Dobbiamo riacquistare il nostro diritto di cittadinanza

Ho deciso di rubare pensieri altrui per rielaborarli nella mia testa e farli diventare pensieri miei.

Ve li presenterò negli articoli di questa sezione.

Questo pensiero l’ha scritto  Uriel Fanelli in un post più ampio che si intitola “Hegel, e’ bene ricordarlo, era un fesso.“. Io ne prendo due parti e lascio a voi le conclusioni.

Quando ho fatto l’esempio del movimento cinque stelle, non stavo affatto dicendo che sia la soluzione fondare quel partito o che sia una soluzione fondare qualsiasi partito. Non era quello il punto.

Il punto e’ che il cittadino, nel reagire ai problemi creando un partito, si sta assumendo delle responsabilita’: sta pensando che, in qualche modo, spetti a lui FARE QUALCOSA per migliorare. Questo non significa che sia la cosa giusta, fondare un partito. Certe volte, durante i momenti di siccita’, le persone fanno le processioni ai santi: e’ sicuramente una superstizione, tuttavia mostra una mentalita’ positiva: io DEVO FARE QUALCOSA per risolvere il problema. Io, non altri. Io non la UE.

Il punto, cioe’, non e’ “che cosa fai”, ma il fatto che decidi che sei tu a dover fare: e’ questo il momento in cui si smette di essere passeggeri e si diventa cittadini.

Il messaggio sbagliato non e’ stato quello di dire ai cittadini di non compiere atti partitici: e’ stato quello di dire che siccome la UE avrebbe imposto il rigore e partorito regole migliori, allora non era piu’ il nostro cittadino a doversi incaricare di questo.

Questa responsabilita’ implica per forza un comportamento politico? Negli effetti si; se ne discutiamo a posteriori possiamo dire che la presa di responsabilita’ (che non c’entra con la partecipazione: il pathos puo’ investire anche chi non e’ responsabile, come capita ai tifosi di calcio che sono coinvolti, partecipano dagli spalti alla partita, ma non sono responsabili del risultato perche’ non giocano) produca effetti politici.

Ma non e’ necessariamente un atto politico: un impegno personale per fare qualcosa e’ , che so io, quello che fa il mio padrone di casa che cura l’aiuola comunale di fronte a casa. Anziche’ essere gestita dal comune, lui ci ha messo la sua bordura , la tiene pulita e ci pianta i suoi fiori. Ha un effetto politico? Si, sicuramente ha un risparmio di spesa da parte del borgomastro di Duesseldorf. L’impatto e’ visibile? Non saprei, direi di no: probabilmente e’ visibile solo l’aiuola, ma non credo che sia visibile al cittadino l’impatto economico.

Certo, se iniziano a farlo tutti, l’impatto potrebbe vedersi anche in termini macroscopici, ma tant’e’: di per se’ tenere un’aiuola non e’ un atto politico . Sono politiche le ricadute, tutto qui.

Ovviamente non era la prima volta che gli italiani delegavano : se prendete un italiano che compri, che so io, sigarette di contrabbando, vi dira’ che non e’ lui che deve smettere di comprarle, e’ lo stato che deve bloccare il traffico. Il cittadino, quindi, abdica(1) la propria responsabilita’ allo stato: non e’ compito suo ostacolare il traffico illecito non comprando , ma e’ compito dello stato , inteso come repressore.

Far funzionare meglio il sistema e’ possibile ad ognuno di noi; essenzialmente si tratta di fare qualcosa in piu’ perche’ funzioni, che puo’ essere il non sporcare, il non scegliere orari di punta per muoversi in auto, l’uso della posta elettronica certificata al posto delle raccomandate, eccetera. Non si tratta di atti politici, perche’ non sono atti coi quali pretendiamo di governare il paese: sono solo atti con cui pensiamo di facilitare lo svolgimento del quotidiano.

(…)

La politica e’ semplicemente l’atto con il quale pianifichiamo o determiniamo il futuro della comunita’, o almeno contribuiamo personalmente a farlo.

