Il perno per una modifica essenziale della politica

L’elemento fondamentale della rete Nea Polis sono i Nodi Territoriali i quali, alla fine, hanno unicamente la funzione di formare nuovi militanti e fornire loro tutte le informazioni che servano loro a gettarsi nella mischia.

Ad alcuni lettori questa funzione potrebbe apparire misera.

Costoro, in genere, sono desiderosi di agire immediatamente sui grandi temi (quali la lotta al mercatismo, la tutela ambiente, i diritti civili e la pace del mondo) o, più prosaicamente, sentono l’urgenza di presentarsi alle prossime elezioni.

Personalmente ritengo che questa “fretta” di cambiare il paese (ed il mondo), senza darsi cura di costruire e formare il gruppo di persone che effettueranno questa rivoluzione, sia il risultato di una sostanziale assenza di cultura politica, storica, filosofica e morale che ha caratterizzato l’era berlusconiana.

L’imprenditore benedetto dal suo successo scende in campo e proietta il paese verso un nuovo miracolo italiano.  Il professore, benedetto dai mercati, fa scendere gli spread. Il movimento, urlando al mondo le suo ragione, folgora le multinazionali sulla via di Damasco e demolisce l’impianto della localizzazione.

La mia impressione è che queste tesi, ridicole per chiunque abbia qualche minima capacità analitica, sono state possibile solo grazie ad un previo genocidio della cultura politica italiana.   

Ecco quindi che i Nodi Territoriali non hanno più una misera funzione: essi sono invece il perno per una modifica essenziale delle nostre modalità di fare politica.

Per meglio esprimere queste idee, voglio proporvi un intero articolo scritto da Sergio Di Cori Modigliani sul suo blog Libero Pensiero che esprime, in maniera più chiara, l’importanza della funzione dei nodi intesi come fucine culturali, politiche e filosofiche sparse per il paese. 

Dublino, Atene e Madrid in rivolta. L’Europa dei popoli si ribella. E noi?

 

