Il berlusconismo muore soltanto se c’è un’alternativa di Antonio Polito (il riformista)

Si fa presto a dire: tanto non cambia niente, tanto il governo è finito comunque. Eh no. Il voto di ieri alla Camera cambia le cose…

Si fa presto a dire: tanto non cambia niente, tanto il governo è finito comunque. Eh no. Il voto di ieri alla Camera cambia le cose. E l’opposizione parlamentare, mai così ampia dall’inizio della legislatura (311 voti), deve chiedersi perché il meglio congegnato attacco finora mai condotto a Silvio Berlusconi sia fallito.

Lo sciocco ha la risposta pronta: abbiamo perso perché il Caimano si è comprato un pugno di deputati. Non dico che non abbia blandito, minacciato, sedotto e forse perfino pagato qualche onorevole, in un parlamento di impiegati, di gente assunta più che eletta, e che dunque non vede alcun problema nel cambiare azienda ogni qualvolta l’offerta è migliore. Ma c’è una ragione politica più profonda della sconfitta: ed è che la somma di coloro che volevano far fuori Berlusconi non è stata mai capace di indicare, nemmeno per grandi linee, con che cosa voleva sostituirlo.

Il parlamento se ne è accorto, è scattato il si salvi chi può, e le frange meno vergini si sono offerte al drago. 
Che cosa cambia dunque, per la sorte della legislatura, il voto di fiducia di ieri, seppur così risicato? Intanto cambia l’inerzia psicologica del duello tra Berlusconi e Fini: questa è la prima volta dall’estate del «che fai, mi cacci?», in cui è Fini a prendere una lezione di professionismo politico da Silvio, perdendo tre parlamentari per la strada, costretto stavolta lui a gridare al tradimento. Ma il voto di ieri cambia l’equazione anche in un senso più politico e importante, perché ha reso ancora più improbabile, e dunque ormai quasi impossibile, l’ipotesi che da questo parlamento possa uscire una maggioranza diversa da quella che si poggia su Berlusconi e Bossi (al Senato certamente impossibile, visti i numeri).

La causa prima della sconfitta politica delle opposizioni, e cioè l’assenza di un’alternativa, diventa dunque da ora in poi per le opposizioni un ulteriore elemento di debolezza. Berlusconi sapeva benissimo che conquistare tre voti di maggioranza non gli avrebbe garantito il governo fino alla fine della legislatura: trenta membri del suo governo sono deputati, e alla Camera non ci vanno mai, a partire da domani può perdere tutti i voti che Fini decide di fargli perdere. Ma, fornita la sua prova anti-ribaltone con i numeri della Camera, ieri Berlusconi è potuto salire al Quirinale per promettere che tenterà, sì, di allargare la maggioranza all’Udc e fare un nuovo governo (ha perfino dato un bacetto sulla guancia a Casini ieri, subito dopo aver ottenuto la fiducia), ma ha aggiunto che se poi non ci dovesse riuscire anche Napolitano dovrebbe convenire che non c’è altra strada che le elezioni anticipate.

Nessun rischio, dunque, di «prodizzazione» del governo Berlusconi. Lì dove Prodi diceva che governare con due voti di maggioranza è «sexy», Berlusconi ha un’altra idea di che cosa sia sexy, e non ci pensa neanche a restare nel guado in cui è oggi. È per questo che oggi le elezioni sono più vicine di ieri, ma è anche per questo che Berlusconi può oggi cantare vittoria. Ha dimostrato urbi et orbi che dopo di lui ci sono le urne. A questo, e solo a questo serviva l’esibizione muscolare di ieri, per la quale tra l’altro il premier ha avuto l’opportunità di allenarsi un mese intero.

Che cosa insegna invece la giornata di ieri al campo degli oppositori, a coloro che hanno perso? Insegna che senza una proposta alternativa, senza un’idea di che cosa deve venire dopo Berlusconi, senza una omogeneità politica e programmatica almeno pari a quella dell’altro campo, non si convinceranno gli elettori domani esattamente così come non si sono convinti i deputati ieri. Che gli italiani siano sempre più stanchi di un uomo che comincia le legislature con grandi maggioranze e le finisce sempre in crisi e con un alleato che sbatte la porta, non c’è dubbio. Anche i sondaggi mostrano i segni profondi che la fine ingloriosa del Pdl ha lasciato sul volto di un partito sfregiato dalla rottura con Fini. Però, al momento del voto, non ci sarà verso di ottenere che gli elettori si decidano a sfrattare il berlusconismo se non c’è neanche l’ombra di qualcosa di alternativo che possa funzionare. E, diciamocelo francamente, tutte le ipotesi circolate in queste settimane, dal governo tecnico con l’unico compito di rifare la legge elettorale, fino al progetto di andare alle elezioni con tre poli per impedire che venga fuori una maggioranza al Senato, sfruttando così le contraddizioni di una legge elettorale che pure si dice di disprezzare, beh, non possono davvero essere presentate agli italiani come soluzioni plausibili alla evidente crisi politica del berlusconismo, come l’apertura di una nuova era.

Probabilmente non poteva che essere così, quando l’anomalia italiana consegna a un leader di destra come Fini la guida politica dell’opposizione a un governo di destra. Il quale Fini, da parte sua, deve rimproverarsi soprattutto una cosa. Tutti gli argomenti con cui ha attaccato Berlusconi sono corretti, ma messi insieme non fanno una linea politica. Finché a Berlusconi ha rimproverato il cesarismo, la mancanza di democrazia nel partito, la pretesa di comportarsi da padrone fino ad espellerlo, la gente ha capito. Ma come da tutto questo potesse derivare la richiesta di dimissioni del governo, era meno comprensibile.

E infatti Fini ha dovuto trovare un argomento politico per tradurre la polemica interna al Pdl in una mozione di sfiducia. Alla fine questo argomento è stato, ancora una volta, la cosiddetta legalità, e cioè la tendenza del premier a pensare ai suoi casi giudiziari. Purtroppo Fini ha finito così per scegliere un terreno di battaglia preso in prestito dal giustizialismo di sinistra, che avrebbe dovuto sapere insufficiente a fare da solo una politica, e per giunta sfortunato. In una parola: era debole la proposta politica alternativa, era debole l’argomento killer che avrebbe dovuto condannare il governo.

P.s: Ciò che è successo ieri a Roma è molto grave. Scene di guerriglia di quel genere non si vedevano nella capitale dagli anni Settanta. Ed è stato un terribile dejà vu, per quelli di noi che se li ricordano. Chiunque abbia voce in capitolo dovrebbe fare di tutto per fermare questa spirale, alla fine della quale c’è solo un esito possibile: che ci scappi il morto. Bossi dice che l’unica igiene è il voto. Sarà, ma immaginare una campagna elettorale in un paese in queste condizioni fa venire i brividi.       

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