messi in fila intendendo “partecipare” e che ora rivendicano il loro presenzialismo. Ma in questo caso il loro voto principale e pesante non è stato dato sulla scheda, ma semplicemente iscrivendosi e presentandosi ai seggi.

La possibilità stessa di andare alle urne era condizionata dall’accettazione implicita ed esplicita dell’agenda Monti e dei trattati da cui dipende l’impoverimento e la rapina del Paese. Di quella che insomma viene venduta come “necessità” ma che ormai viene contestata a tutto campo persino dal Fmi e che si rivela come un’espediente politico per la riduzione della democrazia. Ha poca importanza che poi ognuno dentro di sé  ritenga di fare carta straccia di quella firma sotto la dichiarazione d’intenti: sottoscrivendola fa parte di quei 3 milioni e 100 mila che l’hanno accreditata come la linea ufficiale e democraticamente indiscussa del Pd. La divisione sui nomi riguarda semmai la “tonalità” e la mentalità in cui gli intenti verranno perseguiti, se entusiasticamente con Renzi o un po’ sbuffando con Bersani.

Questa è la stessa ragione per la quale la partecipazione di Vendola è stata perdente fin dall’inizio. E non solo per lui come candidato, ma per la sinistra che ha dovuto “votare” ragioni non sue e anzi antitetiche in cambio di una subalternità più che evidente. Sarebbe lecito chiedersi come mai  la battaglia tra gli aspiranti leader sia stata possibile solo in presenza di un patto di ferro di questa portata, chi lo abbia voluto, se sia stato imposto e da chi, ma resta il fatto che esso è un vincolo non solo per la sinistra radicale o simil tale, ma per la stessa sinistra moderata che ha voluto bruciare i ponti dietro di sé. Così potrà accadere tra qualche mese che almeno un 50% di quelli che sono andati a votare si accorgano che il loro sincerissimo atto di democrazia non sia andato precisamente a favore della stessa, sequestrata dentro la cella di dettami estranei.

Per ciò che mi riguarda l’unica carta di intenti che mi sarei sentito di firmare è sintetizzabile in un breve brano di Federico Caffè: “Le mie idee non me le cambieranno certamente coloro che proclamano requisitorie, ormai a getto continuo, contro lo Stato dalle mani bucate; contro l’assistenzialismo, padre di tutti i vizi; contro l’egualitarismo, colpevole di aver ucciso il merito, e via di questo passo. Quante insopportabili menzogne. Come se la ragione di tanti sprechi, inefficienze, ingiustizie, cancrene, fosse l’assistenzialismo in sé, lo Stato del benessere in sé, l’egualitarismo in sé e non gli abusi, le illegalità, l’uso spregiudicato e clientelare che si è fatto in Italia di questi strumenti”.Ops…eh già sono il sempre il vecchio antidemocratico.

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