di Sergio Di Cori Modigliani

La scritta che vedete qui riprodotta in bacheca ha decisamente un sapore rètro. E’, infatti, datata 28 aprile del 1968, quando apparve per la prima volta in pubblico a Parigi..
Il suo glamour vintage ha però una forte valenza simbolica, giustamente ignorata da chiunque abbia meno di 50 anni, se non per il fatto di averlo saputo da qualcuno.
Sociologi e antropologi sono d’accordo nell’averla identificata come il “nucleo originatore della cultura pop europea del movimento di protesta del ‘68”. Intraducibile.
Tant’è vero che nessuno ha mai osato neppure provarci.
La traduzione letterale sarebbe “non è che l’inizio, continuiamo a combattere”.
Basterebbe questo per spiegare e giustificare il ruolo protagonista che la Francia, come nazione e soprattutto come Cultura, ha avuto nella formazione, contagio e propagazione, della simbolica necessaria per costruire l’immaginario collettivo delle giovani generazioni. Questa frase è il simbolo del pop europeo.
Non è nata come “moda da seguire” proveniente, ad ovest, dagli Usa, o ad est dalle rivolte studentesche di quella che allora veniva chiamata la ”primavera di Praga”. Fu un mantra originale che si trasformò presto in una febbre e divenne lo slogan propulsore che diede avvio alle rivolte che cambiarono la faccia del sistema allora vigente.
Dietro questa frase c’era una classe intellettuale di pensatori superbi, impeccabili dal punto di vista etico-morale individuale, qualunque fosse la loro origine ideologica. Se c’erano delle contestazioni da fare – e ce ne furono allora a tonnellate- erano sempre comunque relative alle loro posizioni, applauditissime (alcune) detestate (altre). E la Francia diventò, di nuovo, 186 anni dopo la rivoluzione, il punto di riferimento di ogni ribellione europea. Anche la Spagna è sempre stata in Europa un punto di riferimento culturale e politico essenziale nella formazione dei necessari nuclei culturali di rivolta collettiva.. Ma allora (purtroppo per loro e per tutti noi) fu costretta al silenzio e all’isolamento perché viveva sotto la grigia e ferrea censura della dittatura franchista di stampo fascista; un regime al potere dal 1938 che proprio nel 1968 represse immediatamente, nel sangue e con il sangue, qualsivoglia possibilità anche remota di far partecipare il popolo spagnolo alla nuova epica europea.
L’Italia, come al solito, arrivò per ultima. Noi italiani, nei secoli, abbiamo assunto il ruolo dei “comodi pedinatori” delle mode, per scelta di convenienza. Tutto ciò che è accaduto di originale in Europa, in Italia è arrivato sempre con grave ritardo e quindi l’onda d’urto, per forza di cose, è arrivata affievolita. Con un’unica eccezione negli ultimi 300 anni: il fascismo.
Il fascismo è stato l’unico, il primo e l’ultimo, autentico movimento originale politico culturale che abbia permeato la nazione. Tutti i fascismi europei, da quello di Hitler in Germania a quello di Franco in Spagna e Salazar in Portogallo, sono nati come figli del fascismo italiano: il primo a irrompere sullo scenario della Storia. Ed è finita come sappiamo. Esaurita la sua carica, il fascismo avrebbe potuto essere per gli italiani “il primo” modello di rivolta e stravolgimento politico originale, che, in seguito, nei decenni a venire, avrebbe potuto e dovuto –una volta alchemizzato- consentire la gestazione di altri movimenti culturali di pretta originalità italiana che nascevano come evoluzione progressista delle istanze originali del fascismo. Invece non è accaduto. Dal 1946 in poi, si è abbattuta sull’Italia la peggiore tra tutte le cappe possibili: quella della negazione della realtà e dell’immediato passato, della rinuncia all’assunzione di responsabilità in proprio, della discussione, analisi, confronto, dibattito, della impossibilità di elaborare il lutto collettivo (doloroso e tragico come ogni lutto che si rispetti) consentendo al corpus sociale della nazione di dar vita a degli anticorpi necessari e sufficienti per avviare un processo alchemico di trasformazione che avrebbe spinto l’Italia verso la sua evoluzione e il progresso. Non è avvenuto nulla.
Non perché fosse negato o imposto dalla Legge. Anzi.
Per una ragione davvero molto elementare e banale, ma che ogni italiano sensato è in grado di riconoscere subito come “assolutamente tutta nostra”.