Certamente il governo e’ un atto squisitamente politico perche’ le sue decisioni determinano e pianificano piu’ di quelle dei singoli; in generale ogni decisione che influisca sulla sfera pubblica al punto da determinare il futuro della comunita’ lo e’. Diventa politico quindi l’operato di una grande azienda , che a Milton Friedman piaccia o meno; e nel momento in cui diventa politico esso deve rispondere alla politica stessa, ovvero a chiunque voglia contribuire personalmente a determinare il futuro della comunita’.(2)

Cosi’ anche alle ideologie e’ stato delegato molto: il cittadino ha abdicato alle ideologie, pensando che se lui non riusciva a capire come aiutare la nazione la soluzione non fosse pensare di piu’ e meglio, semmai il problema era seguire un maestro, che indicasse la stella di un pensiero assoluto, come appunto erano (o pretendevano di essere) i figli dell’idealismo tedesco.

Ripeto: la UE non e’ stata il primo ente cui i cittadini abbiano abdicato la propria cittadinanza. La si e’ abdicata , storicamente, al Re, a Dio, alla Chiesa, allo Stato, alla Polizia, per un certo periodo dell’ Italia ai magistrati, la si e’ abdicata alle Grandi Idee, la si e’ abdicata ai Grandi Partiti… in generale abdicare dal trono di cittadini e’ comodo, perche’ si diventa meri clienti. Io pago le tasse, seguo i regolamenti, quindi mi e’ dovuto un certo numero di servizi, dove per dovuto significa che li produce e mantiene qualcun altro, a suo esclusivo onere.

Quando arrivo’ la UE, i cittadini che si facevano carico dello stato non erano molti. Erano abbastanza, ecco tutto. E non erano gli attivisti, sia chiaro: una manifestazione cambia molto meno di un gesto civico quale tener pulito il marciapiede di fronte a casa propria. Un dibattito politico cambia molto meno di una persona che sceglie i mezzi pubblici rispetto all’automobile, in termini di effetti sulla collettivita’, e una manifestazione a favore delle donne pesa molto meno di un titolare di azienda che e’ tollerante verso l’orario di lavoro delle donne madri. La politica non e’ l’idealismo, l’ideale o l’ideologia.

Quando arrivo’ la UE era diffuso , anche se in una minoranza di persone che faceva politica -pur non appartenendo, spesso , a nessun partito e nessuna ideologia – un atteggiamento civico. Ma proprio le persone piu’ civiche furono investite da questa retorica. Gia’ prima queste persone avevano subito una retorica come “i magistrati renderanno piu’ sana la politica”, errore madornale perche’ sono i cittadini a doverla rendere piu’ sana, e molti vi avevano creduto, assottigliando le fila di coloro che credevano nella propria responsabilita’ personale.

Poi era venuto il turno degli imprenditori che avrebbero sanato la politica portando il mercato e il suo pragmatismo -come se la politica italiana non fosse stata sin troppo pragmatica – e quindi il cittadino delego’ all’imprenditore, cioe’ ancora a qualcun altro e a qualcos’altro. Poi arrivo’ la UE , che ci avrebbe sanato tutti , e via che se ne andarono anche gli ultimi.

La verita’ e’ che oggi nessuno pensa che saranno gli italiani a cambiare il paese: chi prega nazioni straniere di invadere l’italia per rimetterla insieme, chi applaude alla UE quando ci decapita un governo e ci mette un governo fantoccio, chi plaude il presidente che fa quello che gli italiani avrebbero dovuto fare se avessero capito che toccava a loro, insomma: c’e’ qualcun altro che deve fare tutto quanto il lavoro.

Ed e’ qui il punto, non il fatto che ci sia il movimento cinque stelle(3) o un altro partito , e non e’ un problema di quale soluzione sia scelta: il problema e’ capire se accettate l’idea di essere VOI a dover fare qualcosa, e quando dico FARE intendo dire FARE, non manifestare perche’ qualcun altro faccia (anche alla manifestazione si e’ delegato molto) , oppure se vi ostinate ad appioppare tutto il lavoro ad altri e a lamentarvi poi se questi altri falliscono.

Il che, per dire, e’ comodo.

Comodo in maniera perlomeno sospetta.

Come farò sempre con questi articoli, lascio a voi le conclusioni.

La vostra opinione mi interessa ed i vostri commenti mi danno al forza di scrivere: Lasciate un segno del vostro passaggio!