Iudicor ergo sum

se telefonando...

Uno dei motivi che più contribuiscono ad allontanare l’Apocalisse dal cuore della gente è la paura del giudizio, perché evidentemente Giovanni ci narra il giudizio di Dio sul mondo e sull’impero.

Eppure non si può vivere senza essere giudicati, anzi, a ben guardare il giudizio è il vero fine di ogni vita: si vive per essere giudicati.

Pensate ad un musicista ad esempio, è logico che teme il giorno del concerto, teme che qualcosa possa andar storto, teme di non riuscire ad esprimersi al meglio, però al tempo stesso attende quel giorno con ansia, è per quel momento che ha sacrificato tutto in interminabili giorni di prove, in noiosissimi esercizi di solfeggio, così allo stesso modo per ogni atleta nel giorno della gara, per ogni attore nel giorno della prima, per ogni professionista nel giorno della firma di un contratto eccetera.

Se non fossimo mai giudicati resteremmo studenti tutta la vita, il giudizio ci fa uscire dall’adolescenza ed entrare nella maturità, è la parola autorevole che conferma la nostra esistenza e la rende irreversibile, per questo, parafrasando il noto assioma cartesiano, potremmo dire “Iudicor ergo sum” (sono giudicato, dunque sono). Sì, si vive per questo, per sentirsi dire un giorno: “Bravo, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Queste cose pensavo il giorno che ho firmato il contratto con il mio editore, cedendogli così la proprietà intellettuale del mio libro, queste cose pensavo ieri andando a sottoporre al mio vescovo un progetto pastorale che mi sta particolarmente a cuore.

Nel libro dell’Apocalisse c’è un’immagine formidabile, in cui viene presentato un rotolo sigillato, che contiene il giudizio di Dio sulla storia umana. Il rotolo è chiuso da sette sigilli, il che nel linguaggio di Giovanni significa che è ermeticamente chiuso, impossibile da aprire e infatti non si trova nessuno che sia capace di aprire il rotolo e leggerlo.

L’immagine del libro segreto o illegibile che contiene i destini del mondo ha avuto una grande fortuna ed è stata ripresa da tantissimi autori, fra i molti mi piace citare il Borges de “La Biblioteca di Babele”, ma anche il meno noto Pascoli de “il Libro” (chi non la conosce la trova qui:http://www.fondazionepascoli.it/Poesie/pp35.htm). Quello che ha di particolare il racconto di Giovanni è che, vedendo che nessuno può leggere il libro, Giovanni scoppia in un pianto dirotto, perché finché il giudizio di Dio non è pronunciato il male è libero di diffondersi e non c’è alcuna difesa per i poveri della terra. Nel suo pianto è come se Giovanni dicesse a Dio: “Dove sei? Perché il male sembra Trionfare? Perché non pronunci la tua sentenza?” E’ il grido di tutti gli oppressi, di tutti coloro che hanno solo Dio a difenderli.

Ma uno dei ventiquattro venerabili, cioè a dire la Scrittura stessa, si rivolge a Giovanni per consolarlo: Uno capace di leggere il libro c’è! Uno capace di interpretare la storia del mondo e giudicarla e dare così un senso alla tua vita c’è! E’ il leone di Giuda, l’antico appellativo messianico di Gesù, e -sorpresa- il leone è un Agnello sacrificale, perché è grazie al suo sacrificio, alla sua Morte e Risurrezione, che è diventato capace (letteralmente “degno”) di farlo. Il paradosso del leone che è in realtà un agnello  troppo suggestivo per trattarlo così en passant, quindi ci torneremo in un altro post, ma adesso urge sottolineare che l’unico degno e qualificato per aprire i sigilli della storia è Colui che è morto ed è tornato alla vita per noi, perché è la Pasqua, la Morte/Risurrezione il senso recondito di ogni cosa.

Perché temere il giudizio allora? Noi siamo imputati in un processo in cui il giudice, l’avvocato e il principale testimone a favore sono la stessa persona e per di più questa persona è il nostro sposo… come potremmo perdere?

Link al posto originale: http://uscitepopolomiodababilonia.wordpress.com/2011/12/03/iudicor-ergo-sum/ 

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