Il lutto, la discussione, il dibattito non ci fu, alla fine degli anni’40, per il semplice motivo che non si trovava un fascista a pagarlo a peso d’oro. Non solo. Non c’era più neppure un cittadino italiano che avesse il coraggio di sostenere che lo era stato, come se Benito Mussolini fosse stato un agente estraneo al dna culturale nostro e qualcuno lo avesse appiccicato sopra lo stivale obbligando la popolazione a seguirlo. Questa procedura, abile marchingegno culturale di derivazione gesuitica, comportò la possibilità (per i fascisti che contavano) di riciclarsi all’interno del nuovo sistema politico italiano, offrendo una pratica comportamentale identica a quella sperimentata decenni prima. Con la novità che seguitavano a essere fascisti sotto la bandiera del Vaticano, dei socialisti, dei comunisti, della democrazia cristiana. In tal modo, la società italiana ha seguitato a perpetrare il modello fascista e clerico-fascista senza aver prodotto alcun sistema immunitario adeguato, senza aver prodotto alcuna evoluzione, condannando se stessa a riproporre per l’eternità sempre e soltanto l’unico modello originale che ha prodotto. Tant’è vero che, quando nel 1969, il più libero e geniale provocatore intellettuale che l’Italia abbia prodotto negli ultimi 60 anni, Pier Paolo Pasolini, cominciò a denunciare l’allora sistema vigente come “la prosecuzione del sistema clerico-fascista di cui democristiani e comunisti ben rappresentano la mummificata deriva che impedisce all’Italia la necessaria mutazione antropologica” venne considerato un pazzo pericoloso, accettato soltanto come “artista capriccioso e visionario” ma niente di più. Finchè non venne identificato il pericolo reale delle sue argomentazioni e fisicamente eliminato. Come fecero anche con la Grande Madre del Pensiero Libero Italiano, una intellettuale poderosa, stupefacente interprete e leader di istanze davvero rivoluzionarie, Maria Antonietta Macciocchi (in Italia pressoché sconosciuta al 99% della popolazione) la quale nel 1969 venne radiata dal PCI “per indegnità”, rea di aver iniziato, allora, a denunciare “il pericolo del consociativismo tra l’uso clientelare del potere democristiano e le forze di opposizione, elemento pericoloso per il tessuto sociale, perché sta spingendo il paese verso una omologazione il cui fine obbligato sarà una totale e definitiva incorporazione di un concetto piatto e mercantilista dell’esistenza che spazzerà via il tessuto connettivo dell’intelligenza e della cultura nazionale”. Ci provò un grosso storico, un bravo intellettuale di area moderata, nel 1971, dopo un intenso e magnifico lavoro di ricerca documentata durato ben sette anni di lavoro collettivo, il Prof. Renzo De Felice, che diede inizio alla pubblicazione in diversi volumi della monumentale Storia del Fascismo pubblicata allora dalla casa editrice Einaudi di Torino. In Italia, il suo superbo lavoro venne considerato uno scandalo. Perché aveva osato –nel terzo tomo- dedicare 350 pagine all’analisi di quel periodo che lui aveva definito “Gli anni del consenso” nei quali descriveva, con la consueta meticolosità dei consumati storici d’archivio di prima caratura, il perché, il come, il quando, il quanto, il popolo italiano avesse amato e adorato il fascismo. Venne considerato un mascalzone reazionario. 25 anni dopo, l’Italia non era ancora pronta a ripensare se stessa. Allora, nel dibattito che si aprì (e frettolosamente si chiuse ) nacque una inèdita sorpresa: la cultura ufficiale cattolica sposò la tesi comunista e attaccò il prof. De Felice con le stesse identiche argomentazioni. Sintetizzate in una frase banale: “non è vero che Mussolini ebbe il consenso del popolo; gli italiani furono vittime innocenti di un dittatore”.
Non è così.
Aveva ragione il prof. De Felice, che riposi in pace.
Questa era una premessa per arrivare al tema del giorno che è il seguente:
“Comincia ad allargarsi, provenendo dalla Francia intellettuale, che sta svolgendo un ottimo lavoro capillare silenzioso, un nuovo movimento collettivo di rivolta in Europa. Che sta nascendo adesso in forme nuove e originali, e che ha come baricentro la Spagna”.
 Ma non è nato lì. Come “movimento” è nato in Irlanda, etnia orgogliosa, la quale da tre mesi sta affrontando tecnicamente un problema (un problema soprattutto per la BCE e per la Unione Europea) non di lieve entità: il partito Sinn Feinn ha lanciato, con enorme successo, lo sciopero delle tasse. Al 31 luglio 2012, il 67% dei cittadini che doveva pagare la loro IMU si è rifiutata di farlo, con una argomentazione davvero elementare e nient’affatto ideologica: “non abbiamo i soldi”. Il che vuol dire (in Irlanda vale l’uso delle nazioni anglo-sassoni dove l’evasione fiscale è considerato reato penale contro l’integrità dello Stato) che – in teoria- avrebbero dovuto mettere agli arresti milioni di cittadini. L’Europa, saggiamente e subdolamente, ha deciso la strada più ignobilmente sensata: far finta di niente. Gli irlandesi non hanno pagato, ma non verranno puniti, perché intanto si sono inventati di sana pianta un nuovo e magico dispositivo che consente loro (stanno cambiando apposta delle leggi) di pagare in un prossimo futuro. Ma le notizie, anche se esiste la censura della BCE, comunque sia, viaggiano. E, arrivate in Grecia, hanno provocato la richiesta da parte del governo greco “allora anche noi vogliamo delle dilazioni, perché gli irlandesi sì e noi no?” e non potendo dire loro “no, voi no” allora l’hanno risolta così:  la troika, ad Atene, avrebbe dovuto emettere un comunicato-sentenza  (la scadenza era il 15 settembre) e invece ha dichiarato “abbiamo deciso di rimandare l’emissione del nostro definitivo rapporto al 15 novembre 2012”. La BCE ha accettato.
