La pioggia e la necessità di un governo diverso

Ho pensato di riproporre un articolo che ho scritto per la rivista on-line Menti in Fuga in quanto presenta un’idea che ha generato tutto lo studio da me successivamente sviluppato sulla strutturazione di una entità politica.

L’idea che mi era venuta allora era quella di mettere quanto avevo appreso nell’ambito della Qualità a servizio della Politica proponendo il concetto che, se il politico da noi eletto è un nostro dipendente, dobbiamo imporre che la sua attività abbia obiettivi noti e misurabili sulla base dei quali si possa decidere l’eventuale revoca della fiducia al politico stesso.

La pioggia e la necessità di un governo diverso

finito di scrivere da Guido Mastrobuono il giorno 31/10/2011

Documenti ed editti vengono firmati da dozzine di persone per disperdere la responsabilità. Non si sa mai a quale livello vengano prese le decisioni impedendo di fatto di distinguere gli errori fatti eseguendo le “direttive dall’alto” dai semplici casi di inettitudine del singolo. Soprattutto, è considerato tabù controllare quali promesse vengono effettivamente mantenute e con quali effetti collaterali negativi.

Quest’ultimo limite vale a tutti livelli: non si controlla il conto del fornaio, il comportamento dell’amministratore del condominio, l’agenda del direttivo di sezione e l’effettivo operato dell’apparato governativo.

Chi ha il potere non controlla perché ha paura di riscontrare errori, chi è all’opposizione non controlla per paura di riscontrare episodiche sacche di efficienza, e chi è sorpreso a controllare è considerato un delinquente che raccoglie dossier per futuri ricatti. In fondo, nel gioco della parti ufficiale, la verità è un optional ed è ufficialmente subordinata agli interessi contingenti: è considerato giusto mentire “a fin di bene” (cioè per difendere i propri interessi) e non si fa caso ai disastrosi effetti del polverone che ne consegue.

E la sinistra soffre di questo male tanto quanto il resto del paese in quanto è stato proprio questo male a permettere alla sua classe dirigente di sopravvivere ad una impressionante serie di sconfitte politiche ed elettorali.

Adesso bisogna riuscire a mettere a frutto le qualità, comunque presenti in quella classe dirigente, creando un meccanismo che permetta di porre al servizio della collettività i migliori elementi a nostra disposizione estraendone magari di nuovi dalla comunità stessa.

Per identificare questi personaggi più capaci, è assolutamente necessario smettere di valutare i nostri politici in base alla loro “simpatia” e capacità di comunicare. Dobbiamo cominciare a valutarli sulla base di qualcosa di più concreto come, per esempio, dai risultati da loro ottenuti nell’ambito della loro attività.

Questa frase potrebbe sembrare qualunquista se non esistesse una dottrina specifica, oramai utilizzata da tutte le imprese e le amministrazioni più avanzate, che realizzare questo proposito e la cui essenza è di una semplicità devastante.

In pratica questa dottrina, codificata nell’ambito della normativa ISO 9001, richiede che sia sempre chiaro:

· chi comanda;

· quali sono i suoi obiettivi;

· quali sono le risorse a sua disposizione;

· e quali sono i meccanismi per confermarlo e mandarlo a casa.

E’ richiesto inoltre che il raggiungimento degli obiettivi sia sempre misurato per mezzo della registrazione di eventi reali identificati a priori come indicatori del raggiungimento dell’obiettivo. E’ obbligatorio lasciare traccia scritta e (ragionevolmente) pubblica del raggiungimento degli obiettivi. Ed, infine, è necessario diffondere la cultura che vuole che il raggiungimento degli obiettivi sia una condizione determinante per la propria riconferma nel ruolo.

L’applicazione di una logica del genere, a partire dalla gestione della sezioni dei partiti, permetterebbe una vera e propria rivoluzione copernicana nella gestione di una politica al momento machiavellica e basata sulle decisioni prese in “altre stanze”.

Pensate a cosa succederebbe se potessimo applicare questo modo di ragionare anche solo ad una sezione! I militanti si sceglierebbero il direttivo, con un procedimento chiaro e condiviso, dando loro più obiettivi da raggiungere all’interno del quartiere.

Questi obiettivi sarebbero in parte locali e pratici (tipo creare un Gruppo di Acquisto Solidale, trovare un modo di favorire la raccolta differenziata, o l’organizzazione di un doposcuola che permetta alle madri lavoratrici di lasciare, magari proprio in sezione, i bambini per un paio d’ore) ed in parte sarebbero di più ampio spettro e politici (tipo vincere le elezioni nel quartiere e cambiare alcune cose specifiche).

Per prima cosa, almeno in quel quartiere, la sovranità ritornerebbe ai cittadini (e questa già non sarebbe una piccola cosa). Oltre a ciò, i partiti riprenderebbero a fare qualcosa di tangibile e ci sarebbe un metro per distinguere tra i politici in grado di gestire la res publica e quelli buoni unicamente a farsi belli di fronte alle telecamere. Per terza cosa, i cittadini riprenderebbero ad avvicinarsi alla politica ed alle sezioni di partito.

La cosa più notevole è che, anche solo in quell’unica sezione, avremmo la possibilità di ristabilire quella concatenazione di interessi che vede una dirigenza politica che, per raggiungere i suoi obiettivi e venire confermata, ha bisogno di un apparato amministrativo che funzioni e coordini un apparato operativo che sappia fare ciò che gli amministratori gli chiedono.

E, partendo da una sezione, sarebbe breve il passo che ci porterebbe a cambiare un partito. Ed un partito capace di “fare cose” avrebbe buon gioco con partiti buoni solo a “raccontare storie” e potrebbe finalmente rivoluzionare una nazione che ha un grande bisogno di essere resa più sicura, efficiente, e soprattutto più giusta.

Guido Mastrobuono

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