Che io sappia, non c’è stato nessun giornalista italiano che abbia speso un grammo di energia per andare a domandare ai membri della troika: “perché il 15 novembre?”.
E’ la data entro la quale, secondo l’oligarchia finanziaria, i giochi dovrebbero essere stati fatti definitivamente. Puntano alla sconfitta di Chavez il 7 ottobre, alla sconfitta di Obama il 6 novembre e alla resa incondizionata del Giappone il 31 ottobre che,  per la prima volta nella propria storia dal 1945 ad oggi, abbandonerebbe la politica economica keynesiana –pena l’espulsione dal FMI  (è per questo che tengono il paese alla corda con la ridicola e pretestuosa storiella di quella isoletta sperduta nel pacifico) e accetterebbe di rispettare i parametri restrittivi, cancellando così il proprio programma di investimento di 2000 miliardi di euro previsto per il 2013. Puntano alla soluzione diplomatica della guerra civile in Siria, sostenuti dall’ingresso dei capitali qatarioti e arabo-sauditi dentro le industrie italiane e spagnole, si sposteranno le aziende più succose nel Golfo Persico e si userà l’Europa continentale come enorme bacino di mano d’opera e forza lavoro pronto a esportare ingegneri, architetti, scienziati, designer, manovali, edili, operai specializzati.  Come hanno spiegato molto bene alla televisione spagnola qualche giorno fa “davanti al ricatto o sei disoccupato e muori dalla fame oppure vai a lavorare a Doha, nel deserto, è chiaro che si accetta l’idea di andare lì; ma qual è il prezzo culturale ed esistenziale che paghiamo per tutto ciò? Vale la pena?”.
Ritorniamo quindi ai movimenti.
Dall’Irlanda e dal vicino Portogallo (continue manifestazioni, scioperi, serrate, scontri avvenuti negli ultimi quaranta giorni nel paese) e adesso la Spagna, si è venuto a formare un vastissimo movimento in tutta la zona mediterranea, che sta valicando anche i monti Pirenei, che è andato al di là della consueta e mediatica “indignazione”, perché è sostenuto da una teoria culturale. Ha la forza di un movimento originale autoctono. E’ basato sul recupero della narrativa esistenziale, sulla salvaguardia della propria forza locale e sul principio dell’auto-determinazione in funzione sovranista. A tal punto da aver svegliato addirittura le fantasie scissioniste dei catalani, da decenni assopite, visto che a Barcellona, a San Paol de Mar, si cominciano a formare – spuntano come funghi- delle fortissime sacche di protesta e resistenza non contro la BCE e non contro la Merkel, bensì contro il governo di Madrid, non più identificato come capitale del Regno, bensì come cancelleria di un governo globale extra spagnolo e quindi nemico della fortissima identità iberica di quell’etnia.
Noi, questo lusso, non ce lo possiamo ancora permettere.
Gli italiani non si sono neppure accorti che vivono sotto al fascismo, come potrebbero organizzare una ribellione a qualcosa della cui esistenza non sono consapevoli? Intendiamoci, non il “fascismo” inteso come sostantivo, ovverossia quella specifica ideologia che si richiama a Benito Mussolini, che ha quei simboli, quelle effigi, e pensa al Duce o clownerie del genere. Qui, uso il termine “fascismo” come aggettivo (nel senso pasoliniano e macciocchiano del termine) ovverossia l’identificazione di un sistema politico, culturale, mediatico e quindi anche e soprattutto economico, basato sull’idea che una ristretta cerchia di privilegiati oligarchici ha il diritto di esercitare un predominio di dominanza sul resto della popolazione perché sono superiori come classe, come ceto, come status, garantito dai partiti e dalla leggi vigenti. Il che mi consente di dire che Fiorito è un fascista (lui lo è anche come sostantivo) né più né meno di quanto non lo sia Lusi o Penati o Tedesco, i quali, in teoria sarebbero di sinistra, ma in realtà sono dei fascisti come aggettivo: è l’esecuzione della loro comportamentalità che li definisce. Che veicolino nei comizi dei discorsi di destra o di sinistra, laici o credenti, è irrilevante; così come è irrilevante il partito o la fazione alla quale appartengono.
Una ribellione autentica italiana (nel senso di “assolutamente originale e non scopiazzata”) non è la variante tricolore di” occupy wall street”, Dio me ne scampi e liberi. Quella sarebbe soltanto moda e marketing mediatico, quindi destinato a una pronta usura.
Un’azione originale, necessaria subito, consiste in una trasformazione individuale e interiore, prima di ogni altra cosa, che cominci a produrre delle immediate mutazioni comportamentali, compresi gli anticorpi necessari per individuare subito in qualsivoglia interlocutore il “fascista come aggettivo” andando a rifondare e ritrovare il seme proficuo della grande tradizione della Cultura Italiana, dove ci mescoliamo insieme Michelangelo e Adriano Olivetti, Federico Fellini ed Enrico Mattei: tutti fratelli tra di loro.
Perché quelli sono i Fratelli d’Italia.
E’ sulla esistenzialità che si verifica la novità originale.
E’ sull’applicazione di un nuovo modello psico-culturale che non sia fascista, che non sia autoritario bensì autorevole, che non sia spaventevole bensì eccitante, che non sia avvilente bensì esaltante, in grado di fornire un nuovo modello culturale della solidarietà a partecipazione umana, che parta dal presupposto di porre al centro di ogni vicenda, ogni teoria, ogni impulso, ogni discorso, le persone nella verità delle loro esistenze. E non più teorie, aliquote, grafici, tendenze, mode, e astruse locuzioni incomprensibili che finiscono per operare in maniera terroristica offuscando la possibilità di praticare il libero esercizio del proprio pensiero. Esattamente come operava il fascismo (come sostantivo).
Il vero problema italiano, tutto italiano, non consiste nel fatto che non si hanno più neppure dieci euro, bensì nella codificazione delle proprie fantasie più profonde, tali per cui si invidia uno come Fiorito invece che nutrire per lui un sereno e naturale disprezzo civile. Quando ciò accadrà, quando il furbo sarà disprezzato e non invidiato, allora si potrà cominciare a pensare all’ipotesi di poter organizzare e gestire delle manifestazioni coordinate di protesta come in Spagna.
Quando cominceremo a riappropriarci del Senso esistenziale della Cultura, che avrà abbattuto il fascismo che è in noi, allora saremo pronti a costruire un’alternativa.
Perché la consapevolezza nasce dall’assorbimento e interiorizzazione di una Cultura italiana innovativa, che va verso l’evoluzione della nostra etnia.
Nel frattempo, non possiamo che seguitare a seguire mode altrui.
In attesa che nostra zia Maria ci telefoni per darci la buona notizia che ha convinto il cugino Piero (che noi disprezziamo da sempre) a farsi latore presso l’assessore di turno per aggirare la Legge. Nel nome di “tengo famiglia”. Lo stesso principio che nel 1943 spingeva qualcuno ad andare alla Gestapo a fare la delazione di anime innocenti per avere un tornaconto.
Se non si uccide il fascista aggettivo che è in noi non si può aspirare a pensare di combattere un governo fascista sostantivo. Gli spagnoli lo sanno benissimo. Loro hanno avuto Garcia Lorca. Noi no. E’ per quello che protestano, noi non lo possiamo ancora fare. 
Siamo un popolo di fascisti invidiosi, questo siamo diventati. 
E tanto prima ne prenderemo atto, tanto più ce ne libereremo.
La strada è ancora molto lunga.
Sta a ciascuno di noi fare in modo che il percorso si accorci sempre di più, per regalarci di nuovo lo splendido panorama di una possibile utopia per la quale valga la pena di combattere e poter capire, dentro al nostro cuore, il Senso di una bellissima frase del reverendo Martin Luther King “se un uomo non riesce a trovare, nella propria esistenza, qualcosa di talmente forte per cui vale la pena di morire pur di sostenere quell’idea, quel principio, quel valore, allora quell’uomo ha buttato via la sua esistenza e la sua vita non vale nulla”. 
Lui ci credeva nella sua lotta per dare pari dignità ai neri d’America, e si è fatto uccidere per questo. Sapeva che di lì a qualche decennio un nero sarebbe diventato il loro presidente. Da noi ci sono stati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono stati i nostri Luther King.
Il fatto di toccare con mano che la vittoria della criminalità organizzata in Italia, oggi, passa attraverso la constatazione che la classe politica che ci rappresenta ha incorporato un atteggiamento individuale di “autentica criminalità esistenziale legalizzata”, la dice tutta sull’inutilità del loro sacrificio e sul grave ritardo dell’intera cittadinanza, compresi i movimenti tutti. Nessuno escluso.
Restituire alla Cultura la prerogativa dell’egemonia sul gossip, vuol dire recuperare il gap.
Non abbiamo molto tempo